Mentre facevo la solita pennichella sdraiato sulla poltrona reclinabile del mio studio, a un certo punto è affiorata nella mia mente una immagine strana, forse il residuo di un sogno o di una storia letta in un passato lontano. Era il volto di un uomo che si cavava un occhio con la punta di un pugnale, aveva una specie di aureola intorno al capo e una vistosa cicatrice sulla mano sinistra. “Chi è costui?”, mi sono chiesto, come Don Abbondio col suo Carneade sconosciuto nell’incipit dell’VIII capitolo del Promessi Sposi mentre legge un panegirico in onore di San Carlo Borromeo. E da lì è venuto fuori tutto il discorso che segue.

“Sono Zaleuco, nato nel VII secolo avanti Cristo a Locri, l’ultima delle colonie greche fondate sul territorio dell’attuale Calabria”.

Platone nel Timeo definisce Locri una città ordinata da leggi bellissime”.

“È tutto merito mio”.

Dunque lei è il primo e il più famoso legislatore!”.

“Della Terra, però, perché nella sfera assoluta il primo legislatore è Dio, o più precisamente la Divinità. Quando voi dite Dio lo personificate, nel senso che gli date un corpo materiale, gli attribuite pure dei nomi, una marea: soltanto nel Corano sono novantanove. Voi non sapete, e non lo sa nemmeno la vostra Chiesa, cos’era la persona nell’antichità. Parlate di Trinità distinta in tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e per di più la Chiesa dice pure che il Figlio è coeterno al Padre, quando padre e figlio si diventa nel tempo. Non esiste ab aeterno un simile rapporto”.

E allora? Come stanno le cose esattamente?”.

“Nella lingua latina persona era la maschera che gli attori indossavano nei teatri all’aperto, per fare risuonare (dal verbo personare) meglio la loro voce. Dunque, Dio è persona nel senso che personat, ovverosia risuona nello spazio infinito e nell’eternità. Giovanni nel Vangelo dice ch’è la Parola e che dalla Parola, ossia dalle parole, sono nate tutte le cose. Ma per Parola la Chiesa intende Gesù Cristo, dal che consegue che tutte le cose sono nate da Lui”.

E ciò che cosa c’entra con Dio? In quale senso noi lo personifichiamo?”.

“Nel senso che ne fate una persona nel significato concreto che date alla parola. Al di sopra di Dio c’è la Divinità, un’Entità impersonale, pacifica, tranquilla ed invisibile, immersa in uno stato d’estasi o di beatitudine, che la rende inconsapevole di se stessa, la quale non è altro che l’energia nel suo stato sottile, che da una scossa elettrica, che non si vede. Si trasforma in un fulmine, rendendosi visibile nella forma del fuoco, come il Sole materiale, che arde, che risplende e che illumina tutto lo spazio del cielo”.

L’immagine del fulmine mi sembra molto azzeccata e convincente. Non ci ha pensato nemmeno la Chiesa cattolica, secondo la quale Dio ha creato, e per di più dal nulla, tutte le cose, quando nello spazio infinito, sia pure in varie forme, dal momento ch’è tutto, non c’è che Dio”.

“Dio è la Coscienza e la Voce della Divinità. Unica è la sostanza. La materia e lo spirito sono la stessa cosa in due stati diversi: come l’acqua che da liquida può trasformarsi in ghiaccio ed in vapore, tale è la Divinità. Una Legge suprema, immutabile, che non può essere violata nemmeno da se stessa: se un atomo di ossigeno si unisce con due atomi d’idrogeno non può venirne fuori altro che acqua. Dio dunque non crea, tantomeno dal nulla, ma, quale Intermediario fra la Divinità e gli uomini, trasforma, in base a quella Legge ch’è la Divinità. Come la legge scritta che per la prima volta ho messo in atto io, rendendola visibile. Del resto, così dicevano prima del Cristianesimo, i Greci ed i Romani, che fra l’altro non erano tutti pagani: il pago era il villaggio in fondo alla città, dove abitava il volgo ignorante. È lui che ha inventato gli dèi, i filosofi credevano in un unico Dio, al di sopra del quale c’era il Fato, la Legge, appunto, ed è da lì che Dio attingeva ogni sua decisione. Giove o Zeus prendevano in mano la bilancia e il destino di un uomo glielo diceva lei”.

Dunque Dio è necessitato da quella legge stessa della quale è la Voce, o il Portavoce”.

“Esatto. Dio può sottrarsi alla Legge, ma non del tutto, solo sul piano dialettico: la Natura non è tutta pacifica e tranquilla: non c’è soltanto il Sole, ci sono pure il buio, le nuvole, le frane, i terremoti, i temporali, le burrasche del mare, e così via. Già questi contrasti formano la dialettica, come il bene ed il male. Ma non è la dialettica la vera realtà. Nell’uomo lo strumento è la parola: ognuno se la gira come vuole e come può, in base ai tempi, alla sua cultura, al suo carattere. Un bambino non parla, non pensa e non agisce come un adulto. È questo ciò che ho appreso indagando su Dio, e ho trasmesso nel mondo, rendendole visibili, le leggi che si trovano nella Divinità”.

Ma mi dica: il suo nome, Zaleuco, che cosa vuole dire?”.

