XXI Aprilis: anno I ab Urbe condita

Nella ricorrenza della nascita di Roma non si possono non ricordare le conclusioni, in merito, dell’archeologo il quale ha riportato alla luce, principalmente sul Palatino, testimonianze indiscutibili dell’evento: Andrea Carandini. Più d’ogni altro, ha fatto luce sulla nascita di Roma, fra la seconda metà del vigesimo e i primi del ventunesimo secolo dell’era volgare. È figlio di un grande liberale, il Marchese Nicolò Carandini, l’imprenditore agricolo e industriale, militante liberale dal 1919, tra i ricostitutori del Partito Liberale Italiano dopo il 25 luglio del 1943, da lui rappresentato nel Comitato di Liberazione Nazionale nel periodo della guerra di liberazione, ministro senza portafoglio nel secondo gabinetto d’Ivanoe Bonomi, poi ambasciatore a Londra, tra i fondatori del Partito Radicale nel 1955. Il Conte Andrea Carandini dei Marchesi di Sarzano, patrizio di Modena e nobile di Bologna, all’Università degli Studi-La Sapienza di Roma fu allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli, con il quale si laureò nel 1962. Cominciò una brillante carriera accademica presso quella stessa Università, proseguita come professore incaricato di Archeologia e Storia dell’Arte presso l’Università degli studi di Siena e poi professore straordinario nelle stesse materie in quel medesimo ateneo. In seguito, fu professore ordinario d’Archeologia e Storia dell’arte romana nell’Università degli studi di Pisa, presso la quale fu anche titolare di questi insegnamenti nella Scuola di specializzazione in Archeologia. Infine, dal 1992 fu professore ordinario d’Archeologia e Storia dell’arte greca e romana, nonché insegnante di metodologia e tecnica degli scavi e della materia generale sempre insegnata nella Scuola di specializzazione, in quella Sapienza di Roma in cui si formò. Nel 2007 venne nominato presidente della Commissione paritetica per realizzare il sistema informativo archeologico delle città italiane e dei loro territori, e membro della commissione mista Stato-Comune per la sistemazione dell’area monumentale centrale di Roma. Dal 17 di marzo del 2009 al 24 maggio del 2012 è stato presidente del Consiglio superiore dei beni culturali del ministero dei Beni e delle Attività culturali. Dal 19 febbraio del 2013 è presidente del Fondo per l’Ambiente Italiano e dal 28 gennaio 2018 è componente del Comitato scientifico del Parco archeologico del Palatino, Foro Romano e Colosseo.

Fu Andrea Carandini, durante gli scavi sulle pendici settentrionali del Palatino, a portare in luce una fortificazione facente parte delle mura poste a difesa del Colle nell’viii secolo avanti l’era volgare, cioè all’epoca della fondazione della città da parte di Romolo, storia delle origini di Roma da lui approfondita sulle fonti letterarie fra il 1996 ed il 2012, di cui studiò in quel periodo le edizioni.

L’opera d’Andrea Carandini, in poche parole, è stata quella di trovare il riscontro, negli scavi archeologici, dei fatti su cui le fonti letterarie ricostruirono il mito della fondazione di Roma: fatti divenuti simboli, un evento divenuto mito. A illustrare ciò le maggiori opere di questo autore: Archeologia del mito. Emozione e ragione fra primitivi e moderni, Torino 2002; La nascita di Roma. Dèi, eroi e uomini all’alba di una civiltà, Torino 2003; Palatino, Velia e Sacra via. Paesaggi urbani attraverso il tempo, Roma 2004; Remo e Romolo. Dai rioni dei quiriti alla città dei Romani, Torino 2006; Cercando Quirino, Torino 2007.

