Dante Alighieri e La Divina Commedia

Personaggi della civiltà

Dall’Impero romano all’Impero romano cattolico

Un linguaggio di getto primario, sgraffiantissimo o lievissimo, personaggi scolpiti di netto, elevatissima, pugnace tensione morale, traversie nel viaggio dalle passioni più abiette dell’Inferno, alle passioni moderate del Purgatorio, alle passioni veementi per nobili scopi, nel Paradiso, tutto ciò che è umano è in Dante. Leggere Dante è vivere la vita in ogni diramazione: dall’amore che tanto è attraente da continuare nell’aldilà (Paolo e Francesca), all’eroico ed osteggiato Farinata degli Uberti, allo scaltro e smodato di voglia conoscitiva, Ulisse, all’infelicissimo Conte Ugolino, che vide morire, non potendoli soccorrere, i “figli”. Figure dominanti nel cupo Inferno. La dolente Pia de’ Tolomei, nelle tenue luci del Purgatorio, lo sfarzo luminoso del Paradiso. E infine l’immedesimazione in Dio. E Virgilio e Beatrice e bestie e demoni che tentano di fermare il viaggio di Dante. E angeli e Santi che lo rincuorano e lo vagliano Mai uomo osò tanto giungendo a tanto. L’Inferno, il Purgatorio, lo stesso Paradiso sono passaggi del cammino, ostacolatissimo, in quanto l’Inferno Dante lo ha in sé, quelle tremende alterazioni davanti a lui, golosi, assassini, mentitori, falsificatori, traditori, violenti, lussuriosi sono le possibilità dell’uomo, anche di Dante, egli le punisce come possibilità da sottomettere, le vive negli altri per condannarle in sé, e le soffre, le patisce, in quanto uomo nulla gli è estraneo. Questo rende poesia la Cantica, il coinvolgimento nelle traversie dell’umano, diversamente Dante sarebbe soltanto uno scrittore morale, Dante è molto di più, è un Poeta morale, sente ed esprime, sente e giudica. Ma giudica sentendo, ed è nel sentire che il giudizio diventa poesia. Sente, giudica ed ascende. Ed il cammino, bisogna fingere di considerarlo reale, macigni, fiumi, dirupi, guardiani, ostacoli, dicevo, proprio perché è difficoltosissimo liberarsi dall’orrore umano. Dante congiunge l’ostacolo interno, il Male, con l’ostacolo esterno, il viaggio accidentato ed impedito. E, certo, in questo viaggio incontra le “figure” che di solito vengono considerate preminenti, ed invece sono secondarie al “viaggio” personale di Dante. Come il suo viandare allorché esule, esiliato, escluso dalla sua Città. Percorre l’Italia da Comune a Comune, onorando i Signori che lo onoravano ospitandolo.

Virgilio: Atene-Roma

Nella metà dell’esistenza, trenta, trentacinque anni, allora, XIII/XIV secolo, Dante si ritrova in una selva oscura, tre bestie lo minacciano, Leone, Lonza, Lupa, mentre Egli credeva di superare la selva. È perduto? No, lo soccorre un’Ombra-Uomo, gli suggerisce il cammino di salvezza, e si svela, è Virgilio, inviato a Dante per intercessione di Beatrice che, in Paradiso, ha visto Dante intricato nella Selva dell’umano errare. Virgilio, Virgilio, Virgilio! Dante, assetato di paternità suprema, esemplare, al sapere che quell’Ombra è Virgilio si prosterna, e congiunge, gli resterà un’ossessione, il mondo romano al mondo cattolico, il credentissimo Dante non rifiuta una minuzia del mondo romano antico e fa del mondo cattolico la prosecuzione di quello romano, sostituendone gli Dei. Come Roma fece del mondo greco: non sostituendo gli Dei. Atene, la prima Roma, la seconda Roma. E Virgilio, che è il congiungimento! Ora cammineranno insieme, Virgilio lo guiderà finché potrà, alle soglie del Paradiso, nell’Inferno vedranno e Dante “vivrà” i dannati, nel Purgatorio coloro che si redimono, infine, la conquista, anche per Dante, del Paradiso.

Inferno

L’Inferno è disposto secondo i “peccati”, a ciascun modo di “peccare”, una sede. Canto V dell’Inferno, i lussuriosi. Dante incontra Paolo e Francesca, dannati non tanto per l’amore appassionato, piuttosto perché Francesca era coniugata. Ma l’amore prevale su tutto e va oltre la pena dell’Inferno. Meglio l’Inferno amando, che vivere non amando? Un vento rapina Francesca e i molti dannati, turbinandoli, Paolo è avvinto a Francesca. Ad entrambi sembra non importi l’Inferno, purché rimangano insieme! Continuiamo il viaggio. Canto X, Inferno, i non credenti, Farinata degli Uberti. Superbo e desolato, esiliato da Firenze, come ghibellino, per l’Imperatore, ed alleato ai Senesi sconfigge i fiorentini nella sanguinosissima battaglia di Montaperti (1260). Tuttavia Farinata si oppone alla distruzione di Firenze vinta. Con la successiva vittoria dei Guelfi, per il Pontefice, Farinata venne bandito dalla “patria” amatissima! Anche stavolta Dante vive in Farinata se stesso.

