I social hanno condizionato la nostra esistenza. Sui social si fanno nuove amicizie, ci si innamora e ci si lascia. Si viene a conoscenza di nascite e di morti. Attingiamo nozioni dai social in maniera vorticosa ma superficialmente. E può capitare, come alcuni giorni fa, che mentre scorrevo distrattamente delle immagini mi sono imbattuta in una scena nella quale due attori si affrontano come due galli cedroni nell’arena e uno schiaffeggia l’altro con una mossa secca e decisa. La scena mi incuriosisce e la mia attenzione viene attratta dal suono dei ceffoni: due, secchi, da far cadere a terra stecchito chiunque. E, nello stesso tempo, dalla reazione del pubblico che inveisce contro il malcapitato che li prende. Resto come ipnotizzata, capisco che è la scena di uno spettacolo ma ci metto una frazione di secondi prima di realizzare che si tratta di una sceneggiata. Incuriosita leggo il nome del profilo Facebook “Antonio Ottaiano”. E così approfondisco. Ottaiano porta avanti ormai da anni la tradizione della sceneggiata napoletana di cui Mario Merola, dopo Nino Taranto, resta il protagonista più noto.

Questo genere teatrale ha avuto inizio nei primi anni del Novecento, inaugurato da alcune canzoni di Libero Bovio. I temi in qualche modo canonici si ripetono sempre: il tradimento, il perdono, il pentimento, la malavita, due uomini che si contendono la stessa donna. Coltelli, pistole, bambini che crescono con le nonne ma alla fine, con un inaspettato cambiamento teatrale, costituito da un elemento risolutore della trama (discendente diretto dal Deus ex machina del teatro greco classico), ogni tassello torna al proprio posto. La mamma torna perché ‘sta casa aspetta ‘a tte, il papà si pente di qualche malefatta, ‘o malamente (il cattivo) muore e alla fine trionfa la giustizia di questa “cultura scenica”, per dir così. Antonio è figlio di Gioacchino Di Caravita, un noto impresario degli anni passati, a sua volta figlio d’arte. Un impresario che ha fatto in qualche modo la storia della Galleria, il luogo deputato alla commercializzazione dei cantanti negli anni in cui la sceneggiata era stata rispolverata con grande successo dal già citato Mario Merola.

Ed è a quest’ultimo che Ottaiano si ispira, essendo cresciuto a fianco del noto cantante e attore napoletano che faceva parte della scuderia di artisti del papà. Ottaiano aveva già avuto molto successo, tramite etichette musicali note in Campania, e non solo, prima di approdare a questo genere. Sappiamo che questo tipo di genere teatrale è stato circoscritto all’incirca fino agli anni ’80-’90 del ‘900. Oggi questo confino non esiste più e la sceneggiata è stata ri-sdoganata riscuotendo successi in tutta Italia e soprattutto all’estero. Tanto che Ottaiano viene chiamato in America più volte, sia come cantante solista, prima, che come attore di sceneggiata dopo. Citare la carriera di Antonio Ottaiano è pressoché impossibile, chi ne ha curiosità troverà dei link utili alla fine della lunga intervista.

Personalmente mi piace spaziare tra generi diversi del mondo del spettacolo perché credo fermamente che, come per i gusti alimentari, ognuno abbia il suo. Mai creduto ai gusti di serie A o a quelli di serie B. Ci sono bravi professionisti o cattivi professionisti, ma anche in questo caso bisognerebbe vedere chi giudica chi. Al mio suggerimento di interpretare Il sindaco del rione Sanità (la nota commedia di Eduardo De Filippo), Ottaiano, con un candore quasi fanciullesco, mi dice che non si sente pronto, che deve studiare ancora un po’ e poi forse, chissà. Considerando la sua carriera trentennale, i numerosissimi teatri riempiti in giro per il mondo in maniera spontanea e senza le spinte di uffici stampa, beh, mi fa davvero piacere scambiare due chiacchiere con lui. Ottaiano è stato uno dei più puntuali all’appuntamento telefonico e uno dei più precisi nel mandarmi il materiale richiesto. A lui piace chiacchierare e io pure non sono da meno. Lo raggiungo telefonicamente per conoscerlo un po’ più da vicino e farlo conoscere ai lettori de L’Opinione.

