Ormai cinquant’anni fa, la mattina del 25 novembre 1970, a mezzogiorno circa, una Tokyo immersa nella quotidiana, nevrotica corsa al business era improvvisamente interrotta da una notizia incredibile: in pieno centro cittadino, il quartier generale dell’esercito giapponese era teatro d’ un singolare “pronunciamento” (che era, però, soprattutto una testimonianza, non certo un tentativo di golpe). Le news si susseguivano contraddittorie, mentre reparti dell’esercito fedeli al governo si affrettavano a circondare la caserma, con scene da America Latina. Uno sconosciuto ufficiale, all’interno dell’edificio, arringava con forza le truppe. L’ideatore dell’azione – la cui vita, diremmo, in sintesi era stata soprattutto una “senechiana”, lunga preparazione alla morte – era Yukio Mishima (all’anagrafe Kimitake Hiraota). Lo scrittore, 45nne, già tre volte candidato al Nobel per la Letteratura, autore di capolavori come l’autobiografico “Confessioni di una maschera” e la tetralogia “Il mare della fertilità”, e che persino i “nemici” statunitensi, sulla prestigiosa testata “Esquire”, pochi mesi prima di quel novembre 1970 avevano salutato come “Hemingway giapponese”. Il letterato appassionato di Gabriele D’Annunzio (di cui era stato valido traduttore, per “Il martirio di San Sebastiano”) ed esteta fautore d’una visione rivoluzionaria dell’omosessualità (da molti accostato, così, a Oscar Wilde, Federico Garcia Lorca, Pier Paolo Pasolini). L’intellettuale e giornalista che, pur proclamandosi “apolitico” o addirittura “antipolitico”, nel ’67 non aveva esitato a scrivere, con Yasunari Kawabata ( destinato a morire, anche lui probabilmente suicida, solo due anni dopo Mishima) e altri due autori, la “Dichiarazione dei quattro”, appello all’opinione giapponese e mondiale contro gli eccessi della “Rivoluzione culturale” in Cina; e in seguito, pur da posizioni diversissime, aveva tentato il dialogo coi contestatori di sinistra giapponesi del Sessantotto.

Personaggio complesso, al tempo stesso intellettuale profondamente legato a valori e tradizioni storiche del Giappone e quasi “icona” della cultura pop anni Sessanta–Settanta (con rilievo massmediatico paragonabile, “mutatis mutandis”, a quello di Madonna oggi), Mishima, nato nel 1925 a Tokyo, per amara ironia della sorte non può partecipare alla Seconda guerra mondiale, venendo riformato (forse erroneamente) per costituzione fisica troppo gracile, e “si consola” lavorando, in quegli anni, in una fabbrica d’armi. La mattina del 25 novembre 1970, a Tokyo, lo scrittore, ormai di successo, si reca (non senza aver preavvertito, da uomo mediatico, giornalisti e fotografi), insieme ad alcuni epigoni del suo gruppo paramilitare “Società degli scudi”, al quartier generale dell’esercito nipponico, dove hanno appuntamento col generale Kanetoshi Mashita, veterano della guerra. Dopo una rapida azione diversiva, immobilizzato il generale, Mishima, dalla terrazza dell’edificio, arringa il migliaio di soldati del XXXII Reggimento fanteria (un’unità di particolare prestigio), esprimendo i punti del suo “Manifesto”: in sostanza un proclama all’esercito affinché insorga contro la classe dirigente d’un Paese che, dopo la sconfitta in guerra e l’umiliante trattato di San Francisco del 1951, si è ridotto (forse più di Germania e Italia) a sostanziale colonia degli Usa, abdicando non solo alla sovranità politico-militare, ma al suo stesso patrimonio spirituale e culturale, sostituito dalla logica yankee del “business uber alles”. Ma la maggior parte dei militari non ascolta lo scrittore, anzi inizia a deriderlo. Lui, allora, dopo aver gridato tre volte all’indirizzo dell’imperatore (inteso in senso non fisico ma quasi metafisico, come incarnazione delle presunte origini divine del Giappone), rientrato nell’ufficio del generale, si toglie la vita, eseguendo il “seppuku”, il terribile rito del suicidio mediante harakiri: nella cultura nipponica non motivo di vergogna, ma simbolo, anzi, di estrema dignità del samurai. Dopo esser stato seguìto – alquanto maldestramente – dal fido luogotenente Akio Morita, ambedue vengono decapitati, a completamento del rituale, dall’altro seguace Hiroyasu Koga. Nulla di paragonabile, chiaramente, all’ “Incidente del 26 febbraio”, il tentativo di putsch (sanguinosamente represso) organizzato, nel 1936, da un gruppo di giovani ufficiali inferiori dell’esercito, sorta di “Giovani turchi” nipponici, per rimuovere dal governo e dalla dirigenza militare i capi delle fazioni rivali e gli oppositori ideologici alle loro istanze di rinnovamento politico-sociale e imperialismo aggressivo. Né al golpe che undici anni dopo Mishima, in Spagna, tenterà il gruppo di nostalgici del franchismo, non privo di appoggi nelle forze armate, guidato dal colonnello Antonio Tejero Molina. Il tentativo di Mishima (anche se non si può escludere che qualche suo seguace sperasse in un estendersi del moto) aveva il senso soprattutto di testimonianza, di disponibilità al martirio per riaffermare l’identità di un popolo. In questo, il paragone può essere semmai con Jan Palach, immolatosi l’anno prima, nel 1969, a Praga per protestare contro l’oppressione sovietica. Nella stampa “allineata”, si cercherà di screditare lo scrittore sostenendo la tesi della sua improvvisa infermità mentale: tesi incredibilmente (?) ancora sostenuta, pochi anni fa, ad esempio da “Repubblica” nel ripubblicare, nella sua collana di testi d’autore, “Confessioni di una maschera”.

