Alberto Moravia: il fantasma dell’opera

martedì 14 marzo 2023


Vengo a conoscenza che a Torino un Circolo di lettura ricorderà l’opera di Alberto Moravia. È come la comparsa di un fantasma. Ma la disposizione imitativa odierna è probabile che inizi in un ricordo seriale dopo un silenzio sepolcrale su Moravia. Sono tra i pochi superstiti che possono dire su Alberto Moravia, per cognizione diretta e amicizia. Quando è stato rievocato il centesimo anniversario della nascita di Alberto Moravia, nel 2007, molteplici le iniziative, e la pubblicazione di un romanzo inedito in distinte versioni: I due amici (Bompiani), che ha destato un breve interesse sull’autore e su di una problematica importante nel nostro Dopoguerra: il comunismo. Il romanzo è abbozzato, narra di un comunista povero, ma intellettuale il quale invidia un amico benestante e borghese. Moravia in questo scorcio di romanzo non va al di là dell’antropologia dell’invidia, il comunismo sarebbe una manifestazione di invidia sociale. Tuttavia, il brano migliore del testo è una giustificazione del comunismo, da parte del protagonista, come palingenesi mondiale, una società universale di uomini buoni e pacifici.

È un tentativo di giustificazione dell’odio e dell’invidia. Il personaggio addirittura tenta di mostrare come la speranza comunista sia superiore a quella cristiana in quanto è scientifica e non soltanto mitologica e religiosa. Sono concezioni che Moravia aveva esposto in un saggio sulla speranza in rapporto al comunismo e al cristianesimo. Quanto scritto mi rimanda agli anni in cui frequentai Alberto Moravia assiduamente, dal 1963. Mi fece collaborare alla rivista che dirigeva, Nuovi Argomenti”. Per alcuni anni partecipai pienamente alla vita intellettuale di Moravia ed è opportuno chiarire, e non solo per Moravia ma anche per altri che conobbi intensamente: Renato Guttuso, Pier Paolo Pasolini, Carlo Levi, Vasco Pratolini. Il loro rapporto con la questione comunista, di cui oggi non tanti hanno memoria e poca conoscenza diretta. Moravia non fu comunista. Diceva che apprezzava di Marx l’aspetto diagnostico, ma non la terapia.

Non credo che conoscesse analiticamente il marxismo, ma certo lo conosceva sufficientemente per avversare la dittatura del proletariato e soprattutto il percorso razionale della storia. È quest’ultimo un punto essenziale. Si conosce pochissimo l’opera saggistica di Moravia ma uno scritto, L’uomo come fine, meriterebbe ancora lettura. Moravia in quel saggio contrastava nettamente la razionalità storica nel senso d’una ragione che si dovesse imporre per rendere razionale la vita. La vita per Moravia non era razionale o soltanto razionale, era, semmai, ragionevole o doveva esserlo. Tra razionalità e ragionevolezza vi è un abisso. La razionalità cerca di eliminare le storture umane con la violenza pretendendo un uomo nuovo, tutto ragione, appunto, la ragionevolezza si rende conto dei limiti umani e fa quel che può. Si capisce chiaramente, dunque, che Moravia non era né comunista né marxista. Ma allora perché era, in ogni caso, di sinistra? Moravia era di sinistra in quanto era laico e agnostico in campo religioso, per il resto è sempre stato un borghese critico e liberale.

Le circostanze storiche hanno fatto passare per taluni aspetti la sinistra anche quella comunista come laica e liberale non essendolo affatto. Moravia sapeva questa differenza ma accettò i tempi e anche, in parte, l’equivocità, e pur di tener fede alla teoria e alla pratica dell’antifascismo, non precisò come forse doveva il suo anticomunismo. Ma, torno a dire, si trattava, di un equivoco contingente, Moravia non fu mai comunista. Che, peraltro, la posizione comunista fosse tutt’altro che condivisa da intellettuali che passavano per comunisti, lo si coglieva nettamente in Pier Paolo Pasolini, la cui problematica era quanto di meno comunista potesse esistere. Pasolini ignorava il proletariato, mentre era sensibile al Terzo mondo e al sottoproletariato. Inoltre, aveva esigenze esistenzialistiche completamente fuori dalla morale perbenistica comunista del tempo. Eppure, anche Pasolini era di sinistra e nella volgarizzazione corrente comunista.

Ma non lo era affatto. La sua aspirazione non apparteneva a una società resa libera dal bisogno con l’avanzamento estremo dei sistemi produttivi. Tutt’altro. Egli elogiava la povertà e non aveva alcuna fiducia nel processo tecnologico come teorizzato da Marx. Ecco un altro esempio di confusione culturale: vale a dire di connotazione errata dell’identità. Addirittura, più marcata era la situazione di Carlo Levi, un borghese liberale per eccellenza, sensibile certo ai problemi del Meridione, dei contadini ma in senso antropologico più che sociologico e politico. Levi si immedesimava nei costumi del Meridione italiano, ne percepiva i personaggi, anche le superstizioni, i riti religiosi, come nel suo miglior libro: Cristo si è fermato a Eboli, e anche quando analizzava la Russia, più che il comunismo e il socialismo, ne coglieva l’animo contadino della popolazione. Insomma, quanto di meno proletario cittadino.

