Nei grandi libri della letteratura è possibile capire quale sia l’essenza dei sentimenti e delle passioni umane, che dominano il nostro animo alternandosi tra loro, l’amore e l’odio, il rancore e il risentimento, la indulgenza e la misericordia per la imperfezione delle creature umane. Un classico della letteratura occidentale, I quaderni di Malte Laurids Brigge di Rainer Maria Rilke, pubblicato dalla casa editrice Adelphi nella collana Biblioteca, si offre al lettore con la profondità dei pensieri e la bellezza poetica delle immagini, incantandolo e emozionandolo. Il libro si apre con l’io narrante, un nobile decaduto di origine danese, che si aggira per le vie del quartiere latino a Parigi, e scopre che scrutando la realtà, da cui è circondato, impara a vedere, avendo la percezione di recessi presenti nella sua vita interiore, di cui ignorava la esistenza. Guardando un hotel, dove la gente povera e sofferente attende la morte, ricorda la scomparsa di un suo antenato, il nonno, il ciambellano Brigge, che da bambino gli sembrava portasse la morte con sé. A Ulsgaard, la sontuosa dimora di famiglia in Danimarca, la morte appare nel ricordo dell’uomo maturo come una forza indomabile associata ad un empito di distruzione. Nel libro, le immagini e i pensieri si mescolano in modo costante con i ricordi che affiorano dal passato, legato alla giovinezza del protagonista vissuta in Danimarca. L’io narrante mentre cammina per la strade di Parigi, si trova di fronte, girato l’angolo, un uomo proveniente dagli Champs-Élysées.

L’uomo, appoggiato ad una gruccia, lo stupisce con il suo sorriso spontaneo con cui esprime la sua meraviglia per quanto di meraviglioso vi è in ogni cosa, nella luce, nel volto delle persone, negli enti percepiti dai sensi. Subito dopo, il protagonista di questo classico della letteratura, riflette sulla scrittura e perviene alla conclusione che i versi poetici è possibile scriverli, soltanto dopo avere compreso il valore della dolcezza e della saggezza. È possibile che, malgrado lungo i secoli si siano avute manifestazioni sublimi della capacità creativa degli uomini, nelle arti, nel pensiero e nella poesia, non si sia ancora riusciti a dire nulla di reale e di importante, oltre alla descrizione della superficie della vita. A questo punto, nella narrazione, l’io narrante si chiede se sia possibile riporre la propria fede in Dio, senza temere di vederla dissolta nei momenti di dolore e disperazione con cui ogni individuo nella propria vita deve confrontarsi. Ricorda quando, rimasto orfano in tenera età, sedeva privo di volontà, di coscienza e di piacere alla tavola su cui dominante era la figura del nonno, un aristocratico danese. Ricorda come il conte Brahe, supponendo di fare un regalo a suo padre, gli parlasse della morte della moglie con naturalezza e spontaneità. Per il conte, la morte era un lieve incidente, poiché assumeva importanza la successione incessante del tempo, sicché le persone, presenti nella sua memoria, erano ritenute sempre ed in eterno esistenti.

Malato, povero, nobile decaduto, trovandosi in un ambulatorio di Parigi, il protagonista del libro riflette sulla paura che la malattia, chiamata la Cosa Grande, è capace di suscitare nell’animo di ogni individuo. A questo proposito, riflettendo sul significato di una immortale Poesia di Baudelaire, intitolata Une Charogne, pensa che l’essenziale nella vita sia consolare con il cuore delle lunghe notti d’amore il lebbroso, chi è vittima della ingiustizie umane, chi soffre nelle camere di tortura, che sperimenta l’angoscia e la solitudine negli ospizi e nelle carceri, sotto gli archi dei ponti desolati in autunno. Questa sofferenza e questo dolore gli appaiono segnati dalla loro lunga durata e perennità. Ricorda come la madre, mentre addolorata gli confessava la imminenza della sua morte, lo esortava ed invitava a non essere distratto ed indifferente rispetto alle cose essenziale della vita. Gli diceva, prima di separarsi da lui per sempre, di non dimenticare mai di formulare un desiderio, poiché non esistono nella vita adempimenti ma, diversamente, desideri destinati a durare, finché si è in vita. Mentre la madre gli leggeva da bambino le favole, non era per distrarlo, ma per instillargli nell’animo l’idea poetica del meraviglioso che gli elementi naturali hanno la capacità di fare emergere dalla realtà.

Subito dopo la morte della madre, il protagonista ricorda come venne colpito dal fascino seducente della giovane cantante Abelone, a cui indirizzava lunghe lettere colme di tenerezza e ardore sentimentale. Osservando le giovani donne disegnare nei musei di Parigi, pensa che per loro la essenza della vita consista nel passare da un godimento ad un altro. In fondo le donne per secoli sono state le protagoniste dell’amore, visto che hanno sempre recitato l’intero dialogo, ovvero entrambe le parti. L’uomo si è limitato a ripetere male il loro insegnamento con negligenza e manifestando la gelosia, che non è altro che una forma di negligenza. Pensa ad Abelone, insonne nella sua stanza, che, con l’animo tormentato dal desiderio, per trovare consolazione, apriva la finestra ed osservava le stelle, comprendendo come queste fossero la fonte di ogni letizia e libertà. Una parte notevole nel libro è dedicata alla paura della morte da cui si sentiva assalito, l’io narrante, nelle città visitate durante la sua vita. Si accorge che era proprio la paura della morte, generata da una forza sovrumana e indomabile, a favorire la formazione di pensieri sublimi da cui ricavava consolazione e serenità. Ricorda che a San Pietroburgo, nel corso di un viaggio, la paura della morte lo terrorizzò. Tuttavia osservando un signore che suonava il violino, ed un altro che recitava poesie di Puskin e Nekrasov comprese come l’arte possa rendere sopportabile il movimento incessante della terra e quindi la vita nelle sue diverse fasi, infanzia, giovinezza e vecchiaia. Infatti recitare poesie per Nikolai Kusric, questo il nome del cittadino di San Pietroburgo, significava ritrovarsi con qualcosa di stabile che poteva guardare senza avvertire timore. Se in quei giorni un pittore avesse cercato un modello perfetto per dare forma alla idea del Paradiso, lo avrebbe trovato nella figura del re appagato, dipinta su di una alta finestra del Louvre di Parigi, sotto l’architrave delle loro spallette. Il re sfoglia il libro intitolato La vita del lungo studio, di cui è autore Christine De Pisan, nella parte in cui si medita sulle tante amarezze, manifestate dalla lacrime che gli occhi distillano. Il re, leggendo questo libro, capisce che la vera consolazione inizia quando la felicità è scomparsa e trascorsa per sempre. Questo è un libro che ogni studioso di letteratura dovrebbe leggere con attenzione.