Testimonianze: una vita per la scuola

Ho cominciato ad insegnare a quindici anni, ai miei fratelli minori, quando frequentavo il primo anno di liceo al “Galileo” di Firenze. Mio padre, ufficiale di carriera, era partito per la Russia, come Capo di Stato Maggiore nel “Corpo di Spedizione Italiano” (Csir) al comando del generale Giovanni Messe. Una delle mie vocazioni era già allora quella dell’insegnamento, perché avevo potuto constatare lo zelo, la cultura e l’amore degli insegnanti, che allora si chiamavano, ed erano, “educatori”, e avevo già letto i princìpi fondamentali della Riforma dell’educazione di Giovanni Gentile: “Entrando in iscuola e accostandosi a quel fanciullo a cui non si deve soltanto magna reverentia ma lo stesso culto che a tutte le cose divine, l’educatore deve sentirsi in alto, molto in alto, e deve perciò lasciar cadere di dentro a se stesso tutte le sue preoccupazioni e passioni, e i pensieri prosaici del giorno e di tutti i giorni. Il fine della vera educazione è quello di dare equilibrio allo spirito, di non opprimerlo sotto il peso delle cose umane così come delle cose divine, ma neppure di esaltarlo a dismisura, di non lanciarlo nel mondo astratto dei sogni, ma nemmeno di stritolarlo con la ferrea catena di una realtà inumana, di dargli l’unità attraverso la molteplicità dell’esperienza e della vita”. Gentile era per una scuola libera e aperta a tutti, ma diceva anche “chi ha gambe da salire salga”, senza con ciò negare ai figli dei più poveri di giungere alle più alte vette, e senza pretendere che vi arrivassero, comunque, i figli dei ricchi o dei potenti. E concludeva: “Che si guadagna a distruggere le scale?”.

Ebbene, ogni pomeriggio nella mia casa, in via del Lasca, il soggiorno diventava un’aula scolastica e io assistevo nei loro compiti i miei fratelli minori (cinque o sei degli undici che saremmo diventati alla fine), aiutandoli e interrogandoli. Nella scuola, sia come alunno che come educatore (oggi certe insegnanti educano i bambini a suon di botte o scagliando libri in faccia anche ad alunni del liceo), io ho ricevuto solamente elogi, premi e riconoscimenti vari, e in questo campo la mia è una storia più unica che rara.  Sono una diecina le città in cui ho frequentato come alunno le scuole, perché mio padre quasi annualmente veniva trasferito, a volte anche nel corso dell’anno scolastico, per incarichi sempre più alti. Ho cominciato a Napoli la scuola elementare, sino a Bologna; a Roma, negli esami di settembre, ho saltato la quinta al “Buonarroti”; a Castellammare di Stabia ho frequentato la prima media, presso i Salesiani, tanto apprezzato e “amato” che gl’insegnanti, preti, mi facevano le carezze e nella vigilia della Pasqua, mentre sul palcoscenico del teatrino alcuni alunni recitavano la “Sacra rappresentazione”, uno dei frati che mi stava seduto accanto fra il pubblico m’infilò la mano fra le cosce nude. A Palermo ho frequentato la prima classe del Ginnasio al “Vittorio Emanuele II”, e, avendo ricevuto alla fine dell’anno la medaglia d’argento come il migliore alunno di quella scuola, ho saltato la seconda classe. A Firenze ho frequentato la prima classe del liceo “Galileo” (dove ebbi fra i compagni Giovanni Spadolini); nuovamente a Bologna, ho frequentato per tre mesi, da gennaio a marzo, la seconda, che ho terminato ad Orvieto, dall’aprile al dicembre del 1943; a Vignola, per abbreviare ulteriormente i tempi, tanto ero assetato del sapere, saltai la terza classe.

