Per il lettore è difficile distaccarsi da un libro, come questo intitolato “Antonino Pio e Marco Aurelio. Maestro e allievo all’apice dell’impero”, edito dalla Rizzoli, di cui è autore un esimio e grande studioso del mondo antico, quale è Andrea Carandini. Nel suo libro, Carandini, da grande studioso del mondo antico, citando l’opera fondamentale di cui è autore lo storico Svetonio, “Le vite dei dodici Cesari”, osserva che nel secondo secolo, tra il 96 ed il 180, si succedono al vertice del potere imperiale cinque imperatori considerati degni di stima e ammirazione: Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio, e Marco Aurelio. Altri imperatori, appartenenti alla dinastia Giulia Claudia e ai Flavi, sempre secondo Svetonio, erano stati governanti mediocri e poco avveduti.

Per capire come l’impero con il governo di Antonino Pio e di Marco Aurelio riuscì a raggiungere l’apogeo, Carandini ricorda quanto fosse importante la competenza e la responsabilità nella conduzione di un governo così delicato e complesso, vista la sua vastità territoriale. Infatti, l’imperatore Adriano si preoccupò di assicurare una formazione filosofica, letteraria e giuridica di primordine ai suoi successori, affidando l’educazione di Lucio Vero e di Marco Aurelio ai migliori intellettuali e pensatori greci del suo tempo. L’imperatore Adriano, è stato il fautore di una organizzazione dell’ordine politico che ha reso possibile nel II secolo gli anni aurei dell’impero, di cui si occupa lo storico Carandini attraverso il racconto della vita di Antonino Pio e di quella di Marco Aurelio.

La successione alla guida dell’impero avveniva per merito, nel senso che attraverso la adozione dell’erede designato l’imperatore in carica stabiliva chi dovesse succedergli al momento della morte, scelta che cadeva su chi fosse considerato capace e competente. Soltanto la discendenza femminile da Traiano, ricorda lo studioso, assumeva valore, ovvero quella che passava da Ulpia Marciana, sorella dell’imperatore, e da Salonina Matidia, figlia di Marciana, e le sue figlie Vibia Sabina, moglie di Adriano, e Rupilia Faustina, madre di Faustina Maggiore, che sarà la moglie di Antonino Pio. Sono queste donne della ricca e raffinata aristocrazia romana, che portano in dote l’impero ai loro mariti, destinati ad assurgere al sommo potere romano.

È straordinaria la capacità di Carandini di far comprendere al lettore la differenza esistente tra la corrente filosofica dello Stoicismo, che aveva formato il carattere e la personalità di Antonino Pio e, soprattutto, di Marco Aurelio, e lo stile di vita dovuto alla famosa seconda sofistica, che, invece, esercitò grande potere di seduzione sulla figura di Lucio Vero. A questo proposito, nel libro vi è un capitolo dedicato alla figura di Erode Attico, che agli occhi dei romani incarnava e personificava i vizi e la predilezione per la ostentazione e la vita dissoluta, la cui provenienza era legata al mondo culturale orientale. Ritornato a Roma, dopo essere stato proconsole nelle provincie dell’Impero in Asia, Antonino Pio viene invitato a fare parte del consiglio, una sorta di consiglio di Stato, istituzione che sotto il suo impero assunse un ruolo preminente rispetto al senato, ed in cui erano presenti i vertici del potere imperiale come il prefetto del pretorio ed il prefetto urbano.

Antonino, seguace degli stoici, ha rinunciato al fasto, scegliendo uno stile di vita improntato alla sobrietà e semplicità. Antonino Pio, di cui Marco Aurelio ha delineato un ritratto memorabile nel suo libro immortale “Pensieri”, era molto accorto nella guida dell’impero e non assumeva nessuna decisione rilevante senza prima consultare gli esperti che sedevano nel consiglio, istituzione il cui ruolo era stato accresciuto dal suo predecessore Adriano, che aveva delimitato i confini dell’Impero, pensando e supponendo che dovesse durare per l’eternità. Antonino Pio ci appare come l’imperatore che ha impersonato l’apice dell’Impero, anche se ha accresciuto il carattere monarchico del medesimo. Durante gli anni del suo governo, la frontiera è stata avanzata di trenta chilometri, fino alla Britannia, e questa è stata, storicamente, l’estensione maggiore raggiunta dall’Impero romano.

Marco Aurelio, divenuto imperatore con l’approvazione del senato e dei pretoriani, ha voluto associare nell’esercizio politico del governo dell’Impero romano Lucio Vero, per rispettare la volontà dell’imperatore Adriano, che aveva dato precise disposizione a proposito della terza generazione per la successione alla guida del vasto impero. Scrivendo in greco il suo libro fondamentale intitolato “Pensieri”, Marco Aurelio ricorda i filosofi stoici come Zenone e Epitteto da cui aveva appreso a sopportare la fatica, ad accontentarsi di poco, a sapere fare da sé, a non occuparsi delle cose altrui, ad avere il senso della libertà e responsabilità, a non provare attrazione per l’artificiosa ed esibita eloquenza  dei sofisti, a volgere lo sguardo sempre ed in ogni circostanza alla ragione e a leggere i testi con grande attenzione filologica.

Nel libro vi è un capitolo dedicato alla orazione di Elio Aristide, intellettuale che tenne una orazione pubblica nel 144. In questo testo letterario, l’autore osserva nella sua orazione pubblica che a Roma regna una grande e bella uguaglianza tra l’umile ed il grande, tra il povero ed il ricco, tra l’aristocratico e chi ha umili origini. La costituzione, nota Publio Elio Aristide, che ha dato vita all’ordine politico imperiale, si basa su di un compromesso tra tre forme diverse di governo: la monarchia, la oligarchia e la democrazia. Nel libro il professore Carandini ricorda, da grande intellettuale e studioso, l’indistinzione tra il potere politico e la religione pagana, a capo della quale vi era Giove, fatto che spiega come sovente siano stati divinizzati gli imperatori a cui vennero dedicati alcuni templi.

La decadenza dell’Impero romano iniziò a causa di tre eventi, mentre era guidato l’Impero da Marco Aurelio, descritti e indicati nel libro: la pestilenza proveniente dall’Oriente, la pressione dei barbari che si erano spinti fino alle porte di Ravenna, e la diffusione del Cristianesimo, che metteva in discussione la sacralità dello Stato romano. Alla fine di questo libro bello e colto, il professore Carandini ricorda, citando un giudizio di Isaiah Berlin, che tra i greci e noi nella storia umana si sono avuti tre svolte epocali; la nascita dell’Ellenismo, il Rinascimento in Italia nel Quattrocento, e la formazione della corrente letteraria del Romanticismo in Germania alla fine del Settecento. Un libro che gronda erudizione da ogni pagina. Pregevoli i saggi, a firma di giovani studiosi, che seguono alla dotta esposizione di Andrea Carandini.

Andrea Carandini, “Antonino Pio e Marco Aurelio. Maestro e allievo all’apice dell’impero”, Rizzoli