Il Presepe secondo Tomaso Montanari

mercoledì 11 dicembre 2019


Forse bisognerebbe creare una guida, o un bestiario, che spieghi al vasto pubblico poco avvezzo alla materia, la curiosa fenomenologia degli storici e dei critici (non sempre le due categorie coincidono) dell’arte in Italia. Potremmo anche cominciare le litanie e le rogazioni del caso con una giaculatoria tipo: “San Roberto Longhi, Beato Bernard Berenson, San Maurizio Calvesi, San Federico Zeri… orate pro nobis”, ma temo non servirebbe a molto. Fortunatamente esistono e resistono due grandi come Antonio Paolucci e Claudio Strinati a dare luce, insieme a pochissimi altri figli di altri tempi e modi, intessuti di eleganza, competenza e raffinata sobrietà.

Ma ogni età e nazione ha le menti che si merita e noi, in Italia, abbiamo tra le tante anche le curiose affermazioni di Tomaso Montanari, storico dell’arte di non celate simpatie verso la sinistra, che sul Fatto Quotidiano ci delizia con il suo articolo intitolato “Scuola, presepe & cotechino: la banalità del razzismo”. All’inclito Montanari, dotto conoscitore del Barocco, irrita grandemente la lettera che l’assessore (che io al suo contrario scrivo al maschile anche se si tratta di una donna) all’Istruzione della Regione Piemonte, Elena Chiorino di Fratelli d’Italia, ha inviato ai dirigenti scolastici suggerendo loro di “valorizzare presepi e recite di Natale” essendo queste “parte fondante della nostra identità culturale”, nonché rea di aver voluto sostenere che una “conoscenza delle nostre tradizioni” sia “un supporto alla piena integrazione di chi arriva da altre realtà”.

Ora, l’ottimo Montanari conosce troppo bene la Storia dell’arte per non ricordarsi di un tal Giotto di Bondone, che non era un pastorello ma un architetto insigne e forse il primo grande pittore “moderno” nel pieno, aureo Medio Evo, che dipinge il Presepe, creato qualche tempo prima da un piccolo, fragile gigante di nome Francesco d’Assisi, nell’Adorazione dei Magi alla Cappella degli Scrovegni di Padova e che dire della tempera su tavola di Filippino Lippi Natività con San Giorgio e Vincenzo Ferrer, o dell’Adorazione dei Magi del Perugino, di quella di Gentile da Fabriano, di Masaccio, di Botticelli… potrei andare avanti ancora per molto. Oppure dimentica la natività del suo amato Michelangelo Merisi da Caravaggio? No, non è possibile perché Tomaso Montanari è uomo acculturato, quindi li conosce tutti e pertanto, evidentemente, fa pensare che li voglia dimenticare volutamente.

Anche perché, a questo punto, i concetti discutibili di “inaudita violenza” e di “banalità del razzismo”, li dovrebbe attribuire per primi proprio a loro, già secoli fa. L’unica “violenza” che la Natività, e dunque il Presepe, ci ricorda è quella inflitta da Erode che ordinò uno sterminio di fanciulli maschi al di sotto dei due anni. Quale razzismo sarebbe presente nel Natale cristiano? Mi permetto di rammentare a Montanari che secondo la tradizione – e non solo – uno dei Magi era di pelle scura, magari etiope o un indiano nero. Che intorno al Bambino si riuniscono poveri, pastori, genti umili provenienti da un desolato circondario rupestre e, sempre stando a quanto scrivono i Vangeli Apocrifi, un bue e un asino. E una gatta, ma questa è un’altra storia.

Quindi la Vergine Maria, quella dipinta da Caravaggio con le sembianze della prostituta Lena, i Sapienti giunti dall’Oriente con il loro corteo meraviglioso, i pastori e qualche animale sarebbero indice di, addirittura, “Quadruplice violenza”?

Ricordare tutto ciò nelle scuole di questo disastrato Paese sarebbe quindi “un atto di prevaricazione inaccettabile” persino nei confronti dei cattolici “che ci credono davvero” e soprattutto verso i migranti che sarebbero addirittura costretti a fare il presepe per integrarsi. Mi viene in mente l’ottimo film, uscito l’anno scorso, e ignorato da tutti, La prima pietra con uno straordinario Corrado Guzzanti. Forse l’erudito Montanari dovrebbe guardarlo e magari riderci un po’ su, troppa seriosità a volte ci impedisce di osservare le cose con il giusto filtro dell’ironia.

Infine, nel suo attacco alla lettera d’indirizzo e non d’ordine, dell’assessore (o assieditrice?) Chiorino, ancora il nostro storico dell’arte dichiara che l’“identità culturale italiana” ha per suo vero nome quello di “meticciato”. Mi permetta ancora una volta dunque di dissentire, lo faccio sempre quindi anche in questo caso, ma l’“identità italiana”, come quella di qualsiasi altro popolo, è un insieme di culture, tradizioni, usi, riti, costumi, accumulatosi nei secoli – e sono tanti i nostri – composta in questo caso da quasi mille anni di presepi, dopo Greccio, da un palinsesto di dipinti, chiese, sculture, palazzi, musiche, poesia e altri scritti d’insuperabile portata che ha fatto dell’Italia il più ricco Paese del mondo dal punto di vista della propria identità culturale.

Nessuno meticciato dunque, semmai sintesi, accoglienza con rispetto, questa è stata l’Italia nei secoli, basti pensare a città cosmopolite com’erano già cinquecento anni fa Venezia, Roma, Napoli… Anche questo ci appare dalle immagini del tempo, da quei dipinti che Montanari conosce, ma che preferisce dimenticare.


di Dalmazio Frau