Visioni. “Freaks Out”, un racconto ridondante sulle persone speciali

Un’opera seconda che inizialmente sorprende ma, alla fine, delude. Un film lungo 104 eccessivi minuti. Freaks Out di Gabriele Mainetti, scritto dall’autore insieme a Nicola Guaglianone, in concorso alla 78ª Mostra del cinema di Venezia, in sala grazie a 01 Distribution e candidato a 16 David di Donatello, è visibile in streaming su Amazon Prime Video. Il film punta sull’affabulazione, sulla sospensione dell’incredulità, sulla violenza della storia. La magia del circo viene interrotta dalla ferocia della guerra. L’incipit di Freaks Out rivela il leitmotiv della seconda regia di Mainetti. Il sorprendente autore del film Lo chiamavano Jeeg Robot persegue un’estrema mobilità della macchina da presa per raccontare la Roma occupata dai nazisti. Racconta le vicende dell’ebreo Israel (Giorgio Tirababassi), il fondatore del Circo Mezzapiotta.

All’interno di un tendone lercio si esibiscono quattro ragazzi speciali: Matilde (Aurora Giovinazzo) è una ragazza che produce scariche elettriche folgorando chiunque la tocchi. Cencio (Pietro Castellitto) è un giovane albino capace di controllare gli insetti. Fulvio (Claudio Santamaria), affetto da ipertricosi, è interamente ricoperto di peli e dotato di forza sovrumana. Mario (Giancarlo Martini) è un nano capace di controllare gli oggetti metallici. La sopravvivenza del circo è messa seriamente a rischio. Per queste regioni, Israel propone agli altri compagni di ventura un viaggio in America.

Raccoglie i loro risparmi e sparisce. I quattro ragazzi speciali lo cercano per le strade della Capitale. Scampano a un rastrellamento nazista e decidono di separarsi. Matilde crede nella buona fede di Israel e continua a cercarlo. Gli altri tre si dirigono verso il fiammeggiante Berlin Zircus, uno spettacolo allestito dai nazisti. Frattanto, Matilde trova rifugio presso un improbabile gruppo di partigiani capitanati dal Gobbo (Max Mazzotta). Fulvio, Mario e Cencio vengono assunti al Berlin Zircus e si imbattono nel multiforme talento e nella crudeltà di Franz (Franz Rogowski), pianista chiaroveggente che suona brani come Creep dei Radiohead o Sweet Child O’Mine dei Guns’n’Roses.

Il regista romano coltiva l’ambizione del grande cinema. Gabriele Mainetti cerca la gloria del meraviglioso, ma non riesce a controllarsi. Così il suo racconto diventa ridondante, carico di segni, di fuochi, di frammenti onirici, di combattimenti, di uccisioni, di mutilazioni. Ricerca il lirismo, ma cade, spesso, nel cattivo gusto. La misura risulta colma. Il racconto rischia di soffocare il suo ricercato piglio narrativo. La magniloquenza della messa in scena ricerca, volutamente, il citazionismo. Ma, nell’omaggio che sfiora l’imitazione, l’ostentato fellinismo diventa un limite, non una medaglia al “valor cinefilo”. Un fatto è certo: siamo lontanissimi dallo scandaloso maledettismo del film da cui prende le mosse, il Freaks di Tod Browning (Usa 1932). In quel caso, il dolore e la poesia si fondevano in un unicum di pericolosa bellezza. D’altro canto, Gabriele Mainetti conferisce al suo secondo film soltanto esibizione e deliberato (e insistito) stupore.