Nipote e figlio d’arte. Sia tuo nonno che il tuo papà erano impresari teatrali e organizzatori di feste di piazza. Quando hai capito che volevi fare questo mestiere?

Avevo appena dieci anni quando mi ritrovai al fianco di Pietro de Vico ed Anna Acampora, in una trasmissione televisiva di Canale 21. All’epoca il titolare era il commendatore Achille Lauro. Poi la scuola, le recite di fine anno, le varie rappresentazioni. C’era chi portava in scena Pirandello, chi Pulcinella, chi Arlecchino: io, portavo la sceneggiata. Ricordo la prima volta: a 12 anni interpretai Aiello Salvatore, un capolavoro del grande capo, ossia il mio maestro Mario Merola. Merola frequentava spesso casa mia, lui e mio padre erano grandi amici dagli anni Cinquanta. Ecco l’amore per l’arte, sono cresciuto con pane e teatro. Ricordo di quante giornate passate nel tempio della sceneggiata, il Teatro 2000, ad assistere alle prove. Lì c’erano tanti grandi attori, alcuni dei quali, dopo qualche tempo ho avuto l’onore di avere al mio fianco.

Fino a pochi anni fa esisteva il mercato dei cantanti da matrimoni e delle feste di piazza che avveniva prettamente nella galleria Umberto I, a Napoli. Un vero e proprio mercato con tanto di quotazioni come per la borsa. Quanti luoghi comuni esistono sul ruolo del cantante cosiddetto della Galleria?

La Galleria era il luogo storico per il mercato degli artisti. Senza distinzioni di generi o provenienze. Solitamente arrivava gente da tutto il mondo per contrattare con artisti, produttori, comitati, sindaci. In Galleria mio padre aveva l’ufficio, come molti impresari dell’epoca. Ma ahimè, con l’avvento della tecnologia tutto questo non c’è più. Oggi c’è internet, i telefoni cellulari. In un istante sei in contatto direttamente con l’artista. Per quanto rapido e veloce, a me piaceva di più l’epoca della Galleria. C’era un scambio relazionale, umano. Un ritrovo di amici. Il lunedì ed il venerdì erano le giornate calde per procacciare lavoro a tutti. E lì si vedevano i veri organizzatori, i veri impresari. Oggi tutti possono definirsi tali, ma pochi ne sono realmente all’altezza, molti sono improvvisati. Ricordo il papà di Laura Pausini che spesso scendeva a Napoli alla Galleria per promuovere la figlia, ancor prima di Sanremo e del successo. Ricordo che spesso passavano grandi artisti del calibro di Franco Franchi, Sergio Bruni, Mario Abbate, Mario Merola, ed era bello vederli, un’emozione. Oggi l’artista, il cantante in genere è diventato l’amico della porta accanto. Invece sono del parere che l’artista deve essere privilegiato e riservato, all’epoca era così. Bei tempi che non ritorneranno mai più. Purtroppo.

Hai intrapreso il genere teatrale della sceneggiata quando avevi avuto già molto successo come cantante. Come è arrivata l’intuizione di proporre un genere che sembrava destinato alla fine?

