C’è guerra e guerra: una risposta a Noam Chomsky

Noam Chomsky è uno dei più importanti e illustri linguisti nella storia di questa disciplina, ma anche un filosofo e un intellettuale tra i più influenti dell’ultimo mezzo secolo, che partecipa alla vita politica con passione e competenza prendendo spesso posizione in modo chiaro e rigoroso. In una recente intervista concessa alla rivista Truthout, che anticipa alcuni temi di un’altra intervista pubblicata sul Corriere della Sera, Chomsky ha dichiarato che “quando Joe Biden dice che Vladimir Putin è un criminale di guerra e verrà processato, lo mette al muro: l’unica strada è il suicidio o l’escalation, anche nucleare”.

Questa sua convinzione, che circola molto anche in Italia, si fonda su alcune premesse. La prima: “L’invasione in sé è un atto criminale di aggressione, un crimine internazionale di suprema gravità”, ma c’è un principio di destabilizzazione del continente europeo che risale ai primi anni Novanta, “quando l’Urss collassa e il presidente Usa George Bush senior raggiunge un accordo con il presidente dell’Urss Michail Gorbaciov, un accordo ben definito. Gorbaciov acconsente all’unificazione delle due Germanie e all’ingresso del nuovo Stato nella Nato, che considerato il contesto è una concessione notevolissima, a una condizione che viene ufficializzata: che la Nato non si espanda a Est nemmeno di un centimetro”.

Il non rispetto di questo accordo verbale, effettivamente intercorso tra i due capi di Stato durante un incontro a Malta il 3 dicembre del 1989, viene spesso addotto anche in Italia come una delle cause che avrebbero poi portato Putin a invadere l’Ucraina, dato che rispetto agli equilibri geopolitici europei un allargamento della Nato verso Est sarebbe risultato per la Russia pericoloso e inaccettabile. Ci sono però almeno due obiezioni che si possono avanzare verso questa tesi: innanzitutto che quello era un accordo verbale e personale, non un impegno scritto contratto con chiunque fossero stati successori di Gorbaciov.

Infatti, con una persona come lui al potere, o almeno altrettanto affidabile, i rapporti tra i Paesi europei e la Russia avrebbero potuto essere di un tenore tale da non indurre affatto molti di loro a chiedere di entrare nella Nato. In questo caso, quindi, il problema non si sarebbe nemmeno posto, mentre non poteva non porsi alla luce del comportamento sempre più aggressivo tenuto da Putin in Cecenia, in Georgia, in Siria e infine in Ucraina. La tesi di Putin, ripresa da Chomsky, secondo cui l’ingresso dei Paesi dell’ex patto di Varsavia nella Nato avrebbe costituito una minaccia per la Russia non è affatto evidente, come attesta il fatto che nemmeno Paesi che avrebbero ottime ragioni per essere preoccupati della politica di Putin, come la Polonia, non hanno istallato armi nucleari sul loro territorio.

Viceversa, le intenzioni aggressive della Nato verso la Russia sono state così gravi da consentire a molti suoi membri di finanziare il riarmo nucleare della Russia con ingenti importazioni del suo gas e del suo petrolio, consentendogli di conseguire persino una posizione di vantaggio militare. Grazie invece alla risposta di Putin a questa politica fiduciaria e collaborativa, oggi anche Paesi tradizionalmente neutrali come Svezia e Finlandia stanno chiedendo di entrare nella Nato, e non certo perché qualcuno glielo abbia chiesto.

La spiegazione della scelta di Putin d’invadere l’Ucraina potrebbe invece essere un’altra: considerandola una provincia russa, e temendo che i suoi cittadini potessero arrivare a godere di un benessere e di un livello di libertà di gran lunga superiori a quello di cui godono i russi, Putin ha cercato di evitare che si verificasse uno scenario simile a quello, a lui ben noto, che si era creato tra Berlino est e Barlino Ovest. Considerando inoltre la democrazia decotta e imbelle, lo Zar ha così utilizzato l’argomento dell’allargamento della Nato come pretesto della sua politica imperiale, anche alla luce del fatto che da quando lui è al potere, e comunque negli ultimi anni, questa non ha mai incontrato ostacoli sostanziali né da parte dell’Europa da parte degli Stati Uniti.

