“Moonage Daydream”, il tributo definitivo al Duca Bianco

Quando David Bowie morì, il 10 gennaio del 2016, fu lanciata una petizione su change.org – “Say no to David Bowie dead” – indirizzata direttamente a Dio: il mio granitico agnosticismo ha vacillato e sì, lo ammetto, ho firmato anche con una scintilla di speranza. Sempre nel 2016 arrivò in Italia la mostra “Bowie is” realizzata dal Victoria and Albert Museum di Londra. Un’operazione perfetta, un regalo per noi fan di tutto il mondo, orfani inconsolabili e ancora e per sempre increduli che lui potesse essere veramente mortale.

Il 2022 lo attendevo, per i 50 anni dall’uscita di “The rise and the fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” e quando si comincia a sentir parlare dell’uscita di un’opera a firma di Brett Morgen – già autore di “Kurt Cobain: Montage of Heck – mi sorge spontanea la domanda: “Ma abbiamo davvero bisogno di un altro documentario su David Bowie?”. Presentato in anteprima al Festival di Cannes, esce nelle sale il 26, 27 e 28 settembre. Vado al cinema non troppo convinta, non voglio documentarmi prima per non avere troppe aspettative, o troppo poche. Però mi vesto adeguatamente e orgogliosamente con la mia maglietta “Aladdin Sane”. Posti centrali, cinema pieno, si spengono le luci e inizia il viaggio.

Cinque anni di lavorazione in cui il regista ha avuto accesso agli archivi della David Bowie Estate, riportando alla luce e al pubblico video inediti, foto, quadri, disegni. Cinque anni per trovare un’idea, un modo nuovo per raccontare una storia conosciuta e già illustrata da mille voci diverse. Un’impresa non facile ma Brett Morgen la trova: nessuna intervista ad amici, musicisti, colleghi, ex compagne. Nessuno che esprima la propria opinione sulla sua carriera, nessuno che racconti aneddoti divertenti, crudi o piccanti. Sarà David Bowie a raccontare David Bowie.

Centoquaranta minuti ininterrotti con la sua sola voce, che ripercorre la sua carriera dagli inizi fino alla fine. Centoquaranta minuti che scorrono via senza indugiare mai troppo su un aspetto, un episodio e luoghi comuni. Centoquaranta minuti che descrivono il percorso di un uomo e l’evoluzione di un artista poliedrico immenso.

Moonage Daydream segue un filo cronologico che sembra però quasi casuale, perché mentre la carriera ha il suo naturale percorso non altrettanto fanno le immagini, che propongono magari diverse versioni e quindi evoluzioni di uno stesso pezzo nel corso del tempo, accompagnate da suoni e sollecitazioni visive e uditive funzionali a creare il contesto emotivamente più adeguato.

Non si tratta, infatti, di un semplice montaggio di spezzoni audio e video, perché Brett Morgen vuole far vivere un’esperienza emotiva a tutto tondo. E quindi ecco che il collante tra un momento della vita artistica di Bowie e l’altro, costituito da filmati di repertorio e spezzoni di film, musiche e giochi di luci caleidoscopici che ti immergono nello stato d’animo dell’artista nei diversi momenti della sua carriera.

Suoni dissonanti, giochi di luci intermittenti, animazioni quasi fastidiose e disturbanti, cambi repentini di immagini accompagnano il difficile periodo della trilogia berlinese (Low, Heroes, Lodger) mentre colori più tenuti e musicalità più dolci per gli intermezzi dell’età più matura in cui l’artista trova un suo centro e una sua serenità con Iman, che rimane l’unico accenno alla sfera sentimentale di tutta l’opera.

E poi improvvisamente i titoli di coda. Me li aspetto, visto che sullo schermo appare un fotogramma del video “Blackstar”. Ma la domanda “ha detto proprio tutto?” me la sono fatta. E lì, nei titoli, ho la risposta: ci sono i concerti, le foto di Mick Rock, tutti i film e anche la performance teatrale “The Elephant Man”, il mimo, tutti i suoi personaggi, le sue opere come pittore e come scultore, le canzoni quelle famose e quelle meno. Sì, c’è tutto, ma rimango ancora seduta. E quando sto per alzarmi, ecco di nuovo la sua voce che dice... no, niente spoiler. Se lo vedrete, ricordate di rimanere al vostro posto, fino a quando lo schermo non diventa nero.