Stefano Borgia: un poeta circondato dall’amore a quattro zampe

La cosa curiosa che si nota cliccando sui motori di ricerca il nome di Stefano Borgia è quella di trovare omonimi cardinali, architetti, a cui hanno dedicato tomi e strade, e infine arriva lui, il Borgia cantautore. Quello che scrive appunti di vita vissuta su un foglio, con la penna, facendoli diventare canzoni di successo. Un rapporto molto stretto lega Borgia all’inchiostro, partendo dal nonno direttore delle rotative de “Il Secolo d’Italia”, al papà correttore di bozze al quotidiano “Paese Sera”. Quando i caratteri di un testo erano mobili e si montavano ad uno ad uno per formare la pagina. Quando si lavorava sporcandosi le mani tra ammoniaca e piombo. Quello stesso piombo che l’ha portato via. Stefano, romano de Roma e romanista, inizia a scrivere i sui pensieri da giovanissimo, sui gradini della casa paterna, dove è cresciuto circondato dall’affetto della sua famiglia: mamma casalinga e una sorella alla quale è molto legato. Due nipoti adorati e tanti zii. Ultimo rimasto del ceppo materno a cui tiene davvero tanto è zio Giulio Todrani, il papà della bravissima Giorgia. Una famiglia di artisti, tutti e tre sul palco di Sanremo, in epoche e modalità diverse, accomunati da un solo credo: la musica. Si pente un po’ di non aver avuto un figlio. Nell’attesa della donna giusta, confessa che lo avrebbe dovuto fare anche con quella sbagliata. Lo raggiungo telefonicamente per una chiacchierata molto intensa, fatta di tanti racconti. Un vero peccato dover togliere qualcosa. Per inserire tutto bisognerebbe dividerla in 22 puntate, come la trasmissione di Raiuno Trent’ anni della nostra storia con Paolo Frajese, nella quale Stefano, assieme a Gianluca Guidi, ha avuto il compito di raccontare la musica di quegli anni.

Hai iniziato a scrivere molto presto, come è nata questa vocazione?

Ho iniziato a scrivere a 15 anni. Scendevo in strada con la chitarra o con il pallone. Si delimitava la porta con i giubbini di jeans. Poi andavamo sul muretto o sui gradini di casa, quelli che affacciandomi alla finestra ancora vedo perché dopo tanto girovagare sono tornato qui. Con gli amici ci riunivamo e si cantava insieme. Mi piaceva raccontare quello che vedevo, non solo storie mie, ma anche quelle degli alti. Avevo l’esigenza di raccontare in musica.

Sei stato un concorrente del primo talent musicale, ideato ovviamente da Pippo Baudo e da quel talent sei approdato a Sanremo con una canzone dal titolo Se ti senti veramente un amico. Che valore dai all’amicizia?

All’amicizia do un valore altissimo, tanto da inserirla spesso nelle mie canzoni. Ma do un valore ancora più alto a quel Sanremo. Venivo appunto da Due voci per Sanremo primo talent in assoluto: ideato come appunto hai ricordato da Pippo Baudo. Eravamo cento ragazzi al saloncino della Cgd. Siamo diventati 10. All’epoca si votava dal tabaccaio.  Si giocava la schedina del Totip e si votava. Alla fine siamo rimasti in due e siamo andati a Sanremo. E da lì è nato tutto. Ho fatto tutta questa gara, questo percorso, con una canzone che si chiama Passa il tempo: riflessioni avvenute durante una festa di compleanno, al momento del taglio della torta. Poi nell’85 Sanremo sempre con l’immenso Pippo.

Leggendo la tua biografia si possono trovare nomi come Sandro Ciotti, Raffaella Carrà, Baudo lo abbiamo già citato, ma anche Rino Gaetano, Renato Zero, Cutugno, Mina, Minghi e tanti altri. Che rapporto hai con il mondo dello spettacolo? 

Direi che in generale ho un buon rapporto. Tornai a Sanremo nell’89. Presi due secondi posti: tra i big come autore di Le mamme cantata da Toto Cutugno e nella sezione emergenti con il brano Sei tu. Ho avuto la fortuna di prendere parte a dei festival importanti, oltre a quello con Baudo, quello con Adriano Aragozzini. Finito il festival partimmo per Sanremo in the world. Un’esperienza fantastica, ci siamo esibiti anche al Madison Square Garden a New York. Con me c’erano Renato Carosone, Enzo Jannacci, Riccardo Fogli, Mia Martini, i Ricchi e Poveri, Gigi Sabani. Tante risate. Nonostante la notorietà (quello stesso anno Raffaella Carrà, mi volle nel suo programma Il principe azzurro su canale 5), le vittorie, la produzione, composta da Dino Vitola e Toto Cutugno, non uscì con un mio album. Ho pagato l’inesperienza. La colpa della produzione è stata quella di non produrmi come promesso, la mia è stata quella di non aver saputo impiegare le energie per rialzarmi. Forse questa è la percezione che si ha di me, forse traspare questa sorta di disincanto. A quel periodo seguì una depressione che mi allontanò dall’obiettivo principale che doveva essere solo la musica. Mi sono rialzato grazie a un produttore che ora ci guarda da un’altra dimensione, si chiamava Biagio Pagano, una persona spettacolare, chiamava tutti “fratè”. Mi propose un progetto in cui l’artista si doveva chiamare Anonimo Italiano e doveva portare una maschera. Voleva che fossi io. Sinceramente non me la sentii, però mi misi a disposizione come autore. Molti miei brani in quel disco nel quale ha poi cantato Roberto Scozzi. Il disco è diventato quattro volte disco d’oro. Successivamente scrissi per Amedeo Minghi raggiungendo cinque dischi d’oro. Fu un periodo magico sotto l’aspetto delle vendite. Forse l’ultimo periodo in cui si sono venduti i dischi.