 La rottura dell’equilibrio strategico che si è verificata non è infatti imputabile all’esigenza della Nato di ampliare i suoi confini a est, ma dalla crescente insicurezza di molti Paesi dell’ex patto di Varsavia verso la Russia. Viceversa, Chomsky considera anche la rivoluzione arancione di Maidan del 2014 “istigata dagli Usa” e i successivi armamenti inviati dagli Stati Uniti all’Ucraina come un effetto dell’imperialismo americano, trascurando il dettaglio che nel frattempo la Russia si era annessa la Crimea stracciando i trattati internazionali e aveva iniziato ad armare i filorussi del Donbass. Non considera cioè plausibile che un popolo possa rifiutarsi di avere un leader prescelto dal capo di Stato di un altro Paese e paragona anche le richieste di Mosca come l’indipendenza del Donbass e la neutralità dell’Ucraina al divieto posto in essere dagli Stati Uniti verso il Messico di aderire ad accordi militari con la Cina, dando quasi per scontato che, in una simile ipotesi, si comporterebbero con i messicani come i russi si comportano oggi con gli ucraini. Non solo: Chomsky paragona anche l’invasione russa dell’Ucraina “all’invasione dell’Iraq e all’invasione della Polonia nel settembre 1939”, precisando che “ha sempre senso cercare spiegazioni, ma non c’è nessuna giustificazione, nessuna attenuazione.”

Ora, se il paragone tra l’attuale invasione dell’Ucraina con quella della Polonia è proponibile, quello con la guerra in Iraq che portò alla caduta di Saddam Hussein lo è molto di meno. Saddam Hussein era infatti stato, almeno fino alla prima guerra del golfo, un prezioso alleato degli Stati Uniti per la sua capacità di opporsi all’Iran sciita. Com’è noto, a un certo punto Saddam Hussein decise di giocarsi le carte che gli derivano dal suo ruolo strategico privilegiato prendendosi i pozzi petroliferi del Kuwait. La reazione americana portò l’esercito a 150 chilometri da Bagdad e in molti pensarono allora che Saddam avesse i giorni contati, ma Bush padre ci ripensò, e anche nella convinzione che Saddam avesse compreso la lezione preferì non privarsi di un così prezioso alleato in quell’area, come si era dimostrato, per esempio, durante il conflitto con l’Iran sciita.

Al tempo della Seconda guerra del Golfo, dopo la guerra in Afghanistan successiva all’attentato alle torri gemelle e quando Al Qaida minacciava di diventare il gruppo islamico leader mondiale nella lotta contro l’occidente, Saddam parve volersi porre in concorrenza con quest’organizzazione terroristica. Gli Stati Uniti si ricordavano bene che al tempo della Prima guerra del Golfo aveva già lanciato dei vecchi missili Scud di fabbricazione sovietica su Israele: la maggior parte di questi furono intercettati e quelli che colpirono obiettivi civili non fecero danni eccessivi, ma Israele fece capire a chiare lettere al suo alleato più importante che, se l’attacco si fosse ripetuto ricorrendo ad armi chimiche come il gas nervino, sicuramente in possesso di Saddam per l’averlo già usato contro i curdi, la reazione sarebbe stata decisa e implacabile. In una simile circostanza storica, chi fosse riuscito a provocare la reazione d’Israele sarebbe risultato anche il leader di tutto il mondo arabo in una guerra di proporzioni mondiali, e quest’obiettivo, già di Osama Bin Laden, era stato fatto proprio anche da Saddam Hussein.

