L’estetica divenne una disciplina filosofica relativamente autonoma nel diciottesimo secolo, quando anche altri ambiti d’indagine si resero più liberi da costruzioni metafisiche unitarie e omnicomprensive. Alexander Baumgarten, che dell’estetica moderna può essere considerato uno dei fondatori, la definisce come Ars pulchre cogitandi, ovvero come l’arte di pensare in modo bello. Dopo di lui, questa disciplina ottenne una defini­tiva consacrazione filosofica con la Critica del giudizio di Immanuel Kant.

In quest’opera Kant considera il giudizio di gusto come un libero gioco dell’immaginazione e dell’intelletto, gioco che non essendo finalizzato all’analisi concettuale del suo oggetto e non proponendosi di conoscerlo categorialmente è piuttosto volto al conseguimento di un “piacere disin­teressato”. Il giudizio di gusto viene illustrato da Kant a partire dall’esperienza del bello naturale: ad esempio, la forma di un fiore. Grazie al finalismo interno che lascia trasparire, esso può indurre chi guarda ad una riconciliazione armonica col proprio sentimento vitale, permettendogli così di cogliere nella sua esperienza un significato universale.

Per Georg Wilhelm Friedrich Hegel, viceversa, l’arte è comunque chiamata a rivelare la verità, anche se può coglierla soltanto nella sua configurazione sensibile. Essa è destinata a rappresentare l’esistenza come vera nel suo apparire, e per far ciò deve certamente condensare in sé dei riferimenti concettuali. Il valore conoscitivo che l’arte ha secondo Hegel non consiste tuttavia in una pura riproduzione di ciò che appare (in ciò Hegel concordava con Aristotele), ma potrà realizzarsi solo producendo il riconoscimento del soggetto nell’oggetto che osserva, dato che un tale riconoscimento può permettergli di divenire più consapevole del suo rapporto con la natura e con lo spirito del suo tempo. Ma proprio perché scopo dell’arte è per Hegel il condurre il soggetto ad un simile riconoscimento, “il bello natu­rale” non potrà che essere un riflesso del “bello artistico”.

Infatti, mentre dei canoni estetici sono in grado di consentire l’individuazione del bello nella natura, quest’ultimo non è di per se idoneo ad instaurare alcun criterio estetico. Hans Georg Gadamer, nel suo saggio L’attualità del bello (Marietti editore), concorda con Kant nel ritenere che lo scopo dell’esperienza estetica sia eterogeneo rispetto a quello dell’attività conoscitiva, ma dissente da lui – concordando piuttosto con Hegel – quando afferma che l’estetica non può assumere come punto di riferimento privilegiato il “bello naturale”. Pur ritenendo l’interpretazione platonica dell’arte come mimesi “inadeguata per spiegare le estetiche implicite nelle correnti artistiche contemporanee”, Gadamer sviluppa in modo originale la teoria platonica, sostenendo che l’arte può essere in effetti intesa come mimesi qualora s’intenda con tale termine non una natu­ralistica riproduzione dell’esistente, quanto l’ascolto attivo di ciò che nell’opera dell’altro può consentire  – hegelianamente  – una nuova e più autentica consapevolezza di sé.

In questo senso, il “piacere disinteressato” di cui parla Kant viene a coincidere con il piacere dell’imitazione, con il coinvolgimento catartico che essa può provocare, ed entrambi col “riconoscimento” di cui parla Hegel. Questo dovrà essere, anche secondo Gadamer, intellettualmente articolato, dato che risentirà del gusto e dei canoni artistici che di volta in volta lo plasmano e lo determinano; solo che, a differenza di altri campi della produzione culturale o scientifica di un’epoca, non si rivolge né ad un interlocutore astratto né ad uno storicamente determinato, ma “dice qualcosa a qualcuno come se fosse detto in modo particolare a lui, come qualcosa di presente e di contemporaneo”. Nella misura in cui può es­sere integrata “nella piena autocomprensione di ciascuno”, essa sarà dunque “vera”, e quindi attuale. Sotto questo profilo, l’estetica può essere inclusa nell’ermeneutica, che proponendosi di colmare la distanza che v’è tra spirito e spirito e disponendosi a rendere compren­sibile il linguaggio proprio di ogni artista, contribuisce a rendere “l’estraneità accessibile, integrandola nella totalità del proprio orientamento nel mondo e della propria autocomprensione”.