Attualità di Lucrezio e Leopardi

Che vi siano riflessioni assonanti a distanza di quasi due millenni tra due filosofi-poeti non deve destare eccessiva meraviglia, se è vero che la sfera della razionalità, cui appartiene il pensiero filosofico, e quella del sentimento, cui appartiene la poesia, non sono storicizzabili, in quanto fanno parte del patrimonio naturale di ogni essere umano, e pertanto trascendono la dimensione crono-spaziale.

Un esempio significativo di ideale consonanza è quella fra il pensiero di Tito Lucrezio Caro (50-55 avanti Cristo) e di Giacomo Leopardi (1798-1837), entrambi pervasi da un sentimento di amore-odio nei riguardi della Natura, anche in ragione dell’assenza di una Fede che potesse superare l’angoscia della finitezza terrena in una prospettiva ultramondana.

Angoscia tuttavia che – nel caso dei due grandi – non si risolse in uno sterile pessimismo cosmico, bensì si tradusse nella capacità di assaporare con particolare intensità l’effimera bellezza della vita, con i suoi chiari e i suoi scuri, lasciando ai posteri un patrimonio di alta letteratura prosastica. In entrambi, il sentire proteso alla contemplazione delle cose quae sunt spiritus, ne scaldò i cuori e ne illuminò le menti scongiurando le lusinghe di effimeri simulacri di felicità.

Sia in Lucrezio che in Leopardi fu costante la lotta interiore tra razionalità e passione, con il che si sublimò nella dimensione poetica la tensione ideale che anima le persone di alto sentire. Ciò che in ogni tempo ha creato inutili affanni, spesso non è altro che frutto di una spaventosa illusione – da entrambi svelata – per cui ci si allontana paradossalmente dalla felicità, nel momento stesso in cui ci si sforza a raggiungerla. I due filosofi, pur con differenti vicissitudini biografiche e con personale diversa indole, non svolsero attività esterne nella società del loro tempo, ma vissero una ricca vita interiore, i cui frutti fecondi non rimasero peraltro incolti nel giardino della loro anima, ma furono offerti ai contemporanei ed ai posteri, tramite un patrimonio inestimabile di poesia e di filosofia, con caratteri di perenne attualità. Patrimonio ancor più raro e prezioso, in quanto realizzato senza la finalità di elaborare un disegno organico di dottrina filosofica compiutamente strutturata, dato che per entrambi fu il sentimento la fonte principale di ispirazione.

Leopardi descrisse mirabilmente la condizione della gioia scaturente dalla temperanza dei desideri e dalla sobrietà della vita; Lucrezio prima di lui, prefigurò la fallace illusorietà dei beni terreni. Nel cammino della civiltà – osservò il poeta del De Rerum Natura – l’uomo aveva raffinato i suoi gusti e moltiplicato i suoi bisogni, dilatando i suoi desideri (pensiamo oggi a chi potrebbe vivere senza il cellulare o internet!); ma avendo la felicità come fine la soddisfazione dei desideri, l’uomo tanto più ne allargava i confini, quanto più rendeva difficile il raggiungimento di una felicità appagante oltre l’effimero del momento della conquista. Non vi era dunque un traguardo che non si ponesse, al contempo, come nuovo nastro di partenza, con la conseguenza di una sete inestinguibile che si autoalimentava ad ogni nuovo sorso alla fonte dei desideri.

Sia in Lucrezio che in Leopardi ricorreva il condiviso anelito ad una vita sobriamente contenuta nei limiti dello stretto necessario; mentre le rispettive concezioni si divaricarono nei confronti del progresso della scienza, che per il recanatese comportava nuove infelicità, mentre per il poeta latino liberava l’uomo dal timore degli Dei. In entrambi era esorcizzato il timore della morte, da accettare quale legge universale e necessaria dell’universo, contro la “codarda gente.

