Errate idee sulla pace cristiana

Ecco un film difficile ma notevole per l’argomento che tocca: “È lecito opporsi al sopruso, di fronte all’aggressore e alla vittima?” Oppure, “c’è differenza tra pace e non-violenza?”, “cosa fare quando scoppia una guerra?”. Parliamo di un film che ancora è disponibile gratis su Raiplay: Malmkrog. Il regista romeno Cristi Puiu lo ha realizzato descrivendo tre conversazioni che si svolgono in una villa russa, mentre all’esterno arriva il rumore lontano di eserciti in marcia. Il testo da cui è tratto il film si chiama “Tre dialoghi sulla guerra, il progresso e la fine della Storia”, ed è stato pubblicato nel 1899 dallo scrittore russo Vladimir Solov’ev (meglio utilizzare la grafia |Solov’ëv|, ricordando che la corretta pronuncia della “ev” finale è |Sòloviov|), evitando la falsa pronuncia |iev|.

Solov’ëv è una figura decisiva della moderna spiritualità russa, con Pavel Florenskij, raffinato teologo e scienziato, autore di uno splendido saggio sulle icone. I “Tre dialoghi” testimoniano una profondità di pensiero incredibile: il problema che si pongono i protagonisti viene vivisezionato così impietosamente da trascinarci dalle parti di Friedrich Nietzsche. Ma in questo caso parliamo di uno scrittore che ha sfiorato l’avventurismo settario e l’estremismo a volte allucinatorio dell’animo russo. Parliamo di una spiritualità profondamente radicata in una società in cui lo stesso razionalismo leninista si è declinato in termini religiosi, con la mummia di Lenin e la teatralità della liturgia sovietica e putiniana. L’ortodossia della chiesa guidata dal Kyrill, che anni fa fu lodato da tutti i giornalisti e politici occidentali (ma non dal sottoscritto: qui potete leggere un mio articolo per L’Opinione del 2010), è nulla di fronte alla Filocalia e alle mille altre espressioni metareligiose (o iper-religiose, che è quasi lo stesso) che hanno prodotto capolavori, e a volte hanno giustificato orrori (come Kyrill, e non solo). Se si volesse riprendere oggi il discorso aperto da Solov’ëv e dal regista Cristi Puiu, unendo il filo laico del discorso sulla pace con quello dei Vangeli, si potrebbe osservare che in tutta la Bibbia c’è un filo conduttore.

Cosa è la “pace” per i cristiani e per gli ebrei non ideologici o catechizzati? È la pace con Dio. Senza fare pace con Dio non è possibile che l’uomo faccia pace con l’uomo. Serve, però, un cammino di introspezione e perfezionamento individuale continuo, che ha visto nel pietismo una delle sue migliori mappe. Il libro di Giobbe è un ottimo esempio di contrasto e pacificazione, visto che ha addirittura una struttura processuale nei confronti di Dio di stampo dostoevskiano, dato che tratta della sofferenza di un giusto. Le occorrenze della parola |pace| nella Bibbia sono quasi 300. Nella Tōrāh viene usata nelle formule di saluto (shalom è il saluto sociale storico della popolazione ebrea) e in espressioni come “andare in pace”. Nei libri dei profeti e nel Nuovo Testamento, invece, la parola acquista un contenuto teologico. In Isaia 9:5 si trova che il Padre eterno è il “Principe della pace”. Nel capitolo 32:17 si legge: “Il frutto della giustizia sarà la pace, e l’effetto della giustizia tranquillità e sicurezza per sempre”. La Giustizia è un’anticipazione laica della figura di Gesù, l’inviato di Dio che abolisce i riti e il sacerdozio, indicando un obiettivo di convivenza sulla terra, fondato su popoli di persone giuste. La stessa giustizia è un dono divino nella vita sociale.

Se si possiede una visione ampia della giustizia, si potrebbe forse arrivare alla pace universale del filosofo Immanuel Kant, purtroppo presa a calci (come ricordavano i filosofi Theodor Adorno e Max Horkheimer in “Dialettica dell’Illuminismo”) nei lager nazisti, staliniani e maoisti. Il “senso” interiore e maturo di giustizia può soccorrere il dubbio evidenziato da Solov’ëv sulla contraddizione tra non-violenza e violenza necessaria, qualora si debba salvare la vita della vittima uccidendo l’aggressore.