Un caso a sé fu Vasco Pratolini, che non faceva parte del gruppo elitario e manteneva una solitudine prossima al mondo comunista vero e proprio, sindacalisti, personaggi del Sudamerica, ispanici. Ma Pratolini subì l’offensiva violentissima dei comunisti ufficiali perché non aveva alcuna disposizione mentale per la lotta di classe e anche nel suo romanzo più nettamente di classe, Metello, la coscienza rivoluzionaria era inesistente, dicevano. Differisce tra tutti Renato Guttuso che era comunista almeno in termini ufficiali e volle con insistenza e passione dedicare la sua energica pittura, i suoi vigorosi tratti al mondo dei contadini specialmente ai personaggi e ambienti siciliani, i fichi d’india, le agavi, i muri, i tetti, i tegolati, quando non si dava all’intensità erotica soprattutto nell’ultima parte della sua produzione o alle magniloquenze celebrative dei personaggi della sinistra. Ma Guttuso viveva da principe alla Salita del Grillo, una contraddizione che egli in qualche modo soffriva ma che godeva, anche. Ricordo la tragicomica scena di Guttuso che si lamentava di essere ricco e comunista parlando con Levi che era comunista ma non ricco, e certo non gradiva quelle dolenze.

Sarebbe un ulteriore aspetto di valutare oggi, sul piano del costume, la contraddizione dell’impegno comunista con la vita miliardaria. Non per moralizzare ma per attestare quanto fosse difficile essere comunisti in una società borghese e che aveva come modello di vita quello borghese. Tutto sommato, dietro e dentro l’apparenza, i valori borghesi e la morale cristiana, permeavano gli intellettuali comunisti. Solo Moravia si rese conto che l’unico modello di vita che il nostro Paese presentava era quello borghese e medio borghese e che né dal proletariato né dai contadini sarebbero venuti fuori classi egemoni. Altri in questo terreno annasparono, sognarono, si illusero. Come si illuse l’intero mondo comunista. Giacché alla resa dei conti la sola classe che resta dominante in termini di tipologia sociale rappresentativa è ancor oggi quella borghese, al punto che gli stessi comunisti l’hanno totalmente accettata. In ampie parti del mio recente libro: Ho vissuto la vita-Ho vissuto a morte, Armando Editore, tracciando le biografie degli intellettuali e degli artisti degli anni Sessanta, affronto la “questione” comunista.

Non sono più giovane, quindi non posso verificare personalmente che cosa oggi venga ammirato, apprezzato, seguito dai giovani, parlo di autori letterari, di saggisti, di filosofi. La mia generazione, ovviamente parte della mia generazione, adolescente negli anni Cinquanta, fu attratta da Alberto Moravia. Quando cominciai a leggere nella città in cui vivevo, Messina, da ragazzo provinciale, I racconti, ne fui modificato, era la prima volta che, dopo gli studi classici e intendo per “classici” anche gli studi su di un Foscolo, un Carducci, un Pascoli, perfino D’Annunzio, avevo a che fare con la modernità. Mai prima narrazioni sulla vita quotidiana come la vivevo io stesso, gli ambienti medio o piccolo borghesi, le vicende di ogni giorno. La scuola a quel tempo era totalmente estranea alla contemporaneità immediata e il linguaggio comune e corrente di Moravia, le acclimatizzazioni consuete a ciascuno di noi, insomma quell’irruzione del presente in letteratura costituì una novità per un ragazzo di quegli anni o almeno lo fu per me. Oltretutto Moravia aveva una caratteristica anch’essa inconsueta, parlava di adolescenti, e meno di adolescenti, il periodo che avevo da poco vissuto. La congiunzione di questi elementi rese Moravia il mio autore predilettissimo, lessi presso che tutto di lui, da Agostino a La disubbidienza, ovviamente. Gli indifferenti, e in anni ulteriori La romana, La ciociara. Lessi tanto che mi venne voglia di scrivere su questo scrittore come su altri che comincia ad apprezzare o non apprezzare e venne fuori un testo che ebbe l’incredibile circostanza di venire pubblicato proprio da Alberto Moravia!