Come “educatore” cominciai la mia carriera al convitto nazionale “Tommaso Campanella” di Reggio Calabria, dove la mia famiglia, con una fuga allucinante, su mezzi di trasporto improvvisati, si era rifugiata per sottrarsi alla “mattanzadei rossi, in un esilio di stenti, di miseria e di fame. Credo che nessuno oggi sappia che cosa fossero allora, nel 1946, i convitti nazionali, specialmente nel Sud. Il rettore del “Campanella” (si chiamava Gavino Mudu) si comportava come un feudatario e trattava i suoi dipendenti come dei servi, e se uno si lamentava per qualunque motivo, rispondeva: “Questa è casa mia e faccio quello che mi pare. Nessuno vi obbliga a starci: se non vi va ve ne potete andare”. E a maggiore umiliazione aggiungeva: “Se restate vuol dire che vi conviene”. A quell’epoca gli istitutori venivano assunti come supplenti in prova con un compenso “in natura”, consistente in vitto e alloggio soltanto: un sistema che consentiva al rettore di licenziarli dopo il “periodo di prova” (tutti i pretesti erano buoni), per assumerne altri e così andare avanti senza mai sborsare una lira. A Reggio Calabria, nonostante le rette salate dei convittori, molti dei quali erano figli di ricchi proprietari della regione e alcuni anche di boss, il vitto era scarso e scadente, e non erano ammesse alternative o aggiunte di sorta. Io ero appena arrivato e non conoscevo ancora i “Regolamenti”, per cui un giorno versai nel mio piatto (il menu molto spesso consisteva in un pugno di fave e uova sode) alcune gocce d’olio da una lattina che avevo comprato. Il rettore, che passeggiava lungo il refettorio, mi vide e mi aggredì davanti ai convittori: “Come osa? È così che dà l’esempio ai suoi educandi?”. Scottato da quel liscio e busso, e desideroso, come sempre ho fatto di fronte a un’ingiustizia subìta, di mettere in chiaro le cose, il pomeriggio mi recai dal rettore per fargli presenti le particolari condizioni del mio stomaco, già compromesso dallo squallido menu di casa mia, consistente il più delle volte in una brodaglia di verdura che mia madre andava a raccogliere o a elemosinare nella campagna vicina. Ma lui non mi fece nemmeno finire di parlare. “È così che mi ringrazia, dopo che per un gesto di pietà, non perché io ne avessi bisogno, l’ho tolta dalla strada?”. Poiché durante il giorno non avevo che qualche ritaglio di tempo da dedicare allo studio, quando i convittori si recavano nelle loro classi, approfittavo delle ore notturne. Dopo che tutti i miei ragazzi si erano addormentati (dormivo insieme a loro, in un angolo della camerata, diviso da una tenda), zitto zitto estraevo il cassetto del mio comodino, mi ritiravo nel bagno e lo rovesciavo sopra il lavabo a mo’ di scrivania. Quell’espediente non durò molto. Una notte ero alle prese con una delle Odi di Orazio quando all’improvviso sopraggiunse il rettore, che mi fece una solenne lavata di capo perché consumavo la luce (di casa sua).

Dopo un periodo di ambientamento, quella vita cominciò a rendermisi tollerabile. Tutti i convittori mi stimavano e mi volevano bene ed erano felici quando potevano intrattenersi e discorrere con me. Durante la pausa dopo il pranzo, quando ci recavamo nel cortile, ma anche in altre occasioni, si contendevano addirittura il posto al mio fianco, mi confidavano i loro problemi, i loro dispiaceri, le loro piccole gioie. Il feudatario ne era geloso, e forse anche invidioso, non solo per l’affetto che mi mostravano tutti ma anche perché scrivevo articoli per due giornali, il Corriere di Calabria e il Giornale di Messina, dirigevo il settore culturale dell’Associazione goliardica (che avevo fondato con altri) ed ero socio della Fill (Federazione italiana liberi intellettuali), tenevo conferenze in una sala del Comune, recitavo mie poesie e suonavo brani di musica composta da me (i giornali locali mi definivano un filosofo già fatto e un poeta vicino a Ugo Foscolo e a Giacomo Leopardi). Un giorno intuii che uno dei miei convittori progettava la fuga: si lamentava del suo scarso profitto, dei genitori divisi e del fatto che non andava d’accordo col padre. In più aveva la mente esaltata e desiderosa di avventura. Ma non feci in tempo ad avvertire il Rettore che l’indomani mattina, suonata la sveglia: “Professore, Floresta è scappato!”. Aveva lasciato un biglietto per me sul suo comodino. Nessuno sapeva dove fosse diretto. La sua famiglia risiedeva a Siracusa, si poteva quindi pensare che volesse tornare a casa. Informato il rettore, mi recai a Messina. “Se è diretto dai suoi”, pensai, “forse non ha trovato ancora il treno per Siracusa”. Esplorai tutta la stazione, ma del fuggiasco nessuna traccia. Feci un giro nei paraggi, finché d’un tratto lo scorsi, di spalle, davanti a un’edicola di giornali. Piano piano mi avvicinai, ma non feci in tempo a raggiungerlo che lui si volse e scappò via.