XV Canto, il suolo è infiammato, una schiera di Anime lo percorre. Una lo riconosce, il Padre, un Padre ancora, il Padre che insegnò a Dante come l’uomo si eterna, Brunetto Latini. Fu un letterato maestro di Dante, il quale tolse al libro di Brunetto, il “Tresor”, molti versi, un uomo che Dante giustamente amò e stimò, e Brunetto a sua volta amò e stimò Dante e lo prefigurò quel che divenne, e di questo amore e stima è vivo il Canto, come sempre appena Dante scorge “padri” o fraterni amici.

Canto XXVI, Inferno, Dante incontra Ulisse, l’uomo dell’avventura e della conoscenza, l’oltrepassatore di ogni limite, anche a costo della morte, il fondatore dell’Europa faustiana, conoscenza mai fede, mai fermarsi, mai considerarsi giunti ad un punto ultimo, avanti, l’uomo vale per quanto osa e tenta. Anche se va incontro alla rovina? Dante è tratto da questo Ulisse che dopo anni di guerra non smette di avventurarsi e si spinge con i pochi superstiti ancora a navigare, e supererà i luoghi fino a quel momento conosciuti, pervenendo in un mare aperto all’ ignoto. Sarà l’ultima conoscenza! E se va incontro alla morte? Conoscerà la morte. E navigherà ancora, Ulisse? Dove? Nei Mari dell’Aldilà? Negli Oceani dell’infinito? O morirà nel troppo osare?

Canti XXXIII e XXXIV, stiamo ancora nell’Inferno, abbiamo accompagnato Virgilio e Dante, quest’ultimo, in carne ed ossa (a parole), patisce buio, calura, rocce, avversione dei satanassi demoniati, ma Virgilio è imperterrito, il “viaggio” è imposto da Dio, e Dio sovrasta anche l’Inferno. A tale Nome, i diavoli disarmano, Virgilio, Dante (e noi), triboliamo ma avanziamo. Una plaga ghiaccia, uomini conficcati, a volto in giù o a capo indietro, e vediamo un Uomo-Ombra il quale rode la cervice ad un Uomo-Ombra, chiediamo che sia accaduto di tanto sottoumano da suscitare odio ferigno da rodere addentando l’uomo un uomo. Risponde, il divoratore. Chi non lo conosce? È il Conte Ugolino della Gherardesca, e il morsicato è l’Arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini. Narra, bocca insanguinata, Ugolino: l’Arcivescovo Ruggieri fece morire di fame Ugolino ed i suoi discendenti, per una sequenza di tradimenti vicendevoli. Ritenendo Ugolino un traditore, venne chiuso con figli e nipoti, giorni privi di cibo, giorni e giorni, Ugolino comprende la sorte, i “figli” ad un gesto disperato di lui, si offrono a pasto, ritenendo che Egli si addenti per fame. Sì, fame, fame, fame, e in ultimo morte per fame. Termina appena, Ugolino, la parola, che addenta ancora, e lo farà eternamente, la cervice maledetta del maledetto Arcivescovo Ruggieri. Siamo a Pisa, XIII secolo, e nelle lotte tra guelfi papisti e ghibellini imperiali, Ugolino era un ghibellino ma di spregiudicata azione politica, da cambiare alleanze, con un parente, suo nipote, Nino Visconti, guelfo, che tradì alleandosi con l’Arcivescovo Ruggieri, che a sua volta lo tradì. È il Canto più estremo del Poema, odio, vendetta: all’ estremo.

Il Canto XXXIV è anch’esso un Canto estremo, i traditori per eccellenza, degli uomini e di Dio, Bruto, Cassio, Giuda e infine il traditore decisivo: Lucifero. È il Dante giustiziere, il Dante che si identifica con il rigore assoluto di Dio. Bruto, Cassio, e Giuda, e Lucifero? I traditori del Sovrano mondano, Cesare, sono da pareggiare ai traditori di Cristo e di Dio? Cesare, il Sovrano, l’Imperatore è, nella sua sfera, non sottomesso ad altra autorità, è il Dio della Terra. Dante eredita totalmente la forma imperiale romana e vuole affiancarla, non sminuita, al Pontefice. La Chiesa non può, non deve sostituirsi o prevaricare o considerarsi maggiore dell’Impero. Roma Antica e Roma Cattolica. L’Impero e la Chiesa!