Cinquant’anni dopo, in un Giappone distratto e sempre più proteso alla corsa a una leadership mondiale nei beni ad alta tecnologia che ora, però. è sempre più insidiata dall’amica-rivale Cina, cosa rimane della lezione etica e spirituale di Yukio Mishima? Poco e, al tempo stesso, abbastanza: perché le vicende del Giappone contemporaneo, passato nel 2019, con l’incoronazione del centoventiseiesimo imperatore, Naruhito, al “Periodo Reiwa”, han dato ragione (un po’ come accaduto da noi con Pasolini) alle preoccupate profezie anni Settanta di Mishima su degenerazione partitocratico–scandalistica della politica, ulteriore perdita d’identità nazionale in un mondo sempre più multipolare, degrado ambientale (esploso specialmente nel 2011 col dramma di Fukushima). Oggi, in Giappone – un po’ come nella Russia post sovietica – tanti giovani rileggono i classici della letteratura nazionale, riscoprendo tante preveggenti pagine di Mishima; mentre la modifica alla Costituzione approvata, nel primo decennio del 2000, dal Parlamento – che autorizza finalmente missioni militari giapponesi all’estero, in operazioni di peacekeeping – ha segnato un passo avanti nel recupero della dignità nazionale, di cui l’autore di ”Confessioni di una maschera” sarebbe stato davvero contento.

Yukio Mishima. Ultimo samurai” è il titolo di un libro-racconto, a fumetti (2019), opera di Federico Goglio, giornalista, saggista e musicista rock, e Massimiliano Longo, artista e disegnatore di fumetti d’autore, che rientra pienamente nella linea dall’editore, Ferrogallico (“creiamo graphic novel e opere di graphic journalism, tramandando personaggi e storie su cui grava il silenzio del conformismo culturale, del “politically correct”, spiega Goglio). Al di là del non condividere le sue idee politiche, il valore dell’esempio di Mishima diventa richiamo ad una lotta per la libertà e per il mantenimento della propria identità, culturale e civile che, a maggior ragione nel mondo di oggi, riguarda ognuno di noi, come lotta per essere noi stessi e restare fedeli alla nostra natura.

Federico Goglio-Massimiliano Longo, “Yukio Mishima. Ultimo samurai”, Ferrogallico