“Floresta!”, gli gridai. “Fermati, ascolta!”. Si fermò, ma come facevo un passo si rimetteva a correre. “Guardi che io non ho la minima intenzione di seguirla!”.  Cercai di prenderlo con le buone, sfoderando tutte le mie risorse dialettiche e tutti gli argomenti della pedagogia. Non c’era nessuno nella piazza, pioveva e tirava vento, il che rendeva più drammatico quel mio appello accorato. “Torna indietro, sii ragionevole!” E ad ogni frase, lentamente, facevo un passo avanti. “Non m’illudete più con le vostre belle parole!”, gridava lui. “E poi non voglio essere punito”. “Ti prometto che non lo sarai: troverò il modo di giustificarti!”.

Alla fine, le mie belle parole prevalsero. Dopo aver tentato più volte di scappare, il fuggiasco si fermò e lasciò che io lo raggiungessi. Lo presi per un braccio, dolcemente, e così tornammo in convitto. Erano tutti in refettorio. Il ritorno della pecorella smarrita ricondotta all’ovile dal suo pastore sortì un effetto enorme. Quell’episodio mi procurò una delle più grandi soddisfazioni (il ragazzo stesso mi fu riconoscente, perché alla fine dell’anno fu promosso). Del resto, i miei convittori mi erano affezionati, e io in quell’affetto che mi legava a loro come ad una famiglia, e che mi faceva spesso trepidare, sentivo veramente la sublimità della missione di educatore. In mezzo a loro ritrovai uno scopo, e anche quel conforto che mi era sempre mancato. Sentivo che dovevo vivere per educare, che questo era il più alto compito dell’uomo. Un compito, o più precisamente una missione, in cui mi sosteneva l’insegnamento di Giovanni Gentile, che io stesso illustravo ai miei ragazzi.  Dopo qualche tempo, essendo stato licenziato un istitutore, venne assunto al suo posto il mio fratello maggiore. Temperamento energico e deciso, e iscritto alla facoltà di Giurisprudenza di Messina, egli dovette fare un enorme sforzo per adattarsi a quell’ambiente, ma non esitava a rispondere a tono e a prendere iniziative per un equo riconoscimento del lavoro degli istitutori. Era il mese di febbraio. Dovendo sostenere un esame, mio fratello chiese un permesso per recarsi all’Università. Il rettore glielo negò, al che lui, esasperato: “Siete un despota, un tiranno!”, gridò a piena voce, facendo sobbalzare non solo il destinatario di quella battuta ma anche le persone che si trovavano in corridoio, fra cui un maresciallo dei carabinieri, padre di un convittore. “Come vi permettete?”, urlò il feudatario. “Io vi denuncio!”.

“Voi non siete il proprietario di un collegio”, rincalzò mio fratello, “dovreste essere un educatore. Il vostro trattamento è inumano. Siete un mostro! Questo non è un collegio, è un casino!”. “Siete licenziato!”, tuonò il feudatario. “No, sono io che me ne vado!”, replicò mio fratello, “Ma voi mi dovete dare gli otto giorni, che non si negano nemmeno ad una cameriera”.

“Gli otto giorni ve li pago, ma voi toglietevi subito dai piedi!”. Il “tiranno” era livido di rabbia. Masticava il sigaro spento e ogni tanto se lo metteva fra le dita in cui spiccava un grosso anello dorato con cui non di rado dava un pugno ai convittori. Chiamò il maresciallo che stava nel corridoio, ancora incredulo e scosso, soprattutto per il fatto che credeva di avere il figlio in un istituto di educazione e ora invece se lo ritrovava in un casino. “Lei ha sentito, ha sentito, vero? Ha udito ciò che ha detto quel giovane ch’era qui. Dica, dica!”. “Ma veramente”, mormorò il pover’uomo. “Come? Non ha udito!?”.

