“Chi ha paura di Virginia Woolf?” Crisi di Coppia e Lupi Mannari

venerdì 3 febbraio 2023


Lupi mannari o moppie in crisi? Difficile trovare la differenza. Almeno, mettendo i “Boots on the ground” nella “doppia” crisi di coppia che fino al 12 febbraio va in scena al Teatro Argentina di Roma, con lo spettacolo dal titolo Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee, per la regia di Antonio Latella e l’interpretazione di Sonia Bergamasco (una magistrale Martha, moglie di George); Vinicio Marchioni (George); Ludovico Fededegni (Nick); Paola Giannini (Honey, moglie di Nick). Perché, poi, come dice George, in America si beve moltissimo e l’impres­sione è che: “berremo ancor più in avvenire, se riusciremo a so­pravvivere. Dovremmo essere arabi o italiani, gli arabi non bevono e gli italiani si ubriacano soltanto nelle feste religiose. Dovremmo vivere a Creta o in qualche posto del genere”. Poiché, simbolicamente, l’alcool disinfetta le viscere morali marce dopo che le si è estratte dai rispettivi intestini del pensiero amigdale profondo e osservate a lungo, elencandone le piaghe registrate una a una senza rimedio, senza voglia di redenzione. L’uno, Nick, sposa l’altra perché “gonfia” di una gravidanza isterica; bruttina dai fianchi troppo stretti per diventare una puerpera, ma piena di soldi, fatti da suo padre un prete più affarista che uomo di Dio, di cui consuma per sé i denari delle offerte, e mette da parte gli altri, quelli donati per costruire chiese che poi, guarda caso, si incendiano da sole sicché il suo fondatore possa riscuoterne l’assicurazione-infortuni.

L’altro, George, con radi capelli in testa come la sua mediocrità di insegnante nella università di cui è padre padrone l’adorato e osannato genitore di lei, che fa di lui un pigmeo mentre l’altro, il suocero, viene descritto da George per rappresaglia come il topo bianco con gli occhi rossi, ma più alto del suo denigratore di alcuni metri, che lacera e riduce a brandelli la dignità di quel suo genero opportunista e fallito. Quest’ultimo certamente indegno di coglierne l’eredità, perché incapace di trovare sponsor e donatori generosi per finanziare la sua facoltà di storia. Padre venerato che, però, si era già incamminato sulle orme di quel suo parente acquisito, nullo e inconsistente, sposando in seconde nozze a suo tempo una donna molto ricca, rugosa e con le verruche. Due coppie, quelle preda del Lupo mannaro “Virginia Woolf”, attraversate da due terribili, complementari storie di sterilità. Di quella più giovane, la moglie Honey è la sola volontaria responsabile della mancata nascita di un figlio, grazie alle “pilloline” che prima del coito lei nasconde a lui. Quella più matura, invece, è afflitta da infertilità biologica per entrambi: lei fradicia di alcool dalla mattina alla sera; lui immediatamente a ruota. Il violentissimo scontro a quattro è peggio di una radiazione di sincrotrone, dove per nanosecondi nascono e muoiono particelle velenosissime e invisibili, mentre i loro tracciati sulla lastra riproducono tutti insieme un volto di un bambino mai nato, reso reale dalla costruzione quotidiana, fantasmatica e meticolosa di George e di Martha: l’unico filo al quale resta appesa la loro folle convivenza matrimoniale.

Allora, la guerra dei Rose, il colpo finale tra i due in una battaglia mortale vinta da George, è quella di uccidere quella “cosa” ologrammata, minuziosamente allevata, fatta crescere fino alla fine della sua adolescenza, il cui avatar aveva preso forma giorno dopo giorno, traendo spunto da un episodio di vita vissuta. Quello, cioè, di un ragazzino che uccide casualmente sua madre e, all’atto di esercitarsi alla guida con il padre, uccide anche lui andando a urtare contro un albero per evitare un grosso porcospino. E, come quel figlio immaginario di George e Martha, il matricida-parricida perse la parola per trenta anni di seguito!

Lo avrebbe messo in un romanzo George, quel fatto vero, ma il manoscritto relativo, il suo vero figlio intellettuale abortito e mai nato, è rimasto impigliato nelle sue solitarie righe d’inchiostro e mai dato alle stampe per il veto dispotico e assoluto del Rettore suocero, padre e padrone della sua vita accademica. Nel vortice della dissacrazione collettiva ed estrema della società americana che ne fa Albee, e che Latella riproduce con maniaca, ossessiva precisione, non c’è spazio alcuno per l’amore e la bontà. Perché l’Autore-veggente, incarnato nel personaggio George, immagina cose che accadranno sessanta anni dopo, come la manipolazione cellulare: il giocare a Dio regalando immortalità all’uomo; il poter scegliere il sesso e gli occhi dei nascituri in provetta grazie ai prodigi dell’ingegneria genetica. Tutti uguali, tutti monotonamente perfetti! E, poi, la peste del degrado e della perversione, che è l’ospite permanente nell’anima di un’umanità civilizzata e immorale, per cui Nick sciolto dall’alcool riesce ad ammettere che per arrivare al cuore di un uo­mo (nel suo caso, al potente di turno che gli farà fare il salto di carriera come professore universitario) “bisogna passare dal ventre di sua moglie”.

E quindi, giocare alla posizione del missionario con Martha, dedita alle mille infedeltà senza nome e soddisfazione, con quella sua gonna sempre alzata sulla testa per dare la schiena all’attore momentaneo del coito. Perché il successo dell’ambizioso, di cui Nick è il prototipo, passa per la “inevitabilità storica di montare in un angolo come un cane” Martha, la grande oca dalle uova d’oro che può condurlo diritto nelle stanze del rettore-padrone, padre di lei. Martha la mantide, che dopo l’amplesso tratterà Nick “come un cameriere” perché dotato ma del tutto insoddisfacente come amante! Ed è un bravissimo Marchioni a calarsi nella lingua biforcuta di Albee, gridando al vento con l’alito dell’ebbro che: “il sintomo più profondo di un’infermità sociale è l’as­senza del senso dell’umorismo. Non esiste un monolito capace di stare allo scherzo”! E quando Nick “manda a fottere George”, ecco che l’Albee che è in lui gli fa dire per tutta risposta che è stato perfettamente inutile costruire una società civile, perché poi arriva sempre il “Dies irae” che tutto travolge e calpesta, perché le viscere non si fanno mettere a tacere dalla buona educazione! Infine, profezia drammatica per l’oggi, terzo decennio del XXI secolo, scritta sessanta anni prima: “E l’Occidente, gravato da zoppicanti alleanze e appe­santito da una moralità troppo rigida per potersi adattare al mutar degli eventi, finirà un giorno, per crollare”.


di Maurizio Bonanni