Purgatorio

Siamo in Purgatorio, un uomo se ne sta chiuso in sé, Virgilio gli domanda la via, l’uomo vuol sapere chi chiede, e basta che Virgilio cominci a dire “Mantova” e l’Ombra esplode, e con Virgilio sono abbracci di Ombra, giacché entrambi mantovani. “Ahi serva Italia...”, un’esclamazione celeberrima forse più che il “Va pensiero...” Dante inveisce contro chi “italiano” combatte l’italiano, laddove l’Ombra, Sordello, all’udire il nome della sua Città abbraccia, e, poi, onora, Virgilio. l’Undicesimo Canto del Purgatorio è tra i massimi dell’intero Poema. Dante giunge al luogo dove i superbi espiano la condanna e liberandosi salgono al Paradiso, vede i superbi gravati da macigni, loro che si innalzarono vengono abbassati, domati. E’ l’aspetto evidente, facile da cogliere. Ma il fondamento del Canto è ben altro: i peccatori superbi hanno, in Purgatorio, compreso i limiti della gloria umana, e che nell’infinità del tempo non soltanto la grandezza è minima ma anche l’estrema gloria vanisce, e non solo l’estrema gloria degli uomini vanisce ma la stessa Terra è cosa da poco. Sembra una anticipazione di Pascal, e di Leopardi, anche se Dante e Pascal vedono il nulla dell’uomo in confronto a Dio; e Leopardi vede il nulla dell’uomo in confronto al Nulla del Tutto. Nel Purgatorio incontra, Dante, Casella, amico nella vita, suona. Casella, canta, una poesia di Dante, amici nell’al di qua e nell’aldilà... Incontra Pia de’ Tolomei, la quale passa come l’Ombra di se stessa, lieve, fugace, un sospiro di pena, reclusa, uccisa lentamente dal coniuge; incontra Buonconte di Montefeltro, ghibellino, che rimpiange d’aver sbagliato via di fuga per salvarsi dai nemici guelfi, a Campaldino,1289, e sembra il rimpianto dei nostri errori... Ahimè, Virgilio lascia Dante, oltre il Purgatorio, lui pagano, non gli è consentito il cammino. In vero neanche Inferno e Purgatorio gli dovevano essere consentiti, ma Dante è troppo antico “romano” per curarsi di ossequienze dommatiche. Per Dante il mondo cattolico continua non esclude il mondo “classico”.

Paradiso

Perduto il Padre Virgilio ecco l’ulteriore fantasma mentale di Dante, la Madre, Beatrice, severa, amorevole, sempre attenta a che il “figlio” Dante si mostri degno del Paradiso, e Dante, infantilmente, si sforza per gradirle, si ritiene un uomo da niente rispetto all’Universo, ancor meno rispetto a Dio, è talmente superiore da comprendere la infimità umana commisurata all’infinito o a Dio. Come ogni mente educata alla Scolastica, Dante ha cercato di capire con la ragione il massimo possibile, ha risposto con osservanza della teologia cattolica alle interrogazioni dei Santi sulla Fede, ha sormontato i quesiti, è stato approvato perfino dalla severissima Beatrice, si è confortato incontrando un suo antenato, Cacciaguida che si gloria del Paradiso. Cammina, ascende ancora Dante, alla perfezione non c’è limite come non c’è limite all’imperfezione, più si accosta all’Altissimo più si giudica trascurabile. Ora, nel XXXIII Canto è al cospetto visivo estremo dell’essenza cattolica, la deve intendere fissandola: la Trinità, la natura umana e divina di Cristo, l’uomo e la Trinità. Il XXXIII Canto del Paradiso conclude il viaggio di Dante. Pochi uomini hanno faticato quanto e come Dante. L’intero Inferno, l’intero Purgatorio, l’intero Paradiso, e tuttavia mantiene una insoddisfazione inguaribile, non Gli basta aver sofferto con i dannati, espiato con i redenti del Purgatorio, inneggiato con gli eletti del Paradiso, non gli basta aver sofferto le passioni, umano come è, aver risposto agli interrogativi sulla fede, no, no, non Gli basta, sente che la fede è un atto del sentire, un sentire che si rende volontà, vogliamo credere perché sentiamo di credere, edifichiamo sulla fede quanto non comprendiamo e non spieghiamo, la fede contiene in sé il dubbio sormontato con la fede. Ma Dante tenta ancora e ancora e ancora e ancora di comprendere con la ragione, perché Dio, la Trinità siano conquiste certe, dimostrate non soltanto stabilite per fede. Si accanisce allo spasimo. Capire la Trinità, l’Incarnazione, la ragion d’essere dell’essere. È prossimo a Dio ma non capisce. Crede in Dio ma non oltrepassa il credere. Trinità, Incarnazione, Dio rivelatevi, fatevi comprendere. Perché, come mai sussistete? Niente, non comprende. Allora, basta, si lascia andare, sente di credere, vuole credere, ama credere, e si fa prendere Dal Mistero Dio, ed in Lui chiude la mente come un bambino che si addormenta sulla spalla del Padre! “All’alta fantasia qui mancò possa;/ ma già volgea ‘l mio disio e ‘l velle/ si come rota ch’ igualmente è mossa, l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