Sei l’autore anche di Portati via, una bellissima canzone portata al successo da Mina, come è arrivata al tuo brano?

Ti devo raccontare un aneddoto molto divertente, che oramai è diventato parte integrante del mio spettacolo quando devo presentare questo brano: sai che amo gli animali in modo viscerale e in particolare i cani. All’epoca avevo un cane di grossa taglia, un San Bernardo di 65 kg. Qualche volta per accelerare i tempi passava a prenderlo la toelettatrice, una ragazza polacca, che lo lavava e io passavo a riprenderlo. La ragazza si chiamava Mina. Quel giorno, avevo fatto tardi, squillò il telefono e una voce femminile mi disse: pronto Stefano, ciao sono Mina. Allora io, quasi a scusarmi, dissi che sarei arrivato subito a riprendere il cane. E lei, che aveva capito il disguido, mi disse: no Stefano, sono Mina la cantante. Ho ascoltato il tuo brano e ti volevo comunicare che lo inserisco nell’album Bula blua. Ora non ricordo se rimasi paralizzato e se ritirai il cane. No, scherzo. Era per raccontarti l’approccio. Lei è meravigliosa e con l’uscita del nuovo progetto discografico Italian Songbook dovremmo essere alle sesta incisione.

Ma tu l’hai conosciuta o è stato solo un contatto telefonico?

Solo telefonico. Sai, forse ho sbagliato a non chiedere di incontrarla.

Ami molto gli animali, tanto da dedicare una canzone a King a pochi giorni dalla sua scomparsa. Con Una piccola strada nel cielo hai commosso tutto il popolo del web. Come si fa in un momento di dolore così profondo a scrivere una canzone?

Con King ci siamo fatti compagnia per sette anni. Pensa che l’ho trovato a Cerveteri, avevo già Piccolo, quello che pesava 65 chili. Ho avuto l’esigenza di salutarlo con una canzone. Volevo fargli compagnia con la mia voce, non sai il magone per registrare quel pezzo. A proposito di amicizia, devo dire grazie al mio amico e collaboratore di sempre: Flavio Mazzocchi. Pensa, lo conosco dal 1990. Non sai la voce rotta dall’emozione, l’aiuto di Flavio è stato fondamentale. Anche sotto l’aspetto del supporto tecnico. Tutti i miei brani li creo in uno studio casalingo, poi li porto da Mazzocchi e lì completiamo l’opera. Ora ho preso un altro cucciolo, l’ho chiamato Bello, anche lui ha una storia molto commovente. Ho trovato su internet un annuncio di un ragazzo che aveva preso dal canile la mamma di Bello per farla partorire in tranquillità e sicurezza. Oltre a lui sono nati altri 10 cuccioli. Era da poco andato via il mio King, l’ho visto come un segno del destino.

Trovi che questa pandemia abbia incattivito un po’ l’umanità?

Più che cattiveria noto una grande confusione. Per strada, sui social, nei rapporti umani: tutti contro tutti senza una vero obiettivo, senza un credo, un ideale. Uno sbandamento collettivo. Ci siamo divisi invece di unirci. La gente alla fine segue molto il percorso politico televisivo. L’emulazione della brutta politica è il vero dramma, la vera piaga. La politica invece di unirci ci divide. Dopo l’inno dai balconi e l’applauso collettivo, chiuse le finestre ognuno è tornato nelle proprie case (per chi ce l’ha) e se ne è infischiato degli altri.

Progetti futuri?

In questo periodo di pandemia ho raccontato attraverso la voce di Maurizio Mattioli l’esperienza del Covid-19 e la ripartenza del Paese. E sto cercando di mettere su un progetto discografico, una raccolta di brani, una sorta di ieri, oggi e domani, uno spettacolo da portare anche a teatro. Devo dire che negli ultimi tempi mi sono dedicato molto al teatro-canzone. Negli ultimi spettacoli, anche quello con Maurizio Battista al  Foro Italico in cui ho cantato So’ nato a Roma, ho dato sempre più spazio a poesie, monologhi e racconti. Anzi, ti invito ad ascoltare Buon viaggio. E’ la storia del ponte che ho sotto casa. Da bambini ci chiedevamo dove andasse tutta quella gente in treno, quale fosse la destinazione. Dopo la morte delle persone care ho dato un senso a questa domanda. Mi piace pensarli tutti insieme e felici. Facciamo tutti lo stesso viaggio, ci rincontreremo lassù, in un posto migliore.