Testimonianze: dall’Alpi al Capo Passero

In un’epoca in cui, morta la poesia, si fa la prosa in versi, spezzettando le righe e mettendole al centro della pagina per dare l’impressione che si tratti di versi, in queste pagine io ho fatto il contrario: ho messo i versi in prosa, ma il ritmo e l’armonia risuonano lo stesso.

Stamattina al risveglio, come al solito, mi son venuti in mente alcuni versi, improvvisi, spontanei, ma non miei. Non sapevo che data fosse oggi, perché il tempo per me più non esiste. Dal mattino alla sera passo i giorni seduto al mio computer, trascrivendo qualunque cosa che mi viene in mente. Ho novantasei anni: che cos’altro potrei fare se sono uno scrittore? Questo mi resta ormai, oltre ai malanni che affliggono il mio corpo e m’impediscono di camminare. I versi erano quelli del noto Cinque maggio di Alessandro Manzoni. Visto che anch’io, se non i vari Stati, ho attraversato tutto lo Stivale, dall’Alpi al Capo Passero, in Sicilia, risiedendo in ben dodici città, in quanto il padre mio, Grande ufficiale della Milizia ogni anno si spostava da una regione all’altra, a un certo punto mi sono detto: “Faccio una parafrasi, ricordando così l’anniversario della morte del grande imperatore”.

Io fui. Non son più quello ch’ero una volta. Adesso, anche se il mio cervello ferve e la lingua è sciolta, con il mio corpo immobile, quasi senza respiro, seduto me ne sto dal mattino alla sera davanti al mio computer, intento a scriver versi, né so se un altro simile a me, sull’orma mia, la stessa cosa fa. Me sfolgorante in fogli di versi eletti e nobili vide la gente, e piacque la mia poesia, tant’è che scrissi un inno al Duce per la proclamazione dell’Impero, a dieci anni, dopo averlo sentito, vestito da balilla, davanti al suo fatidico balcone. Ricevuti quei versi da mio padre, lui mi volle conoscere e mi strinse la mano.

Dall’Alpi al Capo Passero, dall’Adige al Siméto, dovunque il verso mio correva come un fulmine, che fosse triste o lieto. Fu vera gloria? Questa non è l’età capace d’una risposta onesta, dunque saranno i posteri a dar l’ardua sentenza. Ma nel frattempo io chino la fronte al Massimo Fattor che volle in me del creator suo spirito sì vasta orma stampar. La procellosa e trepida gioia di un gran disegno ch’io m’ebbi in ogni campo, anche nel tiro a segno, che saltai ben tre classi, conquistando dei premi ch’era follia sperar, tutto provai. Finché anche per me non giunsero la sconfitta e la fuga con tutta la famiglia sino a Reggio Calabria, in un esilio triste di miseria e di stenti. Vanamente mia madre aveva chiesto a un noto cardinale di Bergamo un suo lasciapassare per sottrarsi alle stragi dei partigiani: il prete (Bernareggi era il nome) alla fine le disse: “L’avete fatto il male? Bene, adesso pagate!”. E così pure io, come Napoleone, dall’altare alla polvere caddi con tutti gli altri.

Come sul capo al naufrago l’onda si avvolge e pesa, nella mia mente il cumulo delle memorie scese. Oh quante volte ai posteri narrar me stesso impresi e sulle bianche pagine cadde la stanca mano! E quante volte, al tacito morir d’un giorno inerte, chinati gli occhi a terra, le braccia al sen conserte, mi assalsero i ricordi di un passato felice! E ripensai le nobili ed eroiche origini della famiglia, i triboli da lei sofferti, il cruccio di mio padre “epurato”, condannato a raccogliere residuati bellici per la pietà magnanima di una ditta privata. Di fronte a tanto strazio più non resse lo spirito e disperai. Ma poi fondai nella mia casa, una villa isolata con un giardino intorno, un circolo, un cenacolo di giovani poeti e di artisti, fra i quali c’era Oreste Lionello. Scrissi i miei primi articoli su due grandi giornali, nei quali deploravo la lotta di due popoli l’un contro l’altro armato, e anch’io sì come un arbitro mi posi in mezzo a loro. Il mio scopo era quello di conciliare gli animi, come sempre discordi.

Il primo poemetto, che pubblicai laggiù all’età di vent’anni, fu La Virtù, un invito al popolo italiano pieno d’odio e rancore. Quei versi ebbero “il plauso delle menti più elette di Calabria e d’Italia”. Un poeta mi scrisse: “La bella Musa, ahimè, piange e sospira perché tra i vivi più non ha ricetto, perché sente il vibrar della sua lira solo il tuo petto. Noi non abbiam la forza del tuo canto ch’empie di strazio il cielo degli eroi, che solca le tue ciglia di rimpianto: siam vili, noi”.

Infine, quale manna piovutami dal cielo, conobbi una fanciulla, che in più spirabil aere pietosa mi portò. E mi avviò per le floride strade della speranza, al meritato premio che i desideri avanza, dov’è silenzio e tenebre il male del passato. Ora mi dico: “Ascolta, continua ancora a scrivere, fa’ che da tanta altezza franca dalla tua mente discenda la parola”. Bella, immortal, benefica Fama ai trionfi avvezza, fra le menti più elette, spargi la mia parola. Quel Dio che in me resuscita la grande Poesia, quando verrà il fatidico giorno della mia fine sull’affollata coltrice accanto a me sarà. 

Stamattina al risveglio, come al solito,

mi son venuti in mente alcuni versi,

improvvisi, spontanei, ma non miei.

Non sapevo che data fosse oggi,

 

perché il tempo per me più non esiste.