Il “mostro” si sentiva mancare il terreno sotto i piedi. Anche la possibilità di vendicarsi gli era preclusa. Quel giorno stesso, al tramontar del sole, insieme a mio fratello, me ne andai. Conseguita la laurea, all’Università di Messina (il cui rettore la fece stampare), dal “Tommaso Campanella” di Reggio Calabria passai al convitto nazionale “Cesare Battisti” di Lovere, sul lago d’Iseo, il cui Rettore mi affidò l’incarico di maestro supplente alle elementari. Da Lovere passai al “convitto civico” di Castiglione delle Siviere (nel mantovano), dove ebbi fra gli alunni Mario Maranzana, finché, arrivai al convitto nazionale di Roma. Quando vi giunsi, nel 1950, era, nel campo della scuola, il fiore all’occhiello della Capitale, nutrendosi ancora di quei valori che il Fascismo aveva inculcato negli animi degli insegnanti e degli studenti. Lo dirigeva Dante Affaticati, un uomo all’antica, come si dice, una “vecchia guardia”, un educatore autentico e consapevole del ruolo fondamentale che svolgeva nella società. Ogni mattina faceva il suo giro d’ispezione nelle aule, assistendo alle lezioni e interrogando gli alunni.

“Professore, non si scomodi”, diceva nell’entrare, “continui pure la sua lezione: io vado a sedermi là in fondo”. E andava a prendere posto in uno degli ultimi banchi, per non mettere troppo in imbarazzo l’insegnante. Oggi i “signori insegnanti” inorridirebbero se un preside osasse fare una cosa simile. Iniziai dalla scuola media, per arrivare dopo tre anni al Ginnasio e da lì al Liceo classico. Il eettore prese questa decisione affinché io seguissi suo nipote che frequentava la prima media. Mi era così affezionato che nel 1955 venne al battesimo del mio primogenito insieme all’insegnante di religione, monsignor Gian Pietro Pozzi, che celebrò il rito nella Chiesa di San Pietro in Vaticano, e dopo il battesimo il rettore e il monsignore vennero in casa mia per il “rinfresco” (anche questo un episodio più unico che raro, per un insegnante). Quando Affaticati lasciò il convitto gli successe Antonino Carrubba, che veniva dal convitto nazionale di Sutera, dove era considerato da tutti un benefattore, il quale mi affidò suo figlio Peppino anche al di fuori della scuola e perciò molto spesso mi recavo nella sua abitazione, all’interno dell’edificio, per dargli un aiuto e consigli. Spesso mi prendeva sottobraccio e passeggiavamo lungo il corridoio.

Allora nei convitti nazionali erano statali solo le elementari e io in quello di Roma oltre che rivestire l’incarico di vicepreside al liceo, e per un anno quello di preside alla scuola media, sono stato anche segretario del sindacato locale, contribuendo, con un onorevole, alla statalizzazione delle scuole superiori, media, ginnasio e licei. Ero l’unico professore di ruolo, avendo vinto la cattedra d’Italiano e Latino nei licei statali, nei quali ho insegnato contemporaneamente, poiché il Provveditorato concedeva che in aggiunta al numero di ore richieste dalla cattedra si potesse coprirne altre sino al raggiungimento di 24 settimanali. Così, aggiustato opportunamente l’orario, svolte le mie lezioni al convitto, durante la ricreazione mi recavo nell’altra scuola, la prima fu il Plinio Seniore, poi vennero il Castelnuovo, il Lucrezio Caro e il Dante Alighieri. A quell’epoca non c’era molto traffico sulle strade, sicché nel giro di un quarto d’ora con la mia macchina arrivavo a destinazione. Dovetti quella cortesia a un viceprovveditore (si chiamava De Luca) che mi affidò uno dei suoi figli come alunno privato e poiché abitava all’Eur mi mise a disposizione la sua macchina con relativo autista, che veniva a prelevarmi e poi mi riaccompagnava a casa. Fra gli alunni del Convitto di Roma (non posso citarli tutti, ma quella è stata una classe veramente eccezionale) ho avuto Francesco Scardamaglia, il noto sceneggiatore di film western, Bobby Solo e Antonio Armellini (futuro ambasciatore), fra quelli privati Adalberto Galli, figlio del capo della Polizia, amico del vicerettore Del Donno: gli alunni privati mi sono “piovuti” sempre dai dirigenti del convitto.