Dante Alighieri: la vita e le opere

Fiorentino di nascita e fiorentini gli Antenati, con attribuzioni gentilizie ragguardevoli che potevano consentire un qualche orgoglio di sé, Dante nacque nel 1265, e fu reso cattolico al Battistero di San Giovanni. Sebbene in specie con Dante, Firenze diverrà quasi o pressoché eguagliabile ad Atene ed a Roma, già prima di Dante la Città aveva stabilito supremazie incomparabili. Giotto, innanzi a tutti, e per sempre, ma pure i Poeti del Dolce Stil Novo che raffinano la lingua italiana (detta “volgare”) successiva alla eccellente Scuola Siciliana. Ma sarà, quello di Firenze, un andamento stupefacente, come se la civiltà si racchiudesse per qualche secolo in tale Città. Ebbe, Dante, Maestro Brunetto Latini, accennato, e di sicuro apprese il sapere letterario e cognitivo in generale, lo era in Brunetto. È celeberrima la impressione che a Dante bambino suscitò la bambina Beatrice, risvegliata, quella sembianza, in anni successivi, di nuovo incontrandola; indelebilmente. Una attrazione di sguardi, che culmina in tragedia, la fanciulla, Beatrice, muore, Dante non soltanto la piange in una composizione della sua opera giovanile, Vita Nuova, nella quale immagina la morte di Beatrice che poi avverrà, e la sacralizza per il futuro. Intanto vive attivamente, è di parte Guelfa, cattolicissimo, però è un Guelfo Bianco, ossia cattolico ma contrarissimo al potere temporale della Chiesa, anzi: favorevole nettamente al potere temporale esclusivo dell’Imperatore. Temeva, Dante, che un potere temporale, possessi, ricchezze, avrebbero corrotto la Chiesa. Dopo gli studi, si scrive ad una Corporazione, Medici e Speziali, era un obbligo per esercitare una qualsiasi attività, ha incarichi pubblici rilevanti, combatte militarmente e coraggiosamente, per le sue convinzioni si inimica i fautori del papato, ed il Papa, che è il vituperatissimo, da Dante, Bonifacio VIII. Mentre svolge a Roma una missione, a Firenze i Guelfi Neri lo processano, lo condannano: non potrà tornare a Firenze a rischio della vita. È costretto all’esilio, e vuole l’esilio. Successivamente, allorché Firenze intende “perdonarlo”, Dante la respingerà, non ritenendosi colpevole. Errerà di città in città, da famiglia nobile a famiglia nobile, gli Scaligeri, i Malaspina, i Polenta. A Firenze ha lasciato la moglie, Gemma Donati, e i figli. I compagni di esilio, lo schiferanno presto. Solo. Spera nella discesa di Carlo VII, che giunge in Italia e muore. Non lo soccorre, dunque, il sognato Impero. Decide: capovolgerà la pena in trionfo. Comporrà l’opera del riscatto, un’opera tanto grandiosa che annienterà finché esisterà l’uomo tutti i suoi nemici, ed esalterà le sue passioni: il mondo romano, la Chiesa dei Santi e dei Sapienti, la sete di conoscenza, i Condottieri romani e per la fede, l’Impero, Beatrice, che si rende meta, per Dante, di assillante elevazione... In basso, nel fango o nel fuoco innanzi tutto i cattolici voraci di beni terreni, i vili, i traditori, i mediocri, la feccia umana che per esistere come esiste é una persecuzione da scaraventare nell’Inferno.

Dante e l’Impero

La Divina Commedia è, a suo modo, un nuovo Libro dell’Apocalisse. Dante giudica, per l’eternità. Ha reso immortali chi voleva, nell’infamia e nella lode. Ed è anche l’affermazione dei suoi scopi ossessivi, l’Impero, a cui dedica anche il libro “Monarchia”. Dante ritiene che soltanto l’Imperatore possa mettere pace alla lotta tra i Comuni o tra gli Stati che allora sorgevano, e possa contenere le voglie temporaliste della Chiesa. Altro scopo pressante, la nuova lingua, il volgare, quello toscano, sostitutivo del latino, Dante ne scrisse nel De vulgari eloquentia. E fu proprio Dante a imporre una lingua ad un popolo, il “volgare” toscano. Morì nel 1321, appena concluso il Paradiso. Aveva 56 anni, Come Giulio Cesare. E come Giulio Cesare, nelle Idi di Marzo.