“Vuol dire il luminoso. Perciò porto l’aureola, che si richiama ad una divinità solare, perché molti popoli antichi attribuivano una provenienza divina alle loro leggi”.

Perché si è tolto un occhio?”.

“È una storia molto triste. Un giorno mio figlio fu colto in adulterio e poiché una delle mie leggi ordinava che agli adùlteri si togliessero gli occhi, per risparmiare a mio figlio quella pena, me ne tolsi uno io”.

Un bell’esempio di amore paterno. Si può dire quindi che lei fu vittima delle sue stesse leggi”.

“Non fu solo quella volta”.

Cioè?”.

“Avevo fatto una legge la quale prescriveva che prima di recarsi all’assemblea bisognava deporre le armi. Ebbene, un giorno io me ne dimenticai, per cui, come prevedeva la legge, mi trafissi la mano con l’arma che portavo. Ecco il perché di questa cicatrice”.

Cosa fu che la spinse a fare il legislatore?”.

“Quello in cui vivevo era un periodo di grande confusione e di disordine e io introdussi una novità importantissima: la definizione di pene ben precise, che prima erano a discrezione dei tribunali chiamati in causa. La giustizia allora era amministrata dai privati, io volli che a gestirla fosse lo Stato e che le leggi venissero scritte. Uno dei primi scopi della mia legislazione fu quello di limitare il diritto della vendetta privata, stabilendo in certi casi, obbligatoriamente, la transazione tra offensore e offeso mediante un riscatto a prezzo determinato. Quando la vendetta era ammessa, doveva limitarsi alla pena del taglione”.

Occhio per occhio, dente per dente”.

“Già. Difesi la proprietà della terra vietando la vendita dell’appezzamento primitivo, vietai gli intermediari fra produttori e consumatori. Insomma, l’importanza del mio codice è notevole in quanto, per la prima volta, le leggi venivano scritte e quindi erano sottratte all’arbitrario uso che ne facevano i magistrati. Questa fu la novità, che mentre prima si affidava ai giudici il compito di determinare la pena per ciascun delitto, io la determinai nelle Leggi stesse. Le mie furono considerate leggi moderne e democratiche che in alcuni casi precorrevano i tempi di molti secoli, come il divieto di possedere schiavi”.

Quali erano, in sintesi, le tematiche della sua legislazione?”.

“La prima parte era dedicata al concetto di diritto di proprietà. La terra non poteva essere alienata dai proprietari se non in caso di estrema necessità. Per chi avesse commesso adulterio era prevista, come ho accennato, l’asportazione degli occhi. Non si poteva soggiornare in terre straniere. Il codice conteneva anche alcune leggi volte al mantenimento del sistema giuridico, per far sì che esso non potesse essere stravolto. Il codice comprendeva una legge secondo la quale l’abrogazione o modificazione di una legge poteva essere proposta solo dopo che il proponente si fosse presentato dinanzi all’assemblea con un laccio al collo, che in caso di rifiuto della proposta sarebbe diventato strumento di morte”.

Lo disse anche Polibio, che nel caso in cui rispetto all’interpretazione di un decreto il magistrato e l’imputato avessero presentato opinioni diverse, dovevano indossare un laccio che sarebbe poi stato stretto attorno al collo di colui la cui interpretazione si era rivelata errata”.

“Per me la Legge traeva origine da Dio, di cui vedevo l’esistenza nel mirabile ordine della natura. Era Dio che voleva gli schiavi governati col terrore, che nessuno abbandonasse la propria patria, che una donna non uscisse con più di un’ancella né con abiti troppo sfarzosi, che gli uomini non portassero anelli e non indossassero vesti preziose provenienti dall’Asia Minore”.

Le sue leggi scendevano nei minimi dettagli. Come quelle di Mosè. Ed erano tutte rispettate?”.

“Nel giro di due secoli una sola delle mie leggi venne violata”.

E chi badava all’osservanza delle leggi?”.

“Un magistrato supremo, che veniva scelto fra le cento famiglie dominanti, aiutato da tanti senatori con autorità legislativa. C’erano inoltre ispettori che vigilavano affinché le leggi fossero rispettate. Per questo, se non navigava nell’oro, Locri ebbe fama di corretti costumi e di pacifiche intenzioni, sino a quando Dionigi II, tiranno di Siracusa, espulso da quella città, venuto a Locri a cercarvi asilo, introdusse disordini d’ogni specie”.

Non le sembra che alcune sue leggi fossero troppo dure? Come quelle di Dracone, che, come lei, visse nel VII secolo, ad Atene, e ch’è rimasto celebre per l’eccessiva severità delle sue leggi, tanto che da lui è derivato l’aggettivo draconiano”.

“A me basta il giudizio espresso da Pindaro in una delle sue Olimpiche: La più alta Giustizia governa Locri. Il fatto, poi, che le leggi fossero scritte era una garanzia in più per il popolo, di fronte al potere delle classi benestanti. La forza delle mie leggi permise alla città di Locri di prosperare a lungo, ed esse vennero rispettate anche nei secoli successivi alla mia morte”.

Bud Spencer e Terence Hill,

due celebri tutori della legge

in un’Italia malata

di troppa libertà