Non potendo correre un simile rischio, Colin Powell, grazie anche a un testimone compiacente, s’inventò la storia di armi di distruzione di massa, senza specificare meglio cosa intendesse e sottintendendo che ci potessero essere di mezzo anche armi atomiche. L’espressione fu volutamente generica e impressionante, perché si trattava di giustificare una guerra davanti all’opinione pubblica nazionale e internazionale. Com’è noto, queste armi non furono mai trovate, ma non c’era bisogno di cercarle: le armi di distruzione di massa Saddam le possedeva e gli Stati Uniti lo sapevano con assoluta certezza, perché erano stati proprio loro a fornirgliele al tempo della guerra con l’Iran attraverso alcuni Paesi europei, come ad esempio il Belgio e l’Italia.

Non si trattava però di armi atomiche, ma di quelle stesse armi chimiche che Saddam aveva usato contro i curdi. C’erano state segnalazioni, da parte della Cia, che Saddam fosse riuscito a procurarsi la tecnologia idonea per installare del gas nervino su quei vecchi missili Scud che erano già stati mandati su Israele. Si trattava di tecnologie che occupavano uno spazio assai inferiore a quello degli stessi missili su cui avrebbero dovuto essere istallate e quindi non difficili da nascondere o distruggere. Non potendo correre il rischio di una guerra che avrebbe inevitabilmente coinvolto tutto il mondo islamico, e non solo quello, George Bush figlio decise che era preferibile rinunciare a Saddam, ormai divenuto inaffidabile.

L’eclatante spiegazione fornita allora, ovvero il possesso di armi di distruzione di massa, serviva essenzialmente a impressionare l’opinione pubblica per giustificare un’operazione che si sarebbe potuta spiegare molto meglio raccontando come stavano le cose, ma questo avrebbe implicato un discorso che coinvolgeva Israele, cosa decisamente da evitare per vari e ovvi motivi, tra cui, non ultimo, il dover rivelare al mondo il contenuto di colloqui bilaterali riservati.

L’altra motivazione circolata in Italia e in Europa, ovvero quella per cui lo scopo, o il pretesto, della guerra sarebbe stato quello di esportare la democrazia è così ridicola che può essere diffusa solo da chi tiene la democrazia in sommo disprezzo. La democrazia, o meglio la liberaldemocrazia, che è l’unica che può essere ritenuta tale, in quanto è l’unica forma di democrazia che non sia scambiabile con una dittatura della maggioranza, poté nascere solo da un faticoso processo della storia che ebbe a suo fondamento libere e responsabili scelte individuali: essa non potrebbe mai nascere da un atto di forza o da un’imposizione. Ma un conto è voler esportare la democrazia, un conto è invece volerla difendere, e per difenderla in un mondo globalizzato, in uno scacchiere internazionale dove ogni casella è collegata con ogni altra, a volte è necessario contrastare anche pericoli in apparenza remoti.

Del resto, proprio la storia insegna che talora è opportuno agire in questo modo se si vogliono raggiungere certi obiettivi, ovvero se non li si vuole relegare a una funzione meramente teorica e ideale. Anche grandi statisti del passato hanno impegnato i loro governi in guerre in zone remote quando ritenevano il parteciparvi necessario per attuare progetti politici altrimenti irrealizzabili: è il caso per esempio della guerra di Crimea, in cui Camillo Benso di Cavour impegnò il Piemonte: senza quella decisione, che a molti apparve incomprensibile e astrusa e che suscitò l’indignazione di Giuseppe Mazzini, tutta la strategia cavouriana non si sarebbe realizzata e forse L’Italia non sarebbe mai nata.

La terza motivazione che circolò allora e che continua a riscuotere un inveterato successo è poi quella più facilmente riconducibile ai paradigmi teorici di tipo leninista, come la necessità di rifornirsi di petrolio a basso costo. Sebbene si tratti di una spiegazione ritenuta in certi ambienti quasi scontata da vari decenni, è ovviamente infondata: sia perché in tempo di pace l’Iraq aveva sempre venduto il suo petrolio a prezzi di mercato, sia perché gli Stati Uniti non ne avevano bisogno, sia perché avevano tenuto in vita a lungo Saddam a lungo senza preoccuparsi affatto di quest’aspetto che, sebbene possa avere avuto in alcune circostanze una certa influenza sulle decisioni prese, in quella specifica ne ebbe una del tutto marginale.

