Ciascuno di noi, non tutti, molti, hanno, abbiamo passioni intime segregate, vale a dire, non del tutto occultate ma non quelle che pratichiamo fondamentalmente. Nel mio caso, avessi dovuto esprimermi nel modo più congeniale mi sarei espresso nella musica e nel teatro della musica, l’opera lirica, invece ho fatto minimamente il cantante, basso-baritono, soprattutto per me stesso, mi canto da solo, qualche congresso l’ho anche “vocalizzato”, a Palermo in un incontro su Friedrich Nietzsche mi esibii(!) in Piazza del Teatro Massimo avendo per ascoltatori Eugenio Scalfari, Gianni Vattimo, Claudio Magris (mi pare), Emanuele Severino, il quale in albergo suonava con certa rigidità il pianoforte, e ci scambiavamo considerazioni. Potrei aggiungere altre vicende liricheggianti, insomma: una realizzazione mancata. Ma vi è il teatro senza musica, ed in tal caso la passione risultato ne ebbe, ho pubblicato una decina di opere teatrali, talune rappresentate, non ho recitato, a causa della malattia virale, per due anni ho interrotto le rappresentazioni. Ora, la presentazione del mio libro (Ho vissuto la vita-Ho vissuto la morte, Armando Editore), organizzata dall’Associazione Il Cibo & l’Arte, di Loredana Paolesse (Basilica di San Crisogono, Piazza Sonnino, Roma, oggi, alle ore 16.30), oltre la relazione di Giuseppe Sanzotta bisognerà di attori perché il volume contiene testi teatrali e poesie ondeggianti tra vita e morte.

Di nuovo il teatro! Due attori. Riccardo Moccia lo conosco da anni, ha recitato miei testi con sue disposizioni personali, e Simone Paccariè, nuovo incontro. Prove. Strabiliante la differenza che ho sempre sottolineato giacché costituisce l’essenza della civiltà tra comunicazione ed espressione. Se Riccardo Moccia e Simone Paccariè leggono, leggessero con andamento comunicativo la poesia perde, perderebbe totalmente significato, qualsiasi poesia, anche la più lirica, la più variata, la più discontinua nella musicalità. Tempestosa, quieta, distensiva, narrativa, a singhiozzo, a rottami, come che sia. I versi dovrebbero imporre il suono e l’andamento ma se non lo si percepisce e si è informativi comunicativi quasi che la poesia fosse una diramazione di notizie personali: “oggi sono infelice”; “oggi sono felice”; “il sole è imprigionato dalle nuvole”, dette così, tanto per dire con gli “a Capo”, perfino le battaglie dell’Iliade diventerebbero un tiramisù pannoso, essendo l’attore ormai assuefatto condiscendente alla composizione odierna: comunicativa informazionale: “Oggi sono andato per via del Tritone/a piedi”.

Siccome “a piedi” costituisce un “a capo” quella informazione diventa verso e da verso diventa poesia! L’attore non distingue, non cadenze, non essenzialità, non mutamento di ritmi, non stati d’animo variati, non mutamenti in corsa, sterzature, ma informazioni allungate o brevi, tanti “a capo”, e fine. L’attore aveva da esprimere situazioni difformi, per quel che viene detto, per il modo in cui viene detto, cucitura, punteggiatura, cadenza, per i termini, ovviamente la sostanza, diciamo, il pensiero, e avveniva il fenomeno, un cadavere che prende vita, il bambino che strilla nascendo affermando che è vivo, e la parola, in sé vacua si anima, fa sentire, suscita, esprime! Esprime, il prodigio dell’arte, l’espressione, ben altro che la comunicazione.

Pagina per pagina, parola con parola, sillaba con sillaba, il fenomeno espressivo è sconvolgente, ripeto, una rianimazione della cenere che diventa tizzone ardente e le fiamme si slanciano e diramano punte guizzanti. Il testo diventa una appropriazione dell’attore, ila quale si fa autore dell’autore. Proviamo. Una mia composizione che sarà recitata: “Potessimo volare noi uomini, /inoltrarci nelle galassie/e sostare accanto a stelle/della morente luce/nelle plaghe notturne del firmamento! /Volare, sentire/il respiro dell’infinito spazio/comprendendo chi siamo, /io, tu, l’altro/in tanta vastità silente. /Immagina la solitudine/e lo sgomento. /Muto ogni angolo dell’Universo. /Se parli/ti risponde l’eco. / E tu/grida che ami vivere. / Ne riudrai eternamente voce”.

Potessimo volare, come dirlo? Comprendendo espressivamente che è affermazione della negazione, un’aspirazione irrealizzabile, non perché non vogliamo, bensì perché non riusciamo a sapere come mai esistono la realtà, l’Universo, l’essere, gli esseri. Ma dalla sconfitta esplode l’azzardo, pure in queste condizioni, in contrasto a tali condizioni del non sapere come mai esiste l’esistenza, amare la vita, gridarlo e nel silenzio dell’Universo la voce dell’uomo! Nell’epoca aurea del Teatro il rapporto autore-attore era reciso, essenziale, i massimi teatranti furono attori, Shakespeare, Molière. Luigi Pirandello aveva compagnia e apprezzava Angelo Musco, un attore animatissimo, movimento di braccia, occhi brilli, spiritati, accanto a lui, mezzo metro più alta, Tina Anselmi, faccia di cavalla, spenzoloni, massiccia, una cannonata, insieme c’era da ridere, Musco a rotta di collo, Anselmi una colonna dura; erano di specie siciliana come Turi Ferro, Salvo Randone, Musco interpretava anche il dialetto catanese di Nino Martoglio. Come dimenticare Rina Morelli in Sei personaggi in cerca d’autore, Romolo Valli ne Il gioco delle parti, Giorgio Strehler in una commedia di Carlo Goldoni, “L’ultimo giorno di carnevale (il titolo non lo credo esatto) con la solitudine di un personaggio finite le feste, una malinconia eterna. Momenti, minimità. Per dire che il regista, l’attore possono coltivare o infrangere il testo.

Il teatro è il luogo più sociale dell’arte, di problematiche ma soprattutto rappresentazione corporea dell’arte, maggiormente approssimata alla vita reale, nella rappresentazione la vita stessa è in scena. Quando affermiamo che vivere è recitare vale affermare che recitare vivere. E infine, la parola, l’attributo decisivo dell’uomo, il teatro, nel teatro viene esaltata nel suo aureo valore. Insisto: l’attore è il valorizzatore della parola (anche il cantante, certe timbrica colme di Maria Callas in Medea, in Tosca sono l’assoluto espressivo, inoltrepassabile, e la Battle nel Requiem tedesco fa sporgere il Padreterno a voler sentire). Il dominio della comunicazione sull’espressione fa il paio con il cibo transgenico e l’antinatura che sta pervadendo la nostra esistenza. Prove, sì, no, bene, così, lega, pausa, più forte, insomma proviamo, Riccardo Moccia, Simone Paccariè, e il testo, i testi prendono forma espressiva, sillaba, punteggiatura, modificazioni di ritmo, alla ricerca dell’espressione. Starò a sentire. Chi sa che impressione farò a me stesso di me stesso!