Dall’inferno all’Inferno, alle Scuderie del Quirinale “la Porta” di Rodin

Attraversando una Roma spettrale si arriva alle Scuderie del Quirinale, dove – fino al 9 gennaio – è visibile la mostra sull’Inferno, allestita in occasione dei “Settecento anni” dalla morte di Dante Alighieri (Firenze, tra il 21 maggio e il 21 giugno 1265 – Ravenna, notte tra il 13 e il 14 settembre) e curata da Jean Clair e dalla moglie Laura Bossi. Una mostra unica nel suo genere, perché offre in esposizione la celebre “Porta dell’Inferno” di Auguste Rodin, il modello di fusione in gesso in scala 1:1 conservata al Musée d’Orsay, trasportata a settembre scorso con un trasloco eccezionale. Ho scritto “Roma spettrale” perché è quello che ho visto lasciando la mia auto al parcheggio di Villa Borghese e compiendo quel percorso che ho fatto per anni, da quando nel 1975 iniziai a frequentare la Rusconi Editore, al settimo piano di Via Bissolati. Dunque conosco bene quel tratto che va da Via Veneto, la strada della “Dolce vita”, fino a Largo Santa Susanna: i famosi bar, i ristoranti coi tavoli all’aperto e le “cupole”, i negozi del lusso, le gioiellerie, l’edicolante coi giornali di tutto il mondo, dove si andava alle prime ore del mattino a prendere le prime copie dei quotidiani freschi di stampa. Sono rimasti solo l’Harrys Bar, all’inizio della via, e Doney, accanto all’Excelsior. Ma il Doney ristrutturato, cioè non più il vecchio Doney dei grandi appuntamenti, quello odierno. Quanto è cambiato da allora! Soprattutto manca il lavoro. Chiusi i grandi uffici dell’Alitalia sul tratto di via Bissolati, accanto il Palazzo dell’Ina Assicurazione vuoto come dopo un bombardamento, perché ancora gli impiegati sono per la maggior parte in smart working. Vuote e in parte scomparse quelle gastronomie, dove si faceva la fila dalle 13 all’ora del caffè per un panino nella pausa pranzo.

Cosa è successo a Roma? Sarei voluta andare a chiederlo al capo dello Stato, che oltretutto ho visto che era in sede, spiegando ai miei nipoti che quando la bandiera del Quirinale è issata il Presidente è nel suo studio o viceversa è fuori per visite ufficiali. Non avrei forse titolo per farlo? Andare da Sergio Mattarella a chiedere i tanti “perché”? Dopotutto sono una giornalista, in pensione, ma ancora scrivo e pubblico. I miei nipoti scuotevano la testa e il più piccolo, ridendo, mi ha detto a bruciapelo: “Gli chiederesti di fare tu il capo dello Stato?”. Gli ho risposti di sì, per rassicurarlo. Sarà per questo, lo sconquasso di Roma, che è stata allestita l’eccellente iniziativa di una esposizione su quanto è stato dipinto, scolpito e scritto dal Medioevo a oggi sull’Inferno, un ripensamento sui mali dell’uomo? Dieci sale, con opere di artisti grandissimi, dal Botticelli al Beato Angelico fino ai contemporanei della scuola degli astri di Anselm kiefer. Un evento. Di fatti, per l’occasione, è stata portata “La Porta dell’Inferno”, l’incompiuta di quattro metri e mezzo, che tormentò Gustave Rodin fino alla morte. L’opera gli era stata commissionata, nel 1880, attraverso la persona di Edmond Turquet per ornare l’ingresso del Museo delle Arti decorative di Parigi, che però non vide mai la luce. Un lavoro lungo, estenuante e faticoso per “lo scultore dell’amore”, durato circa quarant’anni, da cui furono tratti solo 8 multipli in bronzo, oggi visibili in vari musei. La mia visita era mirata a questo: vedere la “Porta di Rodin”. E per questo avevo portato con me i miei due nipoti, che frequentano uno la prima media e l’altro la terza e dunque sono ai primi approcci con la lettura della “Divina Commedia”. Mi sono stati molto utili, poiché di fronte al calco di gesso, mentre leggevamo le spiegazioni, io ho chiesto loro: “Ma Dante, parla di una porta?”. Non lo ricordavo dalle reminiscenze dei miei studi classici. Di certo sapevo quella frase che tutti conosciamo, “lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate”, la stessa che ci accingevamo a leggere e dunque ho esclamato che, indubitabilmente, doveva esserci una porta se l’Alighieri nel suo viaggio simbolico fu colpito da quel verso. Non sbagliavo. I dubbi sulla “Porta”, la sua realizzazione, la fusione in bronzo, sono ancora oggi fonte di mistero. Finita, non finita, qual è l’originale di Rodin? Quella in gesso e ora alle Scuderie?