Anche alla luce di questi distinguo, veniamo ora alla sostanza del problema posto dal paragone di Chomsky: tutte le guerre sono davvero ugualmente ingiustificate? Per quanto ogni guerra sia odiosa e comporti stragi di civili innocenti, quale più quale meno, le motivazioni per fare una guerra non sono tutte uguali, e non solo perché le ragioni degli aggrediti non sono mai equivalenti a quelle degli aggressori. Ma può una guerra avere una motivazione giusta, ovvero razionalmente idonea a conseguire uno scopo che corrisponda a valori ampiamente condivisi come la libertà del proprio Paese e dei suoi cittadini?

Se si risponde in modo negativo a questa domanda, allora si può buttare a mare buona parte della storia della civiltà, negando che si sia mai compiuto, anche grazie a delle guerre, qualche progresso sotto il profilo politico e sociale. Ma se si risponde in modo positivo, allora si può decidere di fare una guerra, assumendosene la responsabilità di fronte all’umanità e alla storia, quando si è convinti che essa possa evitare una guerra di proporzioni maggiori, cioè tale da poter mettere a rischio su scala più estesa proprio quelle libertà fondamentali che alcuni popoli hanno faticosamente conquistato e che altri possono aver maturato il desiderio di condividere.

Sono quindi le guerre tutte uguali? Hanno tutte le stesse motivazioni pretestuose e ciniche? In molti casi è così, ma non sempre. La guerra di Bush figlio in Iraq, pur avendo, come capita quasi sempre alle guerre, prodotto stragi di civili innocenti, aveva motivazioni ben diverse da quelle che spinsero Hitler e Stalin a invadere la Polonia o Putin a invadere l’Ucraina. Possono essere giudicate inadeguate o errate, perché i governi delle liberaldemocrazie possono incorrere in errori politici e strategici esattamente come quelli delle dittature, ma furono molto diverse, perché non è la stessa cosa fare una guerra contro chi, al di fuori di qualsiasi contesto democratico, ne abbia già provocate due e abbia usato armi chimiche per fare stragi tra i civili; e farla per invadere un Paese con un governo democraticamente eletto che aspira solo alla sua piena indipendenza e sicurezza.

Non si tratta di una differenza marginale, anche perché ad essa sono legate altre conseguenze non meno rilevanti. C’è infatti anche un’altra e sostanziale ragione per cui queste guerre non sono uguali: alcune sono intraprese da governi che rappresentano popoli in grado di opporsi alle loro politiche fino a riuscire a sostituire i loro governanti, sono cioè decise da chi sottostà alle regole democratiche. E poi ci sono guerre decise da chi soffoca qualsiasi opposizione interna, da chi, non essendo sottoposto ad alcun controllo democratico, l’ha estirpata alla radice con la repressione sistematica dei cittadini dissenzienti.

In altre parole, una guerra decisa con procedure democratiche e una decisa con procedure tiranniche non godono delle stesse prerogative, e sebbene tutti i Paesi possano farne d’ingiustificate ci sono spesso giustificazioni differenti. Sebbene sia vero, come Winston Churchill ebbe a rimarcare, che la democrazia è un pessimo sistema di governo, tuttavia non se ne è trovato fino ad oggi uno che fornisca ai cittadini maggiori garanzie complessive di poter realizzare le loro aspirazioni a una vita felice e pacifica. In democrazia non c’è alcuna garanzia che i popoli eleggano buoni governanti: che anzi, se i popoli sono dissennati, finiranno probabilmente con l’eleggere governanti ancor più dissennati.

Le democrazie hanno però sulle dittature e le autocrazie un vantaggio sostanziale, che circa mezzo secolo fa Karl Popper mise in adeguata evidenza: i popoli possono sostituire i loro governanti quando non apprezzano il loro operato e possono criticarli in ogni momento senza essere arrestati. Nessun capo di governo di un Paese democratico può agire senza tener conto delle opinioni che il proprio popolo, attraverso il parlamento o direttamente nelle piazze e nelle strade, è in grado di manifestare e queste circostanze rendono i Paesi democratici capaci di un autocontrollo di cui non sono invece capaci quelli totalitari o autocratici. Essendo per questo meno esposti alla volontà, agli umori o alla follia dei loro leader, i Paesi dotati d’istituzioni democratiche sono meno pericolosi per gli equilibri internazionali oltre che per il rispetto delle libertà fondamentali dei loro cittadini.