Era la fine degli anni ‘90 ed il grande maestro Alfonso Chiarazzo, autore di grandi successi, come Ciente Catene, Malufiglio, Freve ‘e gelusia, mi vide in tivù su un canale Sky, Napolinternational e mi contattò. Aveva una canzone che secondo lui solo io potevo interpretare. Da lì mi spronò a rispolverare la Sceneggiata. Ero sinceramente titubante. Di comune accordo decidemmo di estrapolare qualche brano tratto da sceneggiate di successo e le portammo dal vivo in televisione. Subito dopo mi chiamò la redazione di italiani nel mondo e mi invitò in America al Columbus Day. Al ritorno chiesi di avere un teatro prestigioso su Napoli e mi fu dato il Teatro Sannazaro, da lì è partita una sfilza di teatri molto importanti in tutta Europa. Dal Brancaccio di Roma al teatro comunale di Carpi, al Manzoni di Milano, il Palazzo dei Congressi di Bruxelles e tanti altri, fino ad ottenere il più prestigioso di Napoli, il teatro San Ferdinando: il teatro di Eduardo. Quando mi soffermo a pensare tutto questo non mi sembra vero…

 Il pubblico che segue la sceneggiata è viscerale, tanto da confondere e fondere la realtà con la finzione. Da cosa deriva tutta questa partecipazione da Corrida, per una trama che il più delle volte è sintetizzata in “isso, essa e ‘o malamente”?

La sceneggiata è la realtà della vita portata sulle tavole del palcoscenico, per questo il pubblico sanguigno, viscerale e ricco di sentimenti è partecipe. In questa particolare forma d’arte vige il vero sentimento, il bene prevale sul male e, ‘o malamente adda murì! Mai nella realtà, questo è ovvio. Stiamo parlando di finzione scenica. Mi è successo spesso nella fase in cui isso (lui) ammazza ‘o malamente (il cattivo), sentire dal pubblico una voce che dice: accirelo a ‘stu fetente! A me d’istinto viene da ridere ma vado avanti. Ricordo in un lavoro ‘E figlie so’ piezze ‘e core nel finale morivo. Tutte le sere sentivo le lacrime i singhiozzi dalla platea e quando lo spettacolo giungeva al termine, genitori e bambini ancora con gli occhi lucidi, venivano nei camerini e dicevano ai piccoli ‘e vist’ nun è muorto, eccolo qua è vivo. Così i piccoli placavano il loro pianto e mi abbracciavano. Tutto bello, tutto vero. Io amo questo genere, in esso mi sento realizzato.

La sceneggiata è molto amata anche tra i figli e i nipoti degli emigrati negli Stati Uniti. Ormai è assodato che tu sei l’erede di Mario Merola. C’è un’erede anche per la regina degli emigranti Gilda Mignonette?

Essere definito erede è una grande responsabilità, io sono un allievo del grande Merola. Lui resta sempre il re indiscusso di questo genere. Stesso discorso vale anche per la regina Mignonette. Ci sono delle brave artiste come ad esempio Valentina Stella, Serena Rossi, Serena Autieri, la divina Lina Sastri. Ma hanno altre personalità, sono il risultato di chi la storia l’ha fatta davvero.

Perché ti sta stretto il termine neomelodico se la sua definizione letterale è la seguente “Neomelodico: colui che si ispira in chiave moderna alla canzone melodica di tradizione italiana, specialmente napoletana”

L’aggettivo neomelodico non mi sta stretto: mi dà proprio fastidio. Il che è diverso. Mi infastidisce l’idea che si generalizzi. Oggi ci sono troppi sedicenti cantanti, la gente è confusa e spesso l’aggettivo neomelodico viene affiancato al malaffare, alla camorra. Un nesso inesistente, tra l’altro. Dopo trent’anni di sacrifici non mi va che debba essere definito tale, per poi sembrare agli occhi di tutti, “il cantante napoletano” il neomelodico della camorra. Ho fatto tanti sacrifici per essere semplicemente un modesto interprete della canzone e del teatro napoletano e, a vita resterò un umile servitore del mio popolo. Sono un artista, o meglio, un cantante-attore italiano, che recita e canta in napoletano, punto. Infatti Wikipedia così mi definisce (sorride).

Hai mai avuto la sensazione di essere stato invitato in qualche programma ad hoc per strumentalizzare il ruolo del cantante napoletano nel panorama musicale italiano?

