Margaret Bourke-White nasce nel 1904 a Stamford. Proviene da agiata famiglia borghese. Il padre è un naturalista e lei inizia gli studi di biologia e, dentro al college, frequenta anche i corsi di fotografia. Ha un carattere forte ed irrequieto, con fortissima ambizione. Nel 1925 si sposa con Everett Chapman dal quale divorzia due anni dopo. Comincia a lavorare in modo professionale nel 1927. Si traferisce nell’Ohio. Scatta fotografie di architettura. Scatta foto del mondo industriale. Conosce Henry Luce caporedattore di Time. Si trasferisce a New York per lavorare nella nuova rivista Fortune. Sono gli anni della Grande Depressione. La sua ricerca mette in stato d’accusa la feroce ricerca del successo e del potere e una fede incondizionata nelle macchine. Alla collaborazione con Fortune affianca impegni professionali, mostre, libri che gestisce con un proprio studio sui temi industriali e aziendali. Afferma in un periodico nel 1928 che l’industria “è il vero luogo dell’arte”. Scatta fotografie dai cornicioni dei grattacieli più alti. Ritrae ambienti fatiscenti, zone industriali dismesse. Le immagini sono pubblicate dalle riviste più diffuse.

Non si esime dal fissare le immagini più drammatiche di lunghissime file di disoccupati americani di colore in attesa di una scodella di cibo. Sono temi difficili in una America che vuole promuove stili di vita molto alti. Recepisce i contenuti del cubismo e del cinema espressionista. Compie alcune incursioni sulla ricerca astratta. Nel 1929 è la prima a visitare l’Unione Sovietica dove fotografa molte realtà industriali. Crea immagini murales senza un punto focale, sospese. Sua è la foto utilizzata nel primo numero della rivista Life del 23 novembre 1936. L’immagine è il compimento di una importante diga nel Montana realizzata con la spinta positiva del New Deal. È il successo. La sua foto fa il giro del mondo e rappresenta un forte elemento di affermazione delle donne nel mondo della fotografia. Nel 1937 l’aereo in volo verso l’Artico è in avaria e rimane isolata per vari giorni. Sempre nello stesso anno inizia con il marito, lo scrittore Erskine Caldwell, una ricerca sociale nel Sud che sarà il materiale su cui viene scritto il libro You Have Seen Their Faces. Le immagini danno una versione meno dura delle miserabili condizioni di vita nelle campagne americane devastate dalla siccità, dalla carestia, dalla miseria. La raccolta viene contestata da altri fotografi che invece rappresentano la crisi nella sua durezza e tragedia.

Diverta l’unica donna fotogiornalista di guerra e molto apprezzata. Realizza servizi in varie zone della Seconda guerra mondiale, l’assedio di Mosca, la guerra di Corea, le rivolte in Sudafrica. Ha la convinzione che la fotografia può creare e salvare la democrazia nel mondo. Conferma questa sua convinzione quando è presente nello scenario pericoloso delle Cecoslovacchia invasa dai tedeschi nel 1938. In varie occasioni, lei confermò che la guerra mondiale non sarebbe partita se ci fosse stato un giornalismo capillare che informasse in anticipo sull’ascesa delle dittature. Nel 1941 è con il marito nella Russia colpita dall’Operazione Barbarossa dei tedeschi. È l’unica giornalista straniera presente al violentissimo attacco delle forze tedesche. Corrispondente della rivista Life, segue le truppe americane lungo la Linea Gotica. Per il suo coraggio, la rivista Life la definisce Maggie l’indistruttibile.

È presente alla liberazione e all’apertura del campo di sterminio di Buchenwald. Sempre nel 1941 ritorna con Caldwell in Russia che ritrae come una possibile alleata contro il nazismo. Nel ‘42 la nave che la porta in Sudafrica viene silurata nel Mediterraneo costringendola a passare una notte e un giorno su una scialuppa di salvataggio. Negli anni Cinquanta si cimenta nello scatto di fotografie aeree. La sua elevata professionalità le fa dire che, ad un certo livello, non ha senso fare differenze fra donne e uomini. Si crea arte e basta. Molto famosi gli scatti che ritraggono Gandhi e Stalin. Le sue foto sono sequenze di “storie” che conferiscono un significato dinamico. La colpisce il morbo di Parkinson a quarantanove anni. Si sottopone ad una operazione al cervello per limitare i danni e di cui i giornali parleranno per molto. Non riuscirà più a fotografare e si orienta sulla narrazione scrivendo le sue memorie Il mio ritratto pubblicate nel 1963. Nel 1971 muore in seguito ad una caduta dentro la sua casa.