I loro media garantiscono in genere un certo pluralismo nell’informazione e quindi risultano nel loro complesso attendibili, come invece non possono essere ritenuti quelli delle dittature, e il fatto che in Occidente molti tendano ormai a mettere sullo stesso piano l’informazione garantita dagli uni e degli altri può costituire un indizio preoccupante che questa differenza viene sempre più messa in discussione, e con essa la consapevolezza dei vantaggi e degli oneri etici che comporta lo scegliere di vivere in democrazia.

Chomsky sembra invece considerare le democrazie occidentali su un livello morale e politico non superiore a quello delle dittature più sanguinarie, che è esattamente lo scenario culturale e politico auspicato dai dittatori sanguinari, quello su cui possono far leva per accelerare quel suicidio dell’Occidente di cui Federico Rampini ha illustrato i tratti salienti nel suo ultimo saggio. Quando per esempio Chomsky sostiene, da un lato, che “in Ucraina, la Russia sta commettendo crimini da Tribunale di Norimberga”, ma anche che “gli Stati Uniti violano trattati internazionali con l’abuso della forza”, perché “hanno scelto di combattere fino all’ultimo ucraino”, ovvero di “abbandonare ogni speranza di un accordo” sostiene anche, implicitamente, che la responsabilità morale e politica degli Stati Uniti non è inferiore a quella della Russia, perché chi sceglie di “combattere fino all’ultimo ucraino” non è in nulla migliore di chi massacra il popolo ucraino.

Dietro un’apparente condanna dell’azione politica di Putin, Chomsky la considera in sostanza equivalente a quella occidentale. È una tesi molto simile a quella del professor Alessandro Orsini in Italia e a varie altre che circolano abbondantemente sui nostri media che fanno chiaramente, nonostante tutte le condanne di Putin, il gioco del suo disegno strategico e geopolitico. Si tratta infatti proprio delle tesi che lo Zar spera prevalgano in tutti gli anelli più deboli dell’alleanza atlantica ed europea, tesi che possono solo portare ad auspicare trattative di pace mentre si evita di fornire tempestivamente armi efficaci agli ucraini. In questo modo, tuttavia, si dà il tempo a Putin di portare a termine il massacro del popolo ucraino senza indurlo nel frattempo a nessuna trattativa.

Per avvalorare la sua tesi complessiva sulle responsabilità occidentali Chomsky cita Jack Matlock, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Urss al tempo di Reagan e di George Busch senior, secondo il quale “poiché la principale richiesta di Putin è l’assicurazione che la Nato non integrerà ulteriori membri, e in particolare né l’Ucraina né la Georgia, ovviamente non ci sarebbero state le basi per la crisi attuale se non si fosse verificata l’espansione dell’alleanza dopo la fine della Guerra fredda, o se l’espansione fosse avvenuta in armonia con la costruzione di una struttura di sicurezza in Europa che includesse la Russia”. Secondo Matlock, si sarebbe potuto risolvere la crisi tra Russia e Ucraina con l’applicazione del buon senso: “secondo qualsiasi norma di buon senso, è nell’interesse degli Stati Uniti promuovere la pace, non il conflitto. Cercare di staccare l’Ucraina dall’influenza russa – l’obiettivo dichiarato di coloro che hanno dato l’impulso alle rivoluzioni dei colori – è stata una missione stupida, pure pericolosa. Abbiamo dimenticato così presto la lezione della Crisi dei missili di Cuba?”