Quanto al “Castelnuovo” il preside di allora, Giovan Battista Salinari, un galantuomo come pochi ne ho conosciuti, aperto al dialogo con gli studenti (era di sinistra ma non ha mai fatto politica nella scuola), mi era affezionato, direi addirittura “attaccato”, come a nessun altro insegnante, compresi quelli di sinistra, fra cui Enzo Siciliano e Alberto Asor Rosa. Spesso s’intratteneva con me passeggiando lungo il corridoio, tenendo il suo braccio sopra la mia spalla, e non di rado mi dava dei benevoli pizzicotti sulle guance. Una volta, al mio arrivo, visto che ero agitato perché l’ora di lezione era già iniziata, mi disse: “Calmo, calmo, non correre, non ti preoccupare: se tardi ci vado io nella tua classe”. Così raccoglieva dagli alunni notizie su di me e sul mio insegnamento. Spesso mi chiamava “Maestro”. E non era l’unico. Un giorno mi disse: “Molti genitori si lamentano degli insegnanti d’Italiano perché i loro giudizi sui temi dei figli sono spesso ingiusti o faziosi. Tu sei molto equilibrato: devi farmi il favore di leggerli e darmi il tuo parere”. Cercai in tutti i modi di sottrarmi a quell’incarico, ma non ci fu niente da fare, alla fine dovetti accettare. E constatai che i genitori di quei ragazzi non si sbagliavano. Un giorno venne al Castelnuovo l’ultimo figlio di Gabriele d’Annunzio, Gabriele Cruillas. Salinari, conoscendo il mio amore per il grande Vate, che quasi tutti gl’insegnati disdegnavano e di cui io avevo intervistato per la Rai il custode del Vittoriale (ne conservo ancora la registrazione, fra le tante che ho fatto a personaggi famosi), mi fece chiamare dal bidello e m’intrattenni anch’io a parlare con lui. Per farla breve, deluso e avvilito per i continui atti di violenza degli alunni – il Castelnuovo era, come il Mamiani, uno dei ‘covi’ della sinistra, ma io non ho mai subìto la benché minima offesa da parte degli alunni, che sfregiavano e bucavano le gomme delle auto dei professori – Salinari, sopraffatto e tradito, come mi confessò, dalle sue stesse “creature” (ero andato a trovarlo, malato, a casa sua), morì di crepacuore.

Quando andai in pensione, nel 1980, in virtù di una legge che “regalava” sette anni a chi fosse stato combattente o figlio di un caduto, oppure di un invalido nell’ultima guerra, godendo di quel privilegio, visto che in quel trentennio avevo collaborato a diversi programmi della Rai, ideando rubriche e sceneggiati radiofonici, ne approfittai per poter dedicare più tempo a quella attività e ad altre, quali la musica e la poesia, per le quali ho avuto la vocazione fin da bambino, tanto che a dieci anni, nel 1936, in occasione della proclamazione dell’Impero scrissi dei versi dedicati a quell’evento, che mio padre consegnò a Benito Mussolini, il quale volle conoscermi e mi strinse la mano nella famosa Sala del Mappamondo. I colleghi m’inviarono, quale testimonianza della loro amicizia e del mio amore per l’insegnamento, un grande vassoio di argento e una raccolta in dischi di tutte le opere di Beethoven, con questa dedica, firmata da tutti gl’insegnanti del convitto: “A Mario Scaffidi Abbate, di Dante esegeta e amante, di d’Annunzio discepolo e nunzio, da tutti i suoi fidi colleghi”. Nei primi anni del pensionamento ho insegnato in tre scuole private, il Fevola, il Marcantonio Colonna e per alcuni mesi dai Pallottini. Dopo il mio pensionamento, mi sono recato spesso al convitto nazionale di Roma, che per me era come una seconda famiglia, sia per rivedere e salutare i miei ex colleghi, sia perché i Rettori che via via si sono succeduti m’invitavano per conferenze o lezioni collettive nell’Aula Magna alla presenza anche di genitori degli alunni. Ogni volta che un rettore se ne andava e ne subentrava un altro, gli telefonavo o gli spedivo una lettera per conoscerlo e dargli il benvenuto.

