Dio, arte, scienza raccontati da Vittorio Sgarbi e Giulio Giorello

Due grandi figure della nostra cultura, Vittorio Sgarbi, storico dell’arte, e Giulio Giorello, scomparso di recente e storico della scienza e della filosofia, in questo libro che è stato pubblicato dalla casa editrice La nave di Teseo, con il titolo “Il bene ed il male. Dio arte, scienza” propongono una straordinaria e per molti aspetti profonda meditazione intorno ai rapporti tra l’arte, la scienza e Dio”. Il libro è singolare nella sua composizione, poiché nella prima parte propone due saggi che su questi argomenti i due studiosi hanno pensato e scritto. Nella seconda e conclusiva sezione, vi è un confronto, stimolante sul piano intellettuale, sempre sugli stessi temi, tra i due autori del volume.

In apertura del suo saggio, Vittorio Sgarbi osserva che sui temi dell’arte, di Dio e della scienza in questo libro il confronto avviene tra uno storico, quale lui è per formazione, ed un filosofo della scienza, quale è stato nella sua brillante carriera di studioso Giulio Giorello. La esistenza di Dio per Giorello è improbabile, mentre per Sgarbi l’idea di Dio è sempre stata molto forte. Dio, per il critico, non ha la esigenza per sé; è l’uomo che crea Dio a sua immagine e somiglianza. Ricorda, tenendo presente lo sviluppo della storia dell’arte moderna, a partire da Giotto, che il Dio venerato dai cristiani ha favorito la genesi di opere immortali in cui la bellezza si è compiutamente manifestata nella sua inarrivabile profondità e magnificenza. Quale altra religione, oltre a quella cristiana, ha favorito la nascita di tanti capolavori. Dove è il Giotto dell’Islam? Ricorda, Vittorio Sgarbi, da uomo di grande cultura, che il filosofo Blaise Pascal propose la distinzione tra il Dio dei pensatori, ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Il primo deve essere considerato il Dio della ragione, mentre il secondo discende dall’intuito, dall’istinto, dalla fede.

Vittorio Sgarbi, analizzando il Battesimo di Cristo, dovuto alla genialità di Piero della Francesca, in cui si può ammirare un albero rigoglioso dietro la figura di Gesù, confessa di credere nel Dio di Baruch Spinoza, il filosofo che presupponeva una identità indistinguibile tra la natura e la divinità. Poiché l’uomo, a differenza delle altre specie viventi, è consapevole in virtù della ragione umana, che rende possibile la conoscenza, della sua mortalità, alla stregua di Dio, a cui si deve la creazione della anima immortale, realizza delle opere artistiche, con le quali si sottrae alla sua condizione finita e mortale. Ecco perché l’artista sul piano del metodo usa uno strumento che ripropone quello di Dio, sicché l’arte si pone oltre la scienza e oltre la fede. L’arte accresce e corregge la creazione determinata dal disegno divino. Nella cappella degli Scrovegni a Padova Giotto raffigura un Cristo dominatore, con cui ha inizio l’arte moderna. Filippo Brunelleschi, raffigurando la crocefissione di Cristo, ci pone di fronte ad un uomo come noi, che ha sperimentato il dolore, la sofferenza, lo smarrimento e l’angoscia. La resurrezione di Cristo, questo grande affresco che si trova a Sansepolcro, mostra Cristo che poggia il suo piede con sicurezza sul sepolcro, gesto che trasmette dominio e potenza e dà il senso della immanenza di Cristo e della sua presenza in mezzo a noi.

Belle ed indimenticabili le pagine del libro in cui Vittorio Sgarbi coglie il significato estetico della Pietà di Giovanni Bellini, del Cristo morto di Andrea Mantegna, di Ecce Homo di Antonello da Messina. Nel suo saggio, scritto da Giulio Giorello prima della sua morte, viene stabilito un confronto tra la madonna con il bambino di Andrea Mantegna, e la Pietà di Giovanni Bellini. Nel primo dipinto la madre, guancia a guancia con il bambino, ha il presagio del destino doloroso di suo figlio, che verrà crocefisso. Nel secondo dipinto, secondo la interpretazione di Massimo Cacciari, Maria, diventata vecchia, medita, soffrendo, sulla sorte di suo figlio; le sue lacrime inconsolabili sono lo specchio in cui la croce di suo figlio continua a riflettersi. Nel suo splendido saggio, Giorello propone una interpretazione magistrale della Trinità, l’affresco realizzato da Masaccio che si trova a Firenze a Santa Maria Novella.

Nello stesso scritto, di particolare rilievo storico ed intellettuale è la riflessione intorno al rapporto tra i testi sacri, il Vecchio ed il Nuovo Testamento, e gli scritti che si devono alla ricerca intellettuale di Galileo Galilei. In una sua lettera indirizzata a Benedetto Castelli, uno studioso del suo tempo, Galilei osserva che bisogna evitare di fraintendere il significato dei testi sacri, evitando di fermarsi sul puro significato letterale delle parole, che invece devono essere interpretate con rigore filologico. Per Galilei la scrittura sacra e la natura procedono entrambe dal verbo divino. Belle e indimenticabili le riflessioni di Giorello volte a cogliere la diversità dei punti di vista tra Newton, teorico dello spazio vuoto e senza confini, e George Berkeley, che poneva oltre i limiti del pensiero umano il riferimento costante a Dio. La parte filosofica più profonda nel saggio di Giorello è dedicata al pensiero di Spinoza, il celebre autore dell’Etica. Nella seconda parte del suo libro, Spinoza osserva che per corpo intendo un modo che esprime in maniera certa e determinata l’essenza di Dio in quanto si configura come una cosa estesa. Nel libro quarto dell’Etica, Spinoza sostiene che è necessario conoscere le cose secondo ragione e scienza, quindi come necessarie. Per causa di sé, il filosofo intende ciò la cui essenza comporta la necessità della esistenza. È Spinoza, per Giorello, il filosofo che promuove e realizza in filosofia la rivoluzione copernicana, e non, come alcuni sbagliando credono, Immanuel Kant. Per Friedrich Nietzsche la filosofia deve essere intesa come un fraintendimento del corpo.

Questa rilettura critica del cammino dello sviluppo della filosofia come studio della corporeità, fa della filosofia una disciplina che si occupa della trasfigurazione. Dio, per questo filosofo, è morto. Tuttavia, ancora per millenni gli uomini saranno inclini a venerarne la ombra all’interno delle caverne, intese in senso metaforico. Per Giorello soltanto con la piena consapevolezza della corporeità e del primato della materia ci si può liberare per sempre dalla illusione idealistica. Belle e straordinarie le pagine conclusive del volume, in cui questi due studiosi parlano della pandemia, del rapporto tra la verità, la metafisica e la scienza, e tra l’arte e la scienza. Un libro colto e raffinato.

Giulio Giorello-Vittorio Sgarbi, “Il bene e il male. Dio, arte, scienza”, La nave di Teseo