C’è pure la battuta per coprire di vergogna il Bel paese. La pronuncia la segretaria di origine italiana dell’avvocato che difende Richard Jewell, nella sua vicenda ricostruita nell’ultimo e omonimo film di Clint Eastwood: “Nel mio Paese quando la pubblica accusa dice ‘lo abbiamo preso’, tutti sanno che si tratta di un innocente”.

In generale la storia vera del vigilante obeso, morto nel 2007, a undici anni dalla fine dei fatti narrati nella bellissima pellicola, incriminato su base di pregiudizi ideologici come l’attentatore delle Olimpiadi di Atlanta e in seguito scagionato dovrebbe fare riflettere tutti i manettari del Bel paese, in toga o che lavorano nei giornali. Una vicenda tutta costruita sulle apparenze e sui media. E un destino terribile per un ragazzone che invece con il proprio temperamento aveva salvato le vite di chissà quante persone essendo stato l’unico a notare lo zainetto contenente la bomba che sarebbe esplosa dopo una decina di minuti uccidendo due persone. Ma non duecento. Come sarebbe potuto succedere.

Jewell era l’eroe della situazione, ma dopo pochi giorni venne incriminato dall’Fbi sulla base del suo passato che faceva di lui una specie di lupo solitario in cerca di gesti altisonanti, per apparire. L’attentatore che si spaccia per eroe insomma, secondo i teoremi dell’accusa. In Italia si sarebbe fatto tre anni dentro e poi magari si sarebbe beccato almeno una condanna in primo grado, viste le apparenze, che da noi sono trattate come prove.

In America gli è andata meglio e l’Fbi ha dovuto chiedergli scusa. Addirittura il presidente Clinton si interessò del suo caso. E lo difese pubblicamente. Ma il lieto fine non è affatto rassicurante. Specie se si vive nel Paese di origine della segretaria dell’avvocato di Jewell. E questo film andrebbe fatto vedere nelle scuole di formazione dei magistrati nostrane, specie quelle che formeranno i futuri rappresentanti della pubblica accusa.

Nonché in quelle del fin troppo sopravvalutato giornalismo investigativo.