Ebbene, all’insediamento dell’attuale rettore, sia perché su Internet avevo letto che aveva frequentato come alunno il Convitto Nazionale di Reggio Calabria dopo che io l’avevo lasciato, e quindi avevamo un’esperienza in comune, sia perché avevo scritto un libro proprio sul Convitto Nazionale di Roma, Lettera a una scolaresca, e un poemetto, Convittiade, sui Convitti Nazionali, di cui ben conoscevo la storia (avevo infatti partecipato a dibattiti per la statalizzazione delle scuole, o tenuto conferenze, nei Convitti di Tivoli, di Napoli, di Parma e di Venezia), gl’inviai una mail chiedendogli un appuntamento. Ma lui non mi rispose. Dopo un mese, gliene inviai un’altra, ma pure quella cadde nel vuoto. Gli telefonai più di una volta. Silenzio. Allora chiamai la segreteria. Passarono due mesi, e non avendo avuto alcuna risposta gl’inviai una terza mail. Niente. Alla fine, poiché il custode che stava fuori nel piazzale mi negava l’ingresso nell’edificio, perché questo era l’ordine se uno non aveva un appuntamento, registrato dal custode stesso, depositai nella portineria alcune copie dei miei libri, per lui e per cinque insegnanti, delle quali avevo letto i nomi. Ma neppure per quel dono ricevetti un grazie, né da lui né da alcuna delle sue insegnanti.  Come spiegare il suo comportamento, il suo rifiuto? Non gli va di conoscermi perché sono vecchio? O perché prima dei succitati libri ne avevo già pubblicati due sulla Scuola, La Scuola di Babele (Editrice Padus, Cremona 1978) e un poemetto, Matureide (Il Ventaglio, 1988)? O forse perché nel frattempo, rovistando nell’archivio della segreteria, ha trovato notizie elogiative su di me e le mie note di qualifica, che l’hanno fatto ingelosire? Come questa, consegnatami da un rettore in via del tutto eccezionale: “Docente dotato di non comuni capacità didattiche e di vasta cultura, si è sempre dedicato all’insegnamento con senso di responsabilità e notevole impegno. I risultati conseguiti sono sempre stati pienamente soddisfacenti. Carattere serio e ponderato, rispettoso verso i superiori, pienamente cosciente della dignità del suo ufficio, mantiene con i colleghi e le famiglie rapporti improntati a cordialità e reciproco rispetto. È benvoluto e stimato dagli allievi che ne seguono, con profitto, l’insegnamento” (il rettore–preside Francesco Cocca).

Questa, in sintesi, è la storia di un grande educatore. Che lo scontroso suo destinatario se la legga, e gli serva da lezione. Non è una mia rivalsa per il suo comportamento: io sono un uomo saggio e, come diceva Seneca, per il saggio le offese non esistono nemmeno. Ho riflettuto a lungo prima di scrivere, in sintesi, questa storia privata, ma spesso anche gli episodi personali, se resi pubblici, possono insegnare qualcosa. Per Franco Mosino e Giuseppe Tassone scrissi i due seguenti acrostici, in cui le prime lettere iniziali dei versi, lette in fila una dietro l’altra, ne riportano il nome ed il cognome:

Giovane d’anni, ardita fronte, neri                

I capelli, sottil naso in un viso

Ugual, bel labbro che gli affetti veri

Spesso non dice: ma nel suo sorriso

E nei begli occhi generoso e schietto

Parla l’animo. Sempre ai vezzi, al giuoco

Pronto, ma spesso il minimo dispetto

Eccita e punge i sensi suoi non poco.

 

Timido e schivo se talvolta un segno

A lui d'affetto meritato giunga;

Sincero, amico, di non lieve ingegno

Sarà se al senno e alla virtù congiunga

Onesti scopi ed operosa mente.

Nobile il nome suo conservi in lunga

E pura vita incomparabilmente.

 

Fra tutti i beneamati convittori

Resterai sempre quello a me più caro:

Amabile, pulito, dentro e fuori,

Nessuno può negar che tu sia raro.

Con quel faccione sorridente e schietto,

Occhi sprizzanti generosità,

 

Mostri palesemente nell’aspetto

Ogni segno d’amore e di bontà. 

Sei bravo, laborioso, intelligente,

In ogni movimento, in ogni posa

Non c’è virtù che in te non sia presente

O che resti nascosta e inoperosa.

 

(Professore stimatissimo di Greco e di Latino,

ha scritto importanti libri e collaborato al mio

Conciliatore nuovo)