Ora, sebbene sia vero che con il buon senso si potrebbe risolvere rapidamente la maggior parte dei problemi dell’umanità, è chiaro che il modo di ragionare di Matlock, come quello di Chomsky, sono tipiche espressioni de di intellettuali di potenze imperiali che presumono di poter disporre a loro piacimento del desiderio di libertà e d’indipendenza dei popoli. Ma non solo: sono anche false. Il non aver rispettato da parte della Nato la linea rossa dell’Ucraina avrebbe secondo Chomsky, Matlock e Putin messo a repentaglio la sicurezza russa, quando da alcuni decenni i missili nucleari piazzati a Kaliningrad possono raggiungere Berlino o Amburgo in poche manciate di secondi.

Il fatto che la Nato non si sia mai sollevata contro questo stato di cose non dipendeva certo dalle sue intenzioni aggressive verso la Russia, ma anzi dalla fiducia nel fatto di avere a che fare con un governo nel complesso ragionevole, e se un grave errore ha commesso negli ultimi vent’anni è stato proprio il partire da questa premessa, fino al punto di consentire a Putin di armarsi fino ai denti senza nemmeno preoccuparsi di dissuadere alcuni propri membri europei dall’esporsi per il proprio approvvigionamento di combustibili proprio da un Paese così pericoloso per la loro sicurezza.

L’obiezione di fondo avanzata da Chomsky, come da molti altri commentatori, anche italiani, alla politica americana non è però affatto questa, ma una molto diversa e quasi opposta: gli Stati Uniti e i loro alleati violano abitualmente il diritto internazionale non meno di quanto stia facendo oggi la Russia. Questa circostanza, naturalmente, lungi dal giustificare una singola violazione, intenderebbe condannarle tutte. Si tratta in effetti di un’obiezione giusta: se prendiamo come elemento decisivo il diritto internazionale e le sovranità nazionali, non c’è alcuna differenza tra il violare quella di una dittatura o di una democrazia, e chiunque sia impegnato in una guerra in fondo viola la sovranità dei Paesi contro cui fa la guerra. Hanno dunque violato le sovranità altrui tutti e sempre: la Germania di Hitler e l’Inghilterra di Churchill, gli Stati uniti e l’Urss, tutte le guerre sono uguali e tutte le violazioni delle altrui sovranità ugualmente condannabili.

L’obiezione che si può muovere a questa tesi concerne proprio la nozione di “Stato sovrano” ed è in sintesi la seguente: non è il concetto di “sovranità”, quale è comunemente inteso, che dovrebbe costituire, da un punto di vista democratico, il principio regolatore del diritto internazionale. In altri termini, se uno “Stato sovrano” è semplicemente uno Stato dotato di una popolazione permanente, di un territorio definito, di un governo e della capacità di entrare in relazione con altri Stati sovrani, tutti hanno di fatto commesso gli stessi crimini, o almeno crimini analoghi. Ma se invece ritenessimo “sovrani” solo gli Stati che riconoscono la sovranità dei loro popoli, ovvero che incarnano la “sovranità legittimata dal popolo attraverso procedure democratiche”, lo scenario diverrebbe di colpo molto più chiaro e coerente. Tali procedure non consistono però solo nel fatto che i cittadini possono votare, ma anche nel rispetto dei diritti fondamentali di ogni tipo di minoranze, come per esempio della loro libertà di stampa e di espressione.

Quando questo non si verifica, qualsiasi “sovranità” è delegittimata e nessun capo di governo può ritenersi un legittimo rappresentante di uno “Stato sovrano”, ma solo di uno “Stato autocratico”. Certo, la sostituzione del concetto di “sovranità di fatto” con quello di “sovranità popolare” non sarebbe ben vista da molti Paesi e potrebbe dare adito a molte controversie internazionali, ma non necessariamente. Il fatto che uno Stato non sia espressione di una “sovranità popolare” non implica affatto che con quello Stato gli altri debbano fare guerre per esportarvi la democrazia, né che abbiano qualche titolo per cercare di “redimerlo”, ma nel caso che una controversia sorga per qualsiasi conflitto d’interesse geopolitico o economico la legittimità delle posizioni di uno schieramento non equivale mai a quello dell’altro, perché mentre i cittadini degli Stati democratici hanno qualche efficacia nel controllare l’azione dei rispettivi governi, quelli degli Stati autocratici non ce l’hanno, rendendo così l’azione di chi li guida molto più pericolosa per gli equilibri internazionale, per la sicurezza dei popoli e per la pace in generale.