Non c’è pace per gli empi”, scrive Isaia (48:22). Nei Vangeli il tema è complicato. Intanto si faccia chiarezza: l’unico comandamento dell’amore non esclude l’uso della forza: l’apostolo Pietro portava la spada e ferì un uomo. Gesù in Matteo 10:34 afferma: “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra. Non sono venuto a mettere pace, ma la spada”. Nella visione cristiana la separazione tra Dio e l’universo ha dato all’umanità la libertà di distinguere il bene dal male. Essere usciti dal giardino dell’Eden (la vita degli ominidi cacciatori-raccoglitori che lavoravano un decimo del tempo di lavoro attuale), non è solo una “cacciata”, ma una nascita a una vita di Natura nella quale l’agnello non pascola col lupo, ma è soggetto alle crudeli leggi del più forte, o a sventure casuali e immeritate. L’uscita dell’Eden segna anche il percorso umano dall’essere “creature animali” e essere “figli di Dio”.

Errori di traduzione e non solo

In Luca 2:14 si legge: “Gloria a Dio nei luoghi altissimi e pace in terra agli uomini di buona volontà”. Purtroppo, un clero ideologizzato ha cambiato la traduzione del lemma greco εὐδοκίας con “coloro che Dio ama”, il che è falsificare il testo. Il verbo δοκέω significa “avere una convinzione” (o una opinione, vedi il sostantivo derivato “doxa”). Se preceduto dalla preposizione εὐ, diventa “avere una buona convinzione”. Non c’è nessun fraintendimento possibile. Tradurre εὐδοκίας con “gli uomini che Dio ama” non ha senso alcuno, né nella lettera del testo evangelico, né nel suo contenuto, che è l’opposto. Avere “Pace in terra” per coloro che hanno buona idea (del Signore)” affida loro una libera scelta, quella cioè di prendere la strada della pace con Dio, unico modo – per il Cristianesimo non declinato male – per ottenere pace in terra, che è la via indicata da Gesù.

“Pace agli uomini che Dio ama” trasforma, invece, la libera scelta umana in una inazione totalmente passiva. D’altra parte, per ottenere la pace (con Dio), occorre almeno “averne l’intenzione”: nulla di più, nulla di meno. Pertanto, la modifica apportata di recente nelle Bibbie protestanti e cattoliche è un grave errore di traduzione, etico, e teologico. Aggiungerei che è – per giunta – anche un errore politico che fa parte di quella declinazione dellapace cristianain maniera orientale, come nella non-violenza integralista dell’induismo jainista. La traduzione corretta della frase presente nel Vangelo di Luca ci dice che la pace universale non è un dono gratuito: è il frutto dell’avere “buone convinzioni” legate al senso di giustizia di cui scrivono i profeti. “Buone convinzioni” che sono indicate dal Messia, che non possono essere confuse con le leggi né con riti purificatori. Serve un percorso individuale di perfezionamento, che è (o dovrebbe essere) la vita stessa.

Interessante anche uno studio sulla Legge com’è analizzata nelle epistole di Paolo di Tarso, il quale si riferisce alla Legge Mosaica, ma indirettamente anche a quella legge di Cesare. La Legge, secondo Paolo, serve a persone e popoli ancora allo stato infantile, che hanno bisogni di regole e burocrazia. Ma quando i popoli sono svezzati, non possono più bere il latte della Legge: devono diventare soggetti di un nuovo senso di giustizia, che li renda adulti responsabili. Cristo libera dalla schiavitù della Legge, aggiunge Paolo. Quindi solo un homo novus potrebbe avere una forma di pace compiuta. In attesa di ciò, converrà continuare a comportarsi secondo le leggi della liberal-democrazia, ma non secondo quelle del totalitarismo.

Ps: Oggi in Occidente è in atto una nuova forma di cancel culture contro l’arte russa. È cosa insensata, a parte lo sport, in cui il divieto di partecipazione agli atleti russi serve a evitare gravi incidenti e tafferugli. Boicottare tutto ciò che è russo è però una forma culturale fascista, anche quando è applicata dalla sinistra. È mister P. l’infame, e con lui la sua –purtroppo ampia e non solo russa – cricca.