La morte – scriveva Leopardi nei suoi Pensierinon è male perché libera l’uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desideri. La vecchiezza è male sommo, perché priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogli gli appetiti, e porta seco tutti i dolori. Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza”. L’etica che si manifesta nelle sue riflessioni, ha una valenza universale, in quanto trascende la dimensione dello spazio, come del tempo, rivelandosi utile anche nell’oggi, dove hanno perenne attualità queste sue considerazioni: “Nello stato sociale nessun bisogno è più grande che quello di chiacchierare, mezzo principalissimo di passare il tempo, che è una delle prime necessità della vita. Però prendi fermamente questa regola: le cose che tu non vuoi che si sappia che tu abbia fatte, non solo non le ridire, ma non le fare.

Chi si trova per la dote naturale a possedere il dono della bellezza e/o dell’intelligenza ad essere manifestamente superiore alla generalità, deve impegnarsi ad essere particolarmente affabile e soave nei modi “perché troppo grave è la colpa della quale hanno a impetrar perdono, e troppo fiero e difficile è il nemico che hanno da placare: l’una la superiorità, e l’altro l’invidia”. Corollario della miseria umana è la maldicenza, al cui riguardo il Leopardi osservava: “Gran rimedio alla maldicenza, appunto come nelle afflizioni dell’animo. Passato poco tempo, la materia divenendo trita, i maledici l’abbandonano, per cercare delle più recenti. E quanto più fermi ed imperturbati ci mostreremo noi nel seguitar oltre, disprezzando le voci, tanto più ciò che fu condannato in principio, o che parve strano, sarà tenuto per ragionevole o regolare”.

Virtù eccelsa è la modestia, “così quasi tutti gli uomini grandi sono modesti, perché si paragonano continuamente, non cogli altri, ma con quell’idea del perfetto che hanno innanzi allo spirito, infinitamente più chiara e maggiore di quella che il volgo, e che considerano quanto siano lontani dal conseguirlo. Il suo contrario è la superbia, per la quale “un numero infinito di uomini usa alterigia con gli umili e con tutti quelli che gli fanno cenno di onore, rende lui curante e sollecito e bisognoso della stima, o che mostrano di non badargli e degli sguardi di quelli che non lo curano.

Profondo conoscitore dell’animo umano e di comportamenti ricorrenti nella società, il Leopardi notava con disincantata amarezza “ogni parte della vita è piena di genti che mirate, non mirano, che salutate non rispondono, che seguitate fuggono; (ma) che voltando loro le spalle, o torcendo (altrove) il viso, si volgono e si inclinano, e corrono dietro ad altrui. Un’arma potentissima nel consorzio civile è quella del riso, al cui riguardo scriveva: “Chi ha il coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire”. Consorzio nel quale è necessaria l’autenticità, cioè il non voler apparire diversi da quelli che realmente si è: “Riesce insopportabile una quantità di persone che sarebbero amabilissime, sol che si contentassero dell’esser loro. Nelle relazioni interpersonali, ove difetti il dono dell’ingegno, “l’astuzia (… ) è usata moltissime volte per supplire alla scarsità di esso ingegno, e per vincere maggior copia del medesimo in altri. Per contro “quasi tutti gli uomini che valgono molto, hanno maniere semplici, (ma) quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore”.

Quale può essere oggi l’utilità di una lettura integrale o per sommi capi, di grandi del passato? Quella di riscoprire – vieppiù nel mezzo di una pandemia come quella del Coronavirus – l’importanza delle cose semplici che rendono la vita degna di essere vissuta ed assaporata giorno per giorno, attraverso la gioia delle piccole cose, l’autenticità delle relazioni umane, la solidarietà, il disinteresse nell’operare in ciascun ambito con fervore missionario, per arrecare il bene all’umanità, contribuendo così al progresso della stessa.

Né il potere, né la ricchezza possono essere fonti di durevole appagamento o di letizia: una malattia come quella pandemica del Coronavirus, una catastrofe naturale, una guerra, una crisi finanziaria, possono all’improvviso distruggere l’incantesimo. La ricchezza interiore, che si traduce in un costante impegno per la crescita morale e civile della società, è la fonte più intensa ed appagante di felicità e l’eredità più preziosa che potremmo lasciare ai posteri, nella consapevolezza di aver contribuito, nel nostro piccolo, al progresso della civiltà.