In ogni caso, il requisito della “sovranità popolare” in sostituzione della “sovranità di fatto” dovrebbe essere consapevolmente adottato almeno dai cittadini di quei Paesi che presumono di credere nelle loro istituzioni democratiche, circostanza questa che purtroppo è sempre meno evidente. La crescente disaffezione alla democrazia da parte di molti cittadini occidentali è incoraggiata anche da tesi come quelle di Chomsky, che ha la tendenza a porre sullo stesso piano le rivendicazioni dei Paesi a “sovranità popolare” con quelle di Paesi che sono governati da autocrati senza scrupoli. Ciò lo porta a non evidenziare che anche le possibilità di reali ed efficaci trattative di pace sono inficiate decisamente di più dal disegno neo-imperiale di Putin di quanto non lo siano dal desiderio di libertà e d’indipendenza degli ucraini.

Il fatto che lui ritenga l’invasione dell’Iraq “un esempio da manuale dei crimini per i quali i nazisti furono impiccati a Norimberga, pura aggressione non provocata”, e di fatto “un pugno in faccia alla Russia”, fa capire come ponga sullo stesso piano fenomeni radicalmente diversi, con ragioni e conseguenze anche molto diverse, e che queste equiparazioni delle ragioni è esattamente ciò su cui si basano le pretese giustificazioni di Putin, nonché la posizione, oggi assai diffusa in Italia, riassumibile nell’espressione “né con la Russia né con la Nato”, ben orecchiabile anche perché ricorda l’altra, che circolava durante gli anni di piombo, “né con la Br né con lo Stato”.

La soluzione più realistica e ragionevole sarebbe per Chomsky la “neutralizzazione dell’Ucraina in stile austriaco, con una qualche versione del federalismo degli accordi di Minsk II. Molto più difficile da raggiungere ora. E – per forza – ci vorrà una via di fuga per Putin, o gli esiti saranno ancora più disastrosi per l’Ucraina e tutti gli altri, forse anche quasi inimmaginabili”. Si tratta di una tesi in linea generale anche condivisibile, ma a parte che non tiene conto del fatto che oggi anche Paesi neutrali da secoli stanno chiedendo di entrare a far parte della Nato, sembra prescindere da quanto ormai è chiaro ai più, e cioè che Putin non ha alcuna voglia di trattare seriamente, perché ormai, in tempo di pace, senza cioè far leva sul risentimento che ha contribuito a sviluppare nel popolo russo verso l’occidente, la sua autorità politica sarebbe destinata presto ad esaurirsi. Senza la guerra, o senza una vera vittoria, Putin non ha alcuna prospettiva politica.

Non può accontentarsi, come tutti noi potremo auspicare insieme a Chomsky, di una via di fuga. Il suo rapporto con l’opinione pubblica ucraina e occidentale è ormai compromesso. La fiducia che gli era stata assegnata è giunta a termine. Le sue esportazioni di gas e petrolio in Europa non potranno essere, a meno che l’occidente non voglia continuare a suicidarsi, più quelle di prima, e nemmeno le sanzioni potranno essere tolte interamente per un lungo periodo a meno che Zelensky e i suoi alleati occidentali non vogliano ammettere di aver provocato un inutile massacro del popolo ucraino, dando di fatto ragione a Putin e dichiarando al mondo che la sua invasione dell’Ucraina ha avuto di fatto un esito vittorioso. Non ci sono cioè mezze misure o compromessi ormai possibili: Putin uscirà da questa guerra rafforzato o indebolito. Nella prima ipotesi potrà presentarsi al suo popolo come vittorioso, così che i russi saranno ancora più disposti a seguirlo verso sempre nuove imprese, conquiste, ricatti e massacri; nella seconda ne uscirà invece con una sconfitta che non potrà nascondere a nessuno e che comporterà la sua uscita di scena.