La visita alle Scuderie del Quirinale comincia proprio da qui. Questa è la prima sala, dopo una curiosa proiezione nell’atrio antistante, a cura dell’Istituto Luce, di quello che nessuno pare sia riuscito a realizzare e cioè un film sulla “Commedia”. Io, negli anni della mia professione, ebbi occasione di avere tra le mani un copione, però non se n’è fatto nulla evidentemente. Invece, ciò che mostra il breve filmato, in bianco e nero, è una curiosa scena in cui Dante discute con Virgilio come all’imboccatura dell’Inferno, segnata da un satrapo in primo piano. Unico filmato, perché poi tutta la mostra si dipana tra dipinti in cui il Poeta e la sua Guida giganteggiano in tele dalle tinte scure, fiammeggianti, con sciabolate di luci, dai fiamminghi a Goya. L’illuminazione è stata curata da Francesco Murano sulla scorta delle intuizioni caravaggesche. Tornando alla bianca porta in gesso di Rodin colpisce il transetto superiore: sopra le “Ombre”, all’interno le anime dei dannati a cui è rivolta l’ammonizione. Spiegavo ai miei nipoti il concetto di “speranza” nella vita terrena, ciò che William Shakespeare identifica in quella sorta di ossimoro mentale e cioè “sperare contro ogni speranza” fino a che è possibile. Ma lì, sopra la Porta dantesca, la speranza si depone e nelle sculture si vede la curvatura del peso e l’inizio del tormento. Esse non sono precipitate nello strazio dell’animo, ma si ammantano di quella lussuria che ne significò la vita. In Rodin questo, in verità chi può saperlo. Sovrasta la scena “il Pensatore”. “Minosse”, legge mio nipote. “Il re Minosse?”, chiedo io. “Penso”, risponde lui. Di fatti a scrutare la figura che sporge, col braccio sul ginocchio, in posa pensante, pare colui che terminato un giudizio si cruccia sugli eventuali errori. Dicono che Rodin volesse chiamarlo inizialmente “il Creatore”, ma tanto durò il dubbio che la porta non vide mai l’esecuzione, anche se nel 1917 pare che l’artista sia stato convinto a tentare una fusione. Fu così? Parti di una vita complessa, ampia e contraddittoria. Di certo ci restano questo calco in gesso, il vero Rodin e gli 8 multipli dopo la morte.

Sono 186 le figure raffigurate, da Paolo e Francesca al Conte Ugolino con uno dei figli in braccio in una allegoria complessivamente ispirata alla “Porta del Paradiso” del Battistero di Firenze dell’orefice e scultore Lorenzo Ghiberti (1425–1452), alla michelangiolesca Cappella Sistina (1508-1512) fino a “Les fleurs du Mal” (1817) di Charles Beaudelaire. Introducono al tema dantesco due opere sulla caduta degli angeli ribelli, il “Giudizio finale” del Beato Angelico (1431) dai morbidi colori dell’oro, dei rosa e dei celesti e lo scheletro in legno della Morte. Numerosi sono i quadri e i lavori che compongono il viaggio. Sono esposte opere di Sandro Botticelli (una pergamena concessa dai Musei Vaticani sulla mappa geografica della voragine), di Federico Zuccari, di Jan Brueghel, di Thomas Lawrence, di Giovanni Battista Piranesi, di Gustave Doré, di Domenico Morelli, di Anselm Kiefer. Inferni di angeli dalle proporzioni gigantesche, un susseguirsi di strazianti pene che scuotono Dante fino al punto di vederlo ritratto mentre chiede la mano a Virgilio di fronte alle insopportabili scene dei dolenti maledetti, dopo i colori freddi e la rarefazione del IX girone dell’Inferno di Doré. Quindi, ben si comprende quella frase con cui si chiude la prima parte sia dell’opera dantesca e sia della mostra “e uscimmo a riveder le stelle”.

Nella seconda parte Jean Clair chiude definitivamente la selezione di tele raffiguranti demoni per i contemporanei, come “La pazzia” di Giacomo Balla, e per passare agli artisti degli inferni moderni e artificiali causati dall’uomo dalla Rivoluzione Industriale: le guerre, le prigioni, i luoghi delle patologie mentali. Accanto a frasi scelte dalla letteratura come l’Italo Calvino delle “città invisibili”: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme…”. O la citazione tratta dai “Manoscritti” di Kurt Godel: “Il Paradiso è una regione dello spazio? Lo stesso per l’Inferno?”. Per tornare a Dante, però del XXIV Canto del Paradiso: “Quest’è il principio, questa è la favilla…”. E per finire, una serie di opere dedicate agli “astri”, tra cui quella di Anselm Kiefer. L’immagine scelta per la mostra, quella che appare nei cartelloni pubblicitari lungo le vie di una Roma che pare deserta, è di Franz von Stuck: un “Lucifero” dagli occhi trasparenti come le luci psichedeliche dei raggi laser. Fa venire in mente la frase del film sulla vita di Władysław Szpilman, “Il pianista” di Roman Polanski, quando il polacco scampato ai campi di sterminio, nascosto nel ghetto di Varsavia, dice rivolto a uno di quelli che lo aiutavano: “Non so da che parte sono”.