è capitato ma non ho accettato. Fortunatamente ho ancora l’intuito e porto avanti un motto: rinunciare per crescere. La tivù è magica, quella scatoletta può costruirti o distruggerti in un attimo e bisogna stare attenti. In questo sono molto astuto, chiedo di che si tratta e firmo contratti per la messa in onda, se mi conviene accetto, altrimenti rinuncio. Due minuti in tivù, specie quelle nazionali, non fanno la gloria di una vita. Per questo c’è tempo.

Hai avuto due figli da giovanissimo, ti dispiace che nessuno dei due abbia seguito le tue orme?

A dire il vero il maschio ha le doti per intraprendere la strada dell’arte. Lui canta divinamente ed essendo laureato in lingue, ha tante dizioni perfette. Canta perfettamente in inglese e spagnolo, l’ho avuto al mio fianco in vari spettacoli teatrali come attore-cantante e, non perché è mio figlio, ma è più bravo di me. Lui però ama viaggiare e ha trovato il lavoro che sognava. Ora è uno steward di una nota compagnia aerea. Sono felice per lui, ma in un angolino del mio cuore, avrei tanto voluto continuasse l’arte. È un ragazzo molto intelligente. Quando faceva musica aveva scelto il nome d’arte Jak Otto, faceva un genere completamente diverso dal mio. Un giorno mi disse una cosa bellissima: Ho scelto di non usare il cognome Ottaiano, perché non voglio essere agevolato dal fatto di essere tuo figlio. Lì ho capito che comunque è testardo, autonomo, con ottime prospettive. Se volesse tornare a fare l’artista, io sono qui a braccia e cuore aperto ad aspettarlo. È giovanissimo chissà un domani mah, io ci spero.

 Negli ultimi anni sono nate numerose scuole di musical, hai mai pensato di creare una scuola- laboratorio della Sceneggiata?

Sì, ci avevamo pensato ma non sono state ascoltate le nostre intenzioni da parte della classe politica. Avevo coinvolto attori e maestri di grande spessore: per la recitazione Gigi Savoia, per la dizione Anna Maria Ackermann. Nomi dello stesso calibro per le altre discipline. Avevo preparato un bel progetto, una scuola di formazione teatrale, cineforum tematici, pacchetti ad hoc per turisti. Spettacoli della tradizione classica napoletana, matinée per le scuole. Nel progetto era incluso anche un festival La Nuova Napoli canta. Insomma un bel progetto veramente, ma ripeto, non sono stato ascoltato. Non demordo per il futuro.

La pandemia ha stravolto la vita di tutti, soprattutto degli artisti. Che stagione è questa per Antonio Ottaiano?

Spero sia una stagione ricca di lavoro per tutti, non solo per me. Una stagione che dia l’opportunità di recupero in ogni settore, specie in quello dell’arte che è stato un po’ abbandonato nella guerra Covid-19.

Cosa ti aspetti dal futuro?

Il futuro ce lo dobbiamo costruire giorno per giorno. Mi auguro che non venga più un virus, per esempio, mi auguro che l’umanità possa vivere più serenamente. Mi auguro lavoro per tutti e che non venga mai trascurata l’arte perché è il passaporto per il mondo. La cultura napoletana è patrimonio dell’umanità e va preservata e rispettata.

Che rapporto hai con i giovani colleghi?

I giovani colleghi li amo di bene a tutti. Molti sono educatissimi e rispettosi nei miei riguardi. A loro auguro tutto il bene del mondo, potrebbero essere miei figli e sono felice dei loro successi. Li invito sempre a studiare. Un motto che uso spesso: per capire dove vuoi andare devi sapere da dove vieni. Anch’io sono stato giovanissimo ma erano altri tempi, era più dura: Comunque vada sarà un successo.

(*) Foto: Enzo Calone - Ernesto Russo

https://www.facebook.com/antonio.ottaiano.77