Catherine Spaak, stella caduta su un’Italia bacchettona

Catherine Spaak ha vissuto bene in Italia, ne siamo sicuri. Ma ha avuto a che fare con una società molto lontana dalla sua. Parlo della chiesa cattolica, di “quella” comunista (ultra-conservatrici eccezion fatta per figure come Giovanni XXIII e il Partito Radicale costituito nel 1955) e della chiesa “menefreghista” della Dolce Vita. Parlo di un’Italia stratificata e a volte divergente per ceti e comportamenti, il che produceva comunque buone cose non solo nell’economia, presto incagliata nel delta del neonato centrosinistra (fossimo complottisti, diremmo che il matrimonio tra Democrazia Cristiana e Partito Socialista italiano è stata la migliore “operazione speciale” dell’Unione Sovietica).

Parlando degli anni Sessanta in chiave cinematografica e sociale, ricordiamo la florida musica per film, incluse le colonne sonore di Piero Umiliani (la genialeMah-Nà Mah-nà” del film “Svezia inferno e paradiso” ebbe un successo strepitoso in tutto il mondo, tanto che fu reinterpretata nel Muppet Show arrivando davanti ai Beatles nella top ten inglese). L’opera di Ennio Morricone è stracitata ma menzionerei pure la sonorità di “Metti una sera a cena”. Com’era la società italiana negli anni Sessanta del secolo scorso? Era immersa in infinite cronistorie di amorazzi o matrimoni purissimi quanto Beatrice Cenci o la Beatrice di Dante. Gli ancora ruspanti maschi latini erano condannati a essere formalmente fedeli e casti, essendo da pochi anni privi degli agi del sesso legale e pantagruelico delle case chiuse, così si buttavano a tuffo sui rotocalchi scollacciati in voga, oppure sul sesso libero e puro con le prime coraggiose donne libere nelle anguste Fiat 500, o in quello impuro con le meretrici di strada.

I fumetti per adulti” erano letti soprattutto da ragazzini non ancora repressi dal fascio-leninismo delle Playstation e delle scuole calcio dove si gioca in forma costrittiva come nella Piazza Rossa nel giorno della sfilata militare. Per non parlare dell’infinito vizio dell’Adulterio all’italiana praticato da un numero crescente di Seduttori della domenica cui non erano estranei i Dolci inganni del Miele di donna, mentre Il piacere e l’amore conquistavano L’esercito del surf e le messe andavano deserte di fronte al botteghino dei cinema, dove La calda vita e La voglia matta testimoniavano i livelli ancora elevati di ormoni maschili e femminili (poi è stata tutta colpa delle fettine di pollo e di vitello?).

Gli anni della Spaak – più di quelli in salsa democristiana di Claudia Cardinale e di Sophia Loren – sono gli anni della grande scissione tra la generazione che ha vissuto la guerra (soffocata tra fascismo, comunismo e democristianità) e quella boomer, proto-beatlesiana e yé-yé. È Certo, certissimo, anzi probabile che in Italia Catherine Spaak abbia trovato tutto ciò che mancasse in Belgio: essenzialmente una nazione ridente e sana anche se scissa tra bacchettoni e gaudenti.

Catherine Spaak è una figlia d’arte. Nata in Francia nel 1945 da genitori belgi, conosceva il mondo ancora prima di nascere, visto che in casa si parlavano due lingue, che il padre era uno sceneggiatore cinematografico e la madre un’attrice, come lo è anche la sorella Agnès. Ottenne il primo ruolo a 14 anni in un film dell’importante regista Jacques Becker, autore di “Casco d’oro” con Simone Signoret e di “Grisbi” uno dei più famosi noir francesi.

Quando la sua stella appare in Italia, viene subito osservata e baciata dalla fortuna (e non solo da quella). Il primo a notarla è il grande Alberto Lattuada, studioso de I dolci inganni che venivano allegramente fatti alle giovani ninfe italiane. Lattuada nel 1994, su L’Unità, descrisse il suo rapporto di lavoro con la Spaak: “L’avevo vista la prima volta a otto anni nella villa del padre del quale ero amico. Venne in giardino in tutù, e fece una danza per noi. Dissi al padre: “Le voglio far fare un film”. E lui: “È ancora troppo piccola”. Passò qualche anno, la rividi mentre prendeva lezioni di pianoforte e tornai alla carica, ma il padre mi fece aspettare ancora. Quando compì 15 anni rinnovai la richiesta e lui mi disse: “Va bene, io te la consegno ancora vergine, tu me la devi restituire com’era””.

Diventò l’icona stessa di quell’Italia che sostituiva il bacchettonismo genitoriale con la Voglia matta per Una ragazza piuttosto complicata. Solo che non era complicata, la quattordicenne Catherine: era disinibita, come la londoniana Jane Birkin. Subì da subito assalti all’arma bianca sui set di Cinecittà o fuori dall’osteria Margutta, vicino la casa di Federico Fellini-Giulietta Masina. Vittorio Gassman a un certo punto si scusò con lei per i focosi eccessi, suoi e di altri attori e registi. Ma lei ne aveva parlato senza farsi scrupoli, già negli anni Settanta. Era davanti a tutti, solare e veloce come Il Sorpasso che la lanciò definitivamente. Era bella, dirà qualcuno. Rabbrividisco quando le donne e gli uomini con la penna rossa sparlano a go-gò delle donne belle. È forse una colpa essere belle?

L’interprete amata da una nazione felice quanto ipocrita finì per trovare la sua Cayenna nei rapporti familiari, nel matrimonio. Sul set de La Voglia matta cadde nelle braccia di Fabrizio Capucci, e lo sposò a 18 anni. Ma il rapporto era troppo splittato: lei aveva nel cuore una società nordica e moderna, mentre la famiglia italiana si basava al massimo sul dualismo tra moglie e amante, ed era fondamentalista come un Islam riveduto e alcolico. Quella del marito faceva parte di un mondo infinitamente diverso dal suo. Così, ad appena diciotto anni, e nell’Italia dove Catherine Spaak recitava in Io la schiava ce l’ho e tu no oppure Il marito è mio e l’ammazzo quando mi pare, l’attrice scappò con la neonata verso la libertà della Svizzera. Fu arrestata dai carabinieri e ricondotta a Roma nelle braccia della famiglia del marito. Al successivo processo la figlia le venne tolta e fu affidata alla suocera, con la motivazione che – essendo la madre un’attrice era di “moralità dubbia e non adatta”. Ahinoi. Andò meglio con il secondo marito, Johnny Dorelli, un matrimonio che però la fece allontanare dai set del cinema. Poco male. Catherine Spaak prese a scrivere sulla carta stampata e, più avanti, lavorò per la televisione. Si risposò altre due volte, divorziando sempre.

L’Italia del 2022 non ha fatto bella figura con la sua bella e adorata Catherine Spaak. In tv non ho potuto rivedere nessun suo film. Sui quotidiani i titoli sono stati moralistici e banali, incentrati sulla vicenda della figlia oppure evidenziando che “si era sposata quattro volte”: questa non sarebbe stata la descrizione dell’attrice neanche per un Papa retrivo come Pio IX? È solo questo che la stampa aveva da dire su una donna che ha iniziato a lavorare a 14 anni e che fu sempre molestata, per l’avvenenza e il fascino? Davvero una pessima Armata Brancaleone, la stessa che ha dimenticato il cinema, la cultura, la finezza dei modi, la buona educazione.

Ps: in corsivo alcuni dei titoli di film che hanno visto come interprete Catherine Spaak.