La terra di mezzo della filosofia e la visione dall’alto

Si discute spesso sui rapporti tra la scienza, la religione e la filosofia. All’inizio della sua Storia della filosofia occidentale, il libro che contribuì a fargli vincere il Nobel per la letteratura, Bertrand Russell inquadra il problema in un modo tanto sensato da risultare ancor oggi forse la miglior risposta al problema, almeno tra quelle succinte. La filosofia sarebbe, secondo Russell, una sorta di terra di mezzo tra la religione e la scienza: come la prima affronta problemi concernenti il “senso” della vita e del mondo nel suo complesso; come la seconda non si accontenta però di nutrire una “fede” in questo senso, ma pretende di giustificare razionalmente ciò in cui crede, i propri valori e principi.

A integrazione della tesi di Russell si potrebbe tuttavia aggiungere che il punto di separazione tra filosofo e uomo di scienza è che l’uomo di scienza non si interroga sul senso non perché neghi necessariamente la sua esistenza, ma perché in quanto scienziato gli è indifferente, il che poi non significa necessariamente che gli sia indifferente in assoluto. L’uomo di scienza si interroga sulle possibili simmetrie, per esempio, tra il sasso che cade e la Luna che ruota intorno alla Terra: la questione del senso parrebbe lasciata ai filosofi come una questione immaginaria, o a quegli scienziati che non hanno rinunciato, talora per mero diletto, a misurarsi con questioni filosofiche.

Lo scienziato sembra effettivamente interessato a cogliere relazioni tra fenomeni e a interrogarsi su possibili simmetrie, e il problema del senso, pare tutt’al più un problema ulteriore, che può porsi in via parallela e più personale. Ma se questo è vero sotto il profilo statistico per la maggior parte di loro, è anche vero che molti tra i più grandi scienziati non considerarono la questione del senso una mera appendice della loro attività principale. Specialmente coloro che hanno dato vita a sintesi epocali – come Galileo Galilei, Isaac Newton o Albert Einstein– sono stati tanto attratti dalle segrete simmetrie che si potevano individuare tra i fenomeni da manifestare una vera e propria tensione verso l’unificazione, o verso una teoria unificata. I tre scienziati sopra menzionati, ma naturalmente non solo loro, hanno tutti fornito un notevole contributo in tal senso in quanto le loro teorie hanno consentito di fornire spiegazioni unitarie – e dunque più semplici, economiche e profonde – di un più ampio arco di fenomeni. Questa tensione verso l’unità è, secondo Bertrand Russell, ciò che accomuna la filosofia con la religione, ma ai livelli più alti della ricerca scientifica non sembra che nemmeno questa ne sia immune, come attesta il tentativo di pervenire a un collegamento o a una fusione tra teoria quantistica e quella della relatività. Del resto, lo stesso Einstein ha più volte insistito sulla tensione verso l’unità che attraversa la scienza.

Sebbene questa tensione verso l’unità rimanga cosa diversa dalla ricerca di un senso, sia che questa le sia anteposta o posposta, essa comunque potrebbe significare che, ogni volta che noi cerchiamo di spiegare un insieme di fenomeni, di vedere cioè come funziona qualcosa, tendiamo anche a cogliere quelle analogie che ci possono far fare un passo avanti verso un livello di generalizzazione superiore, percorrendo una sorta di moto ascensionale analogo a quello individuato da Plotino per il nostro ricongiungimento all’Uno.

Alla fine, la profondità di una teoria, come Karl Popper ha ben visto, è direttamente proporzionale alla quantità e varietà di fenomeni che sa spiegare, e questa, a sua volta, non può essere disgiunta da quella che, con una metafora cara a Johann Wolfgang von Goethe, potremmo definire lo “sguardo dall’alto”, e cioè quel tipo di sguardo che sa abbracciare più fenomeni contemporaneamente, in grado di produrre una spiegazione unitaria e “panoramica”, per così dire, della loro varietà e complessità.

 Ora, non solo questa visione dall’alto coltivata e promossa da Goethe è anche l’unica che sappia conferire un senso, o suggerirne uno, ma essa costituisce anche l’unico vero antidoto a una visione frammentaria, parziale e disorganica della vita. Per questo anche Dio non può che trovarsi in alto, non può che guardare da un punto in excelsis, da un solo punto in grado di conferire coesione organica e prospettica al tutto. Si tratta di un punto decisamente ambivalente: da un lato coincide con quell’io da cui diverse filosofie esortano a distaccarsi per la sua vocazione egotica, dall’altro con quello stesso punto che costituisce la scaturigine di una visione prospettica, un punto di sguardo collocato “fuori”, o in margine, e quindi trascendente rispetto al mondo e alla vita.

Solo attraverso una simile visione si può immaginare che continui a sussistere l’unità del tutto, e dunque la sua realtà, perché non v’è realtà senza unità. Come diceva Georg Wilhelm Friedrich Hegel, “il vero è l’intero”, e tale interezza può essere colta solo grazia a un unico “sguardo dall’alto”, o comunque grazie a una sorta di orifizio strumentale, a qualcosa che assomiglia al buco tramite il quale gli inventori dell’arte prospettica si esercitavano a dipingere quadri orientati verso un punto di fuga. Grazie a questo orifizio le proporzioni tra le cose divengono coerenti con un solo sguardo e così nasce un mondo, qualcosa di tanto coerente da acquisire una consistenza reale.

Da questo punto di vista prospettico e dall’alto la filosofia esercita ancora oggi la sua funzione specifica: elevandosi sulla terra di mezzo che è compresa tra la religione e la scienza, come ebbe a osservare Baruch Spinoza la filosofia può condurci all’amore intellettuale di Dio, ovvero a quell’amore che riconosce la necessità dell’ordinamento del mondo; oppure, in maniera apparentemente più laica, a riconoscere che, come scrive Friedrich Nietzsche, “tutto quanto è necessario, ma riguardato dall’alto e nel senso di una grande economia è anche il più vantaggioso in se stesso: non soltanto dobbiamo sopportarlo, dobbiamo anche amarlo”.