Benedetto Croce disse e scrisse dello storiografo, il quale è spinto alla sua indagine dalla necessità di rispondere a domande del presente. L’archeologo s’attiene al materiale rinvenuto, ma queste conclusioni d’Andrea Carandini, aristocratico liberale, figlio d’un liberale tra le altre cose per un periodo ambasciatore a Londra, dimostrano l’intuizione crociana. Non resta, rispettosamente, che cedergli la parola: “Dopo venti anni di scavi tra Palatino e Foro e di studi sulla nascita di Roma, ho potuto constatare che i dati strutturali ricavabili dalla leggenda di Remo e Romolo, dalla constitutio Romuli e dal calendario primitivo dei Romani convergono e si armonizzano con quelli ricavabili dai vecchi scavi, nuovamente vagliati, e soprattutto dai nuovi scavi da noi condotti. Questa constatazione ci ha portato a concludere che l’abitato dei Quirites – il Septimontium allargato ai colles – si era dotato, dal secondo quarto dell’viii secolo Avanti Cristo, di una urbs, di un forum, di un’arx, formanti insieme un regnum, cioè una res publica – noi diremmo uno Stato – governato da un rex e da altri poteri secondari, secondo un ordinamento sacrale, giuridico e politico di carattere costituzionale. I nuovi scavi consentono inoltre di sostenere che la città-stato è stata attuata in un breve lasso di tempo, tra il 775/750 e il 700/675 avanti Cristo, ed è stata perfezionata tra il 675 e il 625 avanti Cristo, dopodiché sopravviene il tempo nuovo dei Tarquini e della riforma costituzionale di Servio Tullio, che risale al 575-550 avanti Cristo circa e che dura intatta fino alla fine del vi secolo avanti Cristo, quando verrà instaurata la repubblica. L’argomentazione del contrario ricade ormai sulla vulgata storiografica contemporanea, che sulla base di scavi troppo ristretti e inadeguatamente condotti ed editi ritiene ancora, ma con sempre meno argomenti, che la prima città-stato sia stata realizzata molto più tardi, tra il 625 ed il 550 avanti Cristo circa. È venuto così il momento di risalire dai ventisette secoli e mezzo in cui siamo sprofondati fino ai giorni d’oggi, e chiederci se esiste ancora un legame storico-identitario coi primi Romani, o se Romolo equivale per noi a un re primitivo di una qualsiasi altra parte del mondo. Io credo che un legame col mondo pagano delle origini – al tempo di Omero e di Romolo – sussista ancora, sia vivo e consista nella scoperta che gli antichi fecero – in Grecia, in Etruria e a Roma – di un modo peculiare di vivere organizzati, di un dispositivo sacrale-giuridico-politico-statale per il quale vari corpi della comunità (il re, l’aristocrazia e il popolo) riescono a convivere mitigando il potere centrale entro un’organizzazione unica, che possiamo chiamare, con gli antichi, “costituzione mista”. Si tratta dell’arte difficilissima di essere concordi al di sopra delle discordie, di dividersi senza considerarsi nemici. Abbiamo chiamato questo savoir vivre “sindrome occidentale”.

Ne vediamo la più lontana radice nella civitas/regnum della Roma alto-arcaica intesa come res publica, che in principio era una monarchia. Il concetto di “sindrome occidentale” è l’esito di una semplificazione tramite la quale possiamo – rozzamente ma efficacemente – comparare per differenza il carattere preminente della storia occidentale con l’opposta “sindrome orientale”, fondata su città e regni a carattere intrinsecamente e perpetuamente dispotico. Anche l’Occidente ha conosciuto tirannidi, dominati, assolutismi e dittature, che hanno snaturato il dispositivo occidentale con meccanismi di genere orientale; ma, fatto un bilancio dei secoli, queste soluzioni orientali non hanno prevalso, tanto da consentire, alla fine di un lungo e contrastato cammino, il risorgere e lo svilupparsi delle democrazie. Democrazie sono state innestate nel Novecento in alcuni Paesi asiatici, come l’India e il Giappone, riuscendo miracolosamente ad attecchire, ma si tratta di eccezioni, ché l’assenza di una “sindrome occidentale” pluristratificata continua a favorirvi i dispotismi. Che i Paesi orientali debbano trovare, prima di tutto, una loro via alla “sindrome occidentale” prima di potersi incamminare nelle democrazie? Alcuni storici contemporanei criticano le democrazie antiche e moderne per le loro incompiutezze, quasi fossero nient’altro che oligarchie mascherate, confondendo concrete organizzazioni politiche – fatalmente imperfette – con modelli ideali irraggiungibili se non al prezzo del dispotismo. Così facendo questi storici hanno finito per giustificare gli orrori delle dittature contemporanee fasciste e comuniste, rimarcando il temporaneo consenso su cui si sono basate. Le democrazie occidentali sono certamente piene di difetti, ma hanno il vantaggio di essere perfezionabili, ed infatti si sono per molti aspetti perfezionate. Prevedo che sarà arduo riceverne di migliori da dove sorge il sole. La città-Stato antica è basata su un culto civico posto su un’altura e su un centro politico intorno a una piazza posta in basso (agorà, forum); finché sono durate forme monarchiche costituzionali o magistrature a tempo limitato, da quelle derivate, le dimore regie sono rimaste, in Grecia ed in Italia, tra l’età alto-arcaica e quella arcaica, costruzioni dignitose ma modeste: non oltre i 620 metri quadrati, mentre le città orientali si sono incentrate e si incentrano ancora su palazzi o quartieri “proibiti”, grandi oltre un ettaro ed anche molto di più, come a Pechino, che contrastano con Downing Street (nel modesto edificio al numero civico 10 risiede e ha i suoi uffici il Premier britannico). Dopo l’alto Medioevo, a partire dal x/xi secolo dopo Cristo, le città sono risorte, soprattutto in Italia, dove tali sono rimaste fino all’età moderna, mentre in Europa si sono formati grandi regni. Le Magnæ Chartæ in Italia settentrionale ed in Inghilterra e gli Stati Generali in Francia si datano tra il 1177 e il 1303. La nostra identità pre-cristiana riguarda pertanto non soltanto lo jus dei Romani, come generalmente si ritiene, ma quel più ampio dispositivo politico-costituzionale-statale che abbiamo definito “sindrome occidentale””.

Andrea Carandini, così, non ha scavato solo sul Palatino e nel Foro, ma anche alle radici della civiltà liberale.