La malattia dell’Occidente? L’occidentalismo

Nel 2014 partecipai a un convegno su Julius Evola (1898-1974), del quale vennero pubblicati gli atti, dove trattai anche di una sua opera del 1934, dal titolo “Rivolta contro il mondo moderno”. Questo scritto lo ritenni la pietra miliare del suo pensiero e la luce-guida dei suoi futuri impegni. Dal mosaico filosofico composto dagli scritti evoliani scaturiscono considerazioni di carattere sociologico circa la concezione di una società legata al “tradizionalismo” come fattore di coesione sociale. I riferimenti sono anche alla religione islamica, in contrapposizione alla società occidentale, di cultura cristiana che, anche se nata su tradizioni antiche, profonde e radicali, tramite la duttilità delle “regole”, ha creato una sorta di “adattamento religioso alla vita moderna”. Questo adattamento della religione alla modernità ha creato un cedimento della coesione sociale. Tale squilibrio tra religione tradizionale e società non tradizionale è, secondo Evola, l’anello debole del Cristianesimo, quindi della cultura europea e, nel caso di omogeneità tradizionale tra religione e società, l’anello forte della società orientale e vicino-orientale.

È su questo tracciato che il filosofo indugia, e che sottolinea il ruolo delle “tradizioni” nella società e del grande potere che queste hanno come collante e come struttura portante delle comunità. In breve, il pensiero di Evola, come similmente quello di René Guénon (1886-1951), brillante intellettualità della prima metà del XX secolo e autore dell’opera “La crisi del mondo moderno” pubblicata nel 1946, convergono nel concetto della sopravvivenza di una cultura solo se radicata alla tradizione che funge da scudo al deteriorarsi di quelle idee e azioni che minano i ruoli e le memorie. Notoriamente sia Evola che Guénon filosofeggiano sui valori della religione tradizionalista, ma oggi il contesto storico è diverso e spesso la deriva del tradizionalismo religioso assume aspetti integralisti. Ritengo comunque notevole, sia l’attualità del loro pensiero, che la loro lungimiranza. Infatti se decliniamo il loro concetto di tradizionalismo nel contesto contemporaneo, dove l’incontro tra culture, credenze, ideali e valori, è generalmente conflittuale e dove la globalizzazione funge da caotica amalgama, non è difficile trovare connessioni con le attuali problematiche sociali che affliggono la collettività occidentale. Ambedue gli autori, che già nella prima metà del secolo scorso avevano constatato il “tramonto dell’Occidente” favorito dalla perdita dei “valori”, attribuiscono questo tracollo alla corruzione spirituale causata dal modernismo.

Ora possiamo osservare che l’Occidente ha in quel materialismo, oggi accompagnato dal consumismo, i suoi punti deboli, sia per il mantenimento della memoria della propria storia, che per preservare le consuetudini socio-culturali. Infatti, l’abbandono di una “spiritualità organizzata” e pensata secondo un Ordine divino indipendente dalla volontà umana, come la dimenticanza di quel fatalismo o fede che sgravava la Persona dall’attribuire, magari le proprie difficoltà o i propri successi, alla volontà individuale, sgretola le fondamenta di una resistenza al caos sociale. Quindi l’abbraccio dell’Occidente al materialismo e l’indifferenza dell’Occidente al dominio soprannaturale fa focalizzare le attenzioni sul futuro, invece di preservare l’attenzione sul passato. Così la società occidentale non ha fatto fatica a separarsi da quell’ancoraggio simbolico che le avrebbe permesso di tramandarsi attraverso i secoli. In sostanza, la mutazione del Mito come entità per la conservazione, al Mito come progresso che esalta il razionalismo e affoga la spiritualità, ha portato l’Occidente a incamminarsi verso quella parabola sociologica “discendente” che ha condotto la società attuale in uno stato di coma e verso il baratro dell’autodistruzione, traducibile anche con una radicale trasformazione della società.

Ma adesso l’Occidente come potrà trovare un equilibrio e la soluzione ai problemi che nascono dalla tensione costante tra una società dopata dalla tecnologia e una società, generalmente non autoctona, che sfrutta la tecnologia all’interno della tradizione e del conservatorismo? Sicuramente Evola, Guénon, ma anche Joseph de Maistre (1753-1821), uomo con tendenze suprematiste, avrebbero rivolto lo sguardo all’Oriente per un rimaneggiamento dell’umanità corrotta con l’umanità integra, ma oggi il multiculturalismo non è più una scelta, bensì un dato di fatto. Oggi l’Occidente per ritornare alla conservazione delle tradizioni dovrebbe sfruttare la laicità, non come punto di debolezza sociale che umilia la tradizione, come accade sempre più spesso in ambito di decisioni europee e nazionali, ma utilizzarla come “arma strategica” per armonizzare il multiculturalismo e approcciare con esso con atteggiamenti xenofili, diversamente condurrebbe la società occidentale a un obbligato regresso sospinto dal fattore demografico.

Ma ogni società ha una vita e ora la “parabola sociologica occidentale” ha esaurito la sua curva discendente appiattendosi, malata, nell’agonia. Intanto, tra business-pandemia e business-guerra, fenomeni teleguidati da una disinformazione strategica, si resta in attesa di uno shock sociologico che faccia ripartire la curva ascendente, magari simile a quella post Seconda guerra mondiale. Per ora l’Occidente malato di occidentalismo prende tempo, ma per rinascere dalle ceneri bisogna prima morire.