Dal mattino alla sera passo i giorni

seduto al mio computer, trascrivendo

qualunque cosa che mi viene in mente.

 

Ho novantasei anni: che cos’altro

potrei fare se sono uno scrittore?

Questo mi resta ormai, oltre ai malanni

che affliggono il mio corpo e m’impediscono

 

di camminare. I versi erano quelli

del noto Cinque maggio di Manzoni.

Visto che anch’io, se non i vari Stati,

ho attraversato tutto lo Stivale,

 

dall’Alpi al Capo Passero, in Sicilia,

risiedendo in ben dodici città,

in quanto il padre mio, Grande Ufficiale

della Milizia ogni anno si spostava

 

da una regione all’altra, a un certo punto

mi sono detto: “Faccio una parafrasi,

ricordando così l’anniversario

della morte del grande imperatore”.

 

Io fui. Non son più quello

ch’ero una volta. Adesso,

anche se il mio cervello

ferve e la lingua è sciolta,

 

con il mio corpo immobile

quasi senza respiro,

seduto me ne sto

davanti al mio computer,

 

intento a scriver versi,

né so se un altro simile

a me, sull’orma mia,

lo stesso un dì farà.

 

Me sfolgorante in fogli

di versi eletti e nobili

nel corso del Ventennio

vide la gente, e piacque

 

la mia poesia, tant’è

che a soli dieci anni

scrissi dei versi al Duce,

dopo averne ascoltato,

 

vestito da balilla,

l’annuncio dell’Impero

davanti al suo fatidico

balcone. Ricevuti

 

da mio padre quei versi,

lui mi volle conoscere

e mi strinse la mano.

Dall’Alpi al Capo Passero,

 

dall’Adige al Siméto,

dovunque il verso mio

correva come un fulmine,

che fosse triste o lieto.

 

Fu vera gloria? Questa

non è l’età capace

d’una risposta onesta,

dunque saranno i posteri

 

che potranno emanare

l’ardua sentenza. Io

chino la fronte al Massimo

Fattor che volle in me

 

del creator suo spirito

sì vasta orma stampar.

La procellosa e trepida

gioia di un gran disegno

 

ch’io m’ebbi in ogni campo,

anche nel tiro a segno,

che saltai ben tre classi,

conquistando dei premi

                                

ch’era follia sperar,

tutto provai. Finché

anche per me non giunsero

la sconfitta e la fuga

 

con tutta la famiglia

sino a Reggio Calabria,

in un esilio triste

di miseria e di stenti.      

Vanamente mia madre

aveva chiesto a un noto

cardinale di Bergamo

un suo lasciapassare

 

per sottrarsi alle stragi

dei partigiani: il prete

(Bernareggi era il nome)

alla fine le disse:

 

“L’avete fatto il male?

Bene, adesso pagate!”.

E così pure io,

coi miei dieci fratelli,

                                    

come Napoleone,

dall’altare alla polvere

caddi con tutti gli altri.

Come sul capo al naufrago

l’onda si avvolge e pesa,
nella mia mente il cumulo

delle memorie scese.

Oh quante volte ai posteri

narrar me stesso impresi
e sulle bianche pagine

cadde la stanca mano!
E quante volte, al tacito

morir d’un giorno inerte,
chinati gli occhi a terra,

le braccia al sen conserte,

mi assalsero i ricordi

 

di un passato felice!

E ripensai le nobili
ed eroiche origini

della famiglia, i triboli

 

da lei sofferti, il cruccio  
di mio padre “epurato”,

condannato a raccogliere

residuati bellici

 

per la pietà magnanima

di una ditta privata.

Di fronte a tanto strazio

più non resse lo spirito

 

e disperai. Ma poi

fondai nella mia casa,

una villa isolata

con un giardino intorno,

 

un circolo, un cenacolo

di giovani poeti

e di artisti, fra i quali

c’era Oreste Lionello.

 

Scrissi i miei primi articoli

su due grandi giornali,

nei quali deploravo

la lotta di due popoli

 

l’un contro l’altro armato,

e anch’io sì come un arbitro

mi posi in mezzo a loro.

Il mio scopo era quello

 

di conciliare gli animi,

come sempre discordi.

Il primo poemetto,         

che pubblicai laggiù

                             

all’età di vent’anni

fu La Virtù, un invito

al popolo italiano

pieno d’odio e rancore.

 

Quei versi ebbero “il plauso

delle menti più elette

di Calabria e d’Italia”.

Un poeta mi scrisse:

 

“La bella Musa, ahimè,

piange e sospira in quanto

tra noi non ha ricetto,

perché sente il vibrare

della sua dolce lira

soltanto nel tuo petto.

 

Noi non abbiamo, infatti,

la forza del tuo canto

ch’empie di strazio il cielo

dei nostri eroi, che bagna

gli occhi tuoi di rimpianto,

perché siam vili, noi”.

 

Infine, quale manna

piovutami dal cielo,

conobbi una fanciulla,

che in più spirabil aere

 

pietosa mi portò.

E mi avviò per le floride

strade della speranza,

al meritato premio

 

che i desideri avanza.

Bella, immortal, benefica

Fama ai trionfi avvezza,

fra le menti più elette,

 

in mezzo a tanta tenebra

spargi la mia parola.

Quel Dio che in me resuscita

la grande Poesia

 

quando verrà il fatidico

giorno della mia fine

sull’affollata coltrice

accanto a me sarà.

 

(*) La foto in alto è una riproduzione del dipinto “La battaglia delle Piramidi” di Antoine-Jean Gros (1810).

(**) Nella foto in basso sono ritratti, da sinistra a destra, Arturo Diaconale e Mario Scaffidi Abbate.