Il mondo di Cirillo

Kirill Petrenko ha una faccia sorridente e sognante, quella di chi si immerge in una nuvola, volteggia con una bacchetta da giocoso spadaccino, e poi chiede un trionfo di note con una faccia da severo furbacchione. Per ascoltare la Berliner Philharmoniker Orchestra, diretta da questo grande musicista russo, ventitremila spettatori, l’intera popolazione di un grosso paesotto, hanno prenotato anche otto mesi prima. Una serata all’aperto di fine giugno, in cui tradizionalmente le stelle si scansano per lasciare la scena a una pioggerella fastidiosa, ma nulla in confronto all’emozione che si proverà.

Berlino, un treno di superficie, poi settecento metri a piedi, tutti in fila ordinata. E si arriva a Waldbühne, anfiteatro costruito in mezzo alla foresta più musicale del mondo. Educatissimi di tutte le età sfilano in maglietta, alcuni con coperte, vettovaglie, persino cestini da pic-nic con piatti di porcellana, ormai creduti in disuso. E poi impermeabilini trasparenti usa e getta con cappuccio, non si sa mai. Anzi, si sa, si sa. Affiorano alla mente immagini novecentesche, quando le signore che brulicavano nei teatri di provincia non sempre si informavano sullo spettacolo a cui avrebbero assistito, anche se spesso d’eccellenza. Si andava quasi solo per sfoggiare, evitando, a costo di cessioni del quinto, di rimettere lo stesso vestito due volte: Aida non poteva essere sempre celeste.

E si conclude che le frasi fatte sui bei tempi passati qualche volta fanno tanta acqua. Perché davanti ai posti numerati c’è una sorta di campeggio libero sotto il palco dove hanno trionfato, fra gli altri, Riccardo Muti, Claudio Abbado, Gustavo Dudamel, Simon Rattle e tante altre star della bacchetta. Gli spettatori scendono infiniti scalini, l’orchestra prova, il pubblico alza le braccia in sincro, e urla gioia per essere lì. Ad ascoltare Ljadov, Rachmaninov, Mussorgsky che rivivono interpretati dalla Berliner, diretta, quest’anno, dal fioretto di Petrenko, con Daniil Trifonov al pianoforte. Tutti russi, dunque, musicisti e compositori.

In Italia, roba da interrogazioni parlamentari su Facebook: c’è lo zampino di Vladimir Putin, non importa se Ljadov morì nel 1914, Rachmaninov diventò americano e Petrenko austriaco. Ma con Mussorgsky e Trifonov come la mettiamo? Sembra strano, ma qui conta solo la musica. E dopo un tifo da stadio educato (esiste!) cala il silenzio, e l’acustica è quella di un auditorium al chiuso. Alla fine di ogni brano ovazioni da parte di un pubblico che ha trattenuto il respiro per poi sfogare la propria felicità. E se capita che lo faccia fra un movimento e l’altro, nessuno zittisce, non si censura l’eccesso di entusiasmo, che non è ignoranza musicale. Subito dopo, l’atmosfera si ricompone con la stessa magia con cui si era creata. Due ledwall staccano spesso sul “dirigent”, con pose da ragazzo che ama stare in mezzo a tanti amici.

E poi su un pianista, parte di una scenografia compostamente trionfale, e su un’orchestra che non si diverte mai tanto come in quel luogo. Pensare al prolungato silenzio di decine di migliaia di persone che poi esplodono nella gioia sembra assurdo, soprattutto quando non si tratta di gioco del calcio. Invece, qui, gli unici che si permettono di mettere becco durante i concerti sono gli uccellini. Ma la loro non è maleducazione: Waldbühne vuol dire palcoscenico nella foresta. E la foresta è casa loro, dunque, chiedere ai pennuti il permesso di suonare e scritturarli come contrappuntisti è il minimo, nel mondo verde in cui i sogni sono realtà per una sera.