Moravia tentai di conoscerlo quando ancora facevo il passaggio da Firenze a Messina, da Messina a Firenze, studente universitario. Mi fermai a Roma, lo chiamai, mi disse che non poteva vedermi quel giorno ma il giorno seguente, il giorno seguente dovevo giungere a Messina e quindi l’incontrò non avvenne. Rispondeva personalmente al telefono, cominciai ad udire quella sua inconfondibile voce, leggera, acuta, aveva flessioni, movimenti, cadenze, oscillazioni di uno la cui voce dipende dallo stato d’animo, come dire: immersa negli stati d’animo. Si percepiva una sorta di onda all’interno di Moravia che oscillava secondo ciò che egli diceva. Ora, nello scrivere, ricordo che ero andato a trovarlo improvvidamente senza appuntamento, a via dell’Oca, sulle scale incontrai la moglie Elsa Morante, una sorta di zingara con i capelli vasti e sparsi, gli occhi di un azzurro da lago, mi fece notare gentilmente come non era il modo di andare da una persona senza avvertirla ma con bonomia perché si accorse della mia assoluta ingenuità. Mi diede il numero di telefono, mi pare sia andata così. In ogni modo, quel primo incontro non avvenne, credo che fosse il 1960 o il 1961.

Tornato a Messina stesi il Saggio sulla letteratura italiana attuale, che fu il testo più organico sulla letteratura da Italo Svevo agli autori recenti, scritto in modi primitivi, scorretto, battuto a macchina da un altro ragazzo, analfabeta, lo spedii ad Alberto Moravia, direttore con Carocci di Nuovi Argomenti, e niente seppi. Non paziente di stare a Messina e impaziente di sapere la sorte del mio saggio venni a Roma, 1962, incontrai al Caffè Rosati Moravia, mi presentai, Moravia fu sbalordito di vedere il giovanissimo autore di quel saggio. In effetti il “saggio” era di una ricchezza di letture che supponeva un’età di gran lunga maggiore della mia, come poi Moravia stesso dirà nell’introduzione al testo. Mi disse, immediatamente che avevano deciso, Lui e Carocci, di pubblicare tra qualche mese, io reagii con nervosismo, e Moravia sorrise di questa mia reazione giovanile.

Colsi uno dei punti basilari di Moravia, era in pieno un artista, voglio dire che amava, si incantava alle espressione dei soggetti, delle persone, li vedeva come personaggi. Evidentemente rimase colpito da quel giovanissimo “soggetto” quale ero io, di rustica spontaneità, amavo ed ammiravo Alberto Moravia, ma avevo aspirazioni di essere pubblicato, e senza cautele e diplomazie. A Moravia questo piacque, ripeto: incantamento per la soggettività umana. Partì per l’Africa, fu un indomabile viaggiatore, ed io lo inseguii con delle lettere per dirgli di affrettare la pubblicazione. Tornato dall’Africa mi suggerì con dolcezza sorridente se potevamo intervenire sul testo perché in effetti era scorrettissimo. Io me ne considerai leso, e Moravia, come si fa con i matti, mi contentò, e lo pubblicò quale era. E in ogni caso fece scalpore.

Moravia era un uomo di altezza alquanto sopra la media, di corporatura asciuttissima, volto di linee squadrate, naso ampio, volitivo, occhi larghi di colore incerto, fondamentalmente azzurri ma si frantumavano di screziature, aveva sopracciglia poderose, scarmigliate, luciferine e fronte dura con capelli schiacciati sulla testa che si alzava verso l’alto. Aveva mani secche, nervose, all’esterno piccole e all’interno di grande palmo, nocche bitorzolute e dita non lisce né lunghe, mani concrete, mani fattive. Si muoveva a scatti, con impulsi da marionetta, non so, sferrava improvvisamente un calcio, scuoteva il braccio. Avendo una gamba lesa per la malattia giovanile camminava sbilenco e con energici passi della gamba sana, pareva sempre furioso. Oltretutto dalle orecchie larghe e pizzute: un’aria beffarda e aggressiva la manifestava di certo.

Dicevo della sua voce non maschile e non femminile, mossa da quel che diceva, perché quel che diceva non era un semplice dire ma un dire animato dalla sua emotività. Emotività che lo distingueva. Pasolini controllava il suo dire con una regolarità imposta, Levi aveva una affabilità voluta, Moravia si lasciava andare, era un fiume, anche gestuale, quando lo eccitava l’argomento conversatore straripante, ricco di idee, generoso, un meccanismo tutto in agitazione. Ma non era l’uomo aggressivo, polemico che molti credevano, direi tutt’altro, aspirava ad una forma di rapporto affettuoso, nel sorprendere una frase che gli gradiva o un pensiero che lo stupiva o qualcosa di bello in ogni caso si illuminava grandiosamente, gli occhi si accrescevano di luce, di vera e propria luce, perché la caratteristica essenziale di Moravia era l’intelligenza emozionale, non l’intelligenza teorica. E la sua bocca con un filo di labbra estese era pronta a un minimo sorriso affettuoso. Che non gli gradissero le teorie ma il flusso della vita me lo disse esplicitamente, quando nel mio Saggio scrissi che nella sua narrativa Freud e Marx avevano avuto rilevanza, mi fece notare che egli si ispirava soltanto alla vita.

Il momento in cui conobbi Moravia era per lui delicatissimo e anche drammatico, si separava da Elsa Morante. Elsa Morante era una scrittrice celebre, addirittura più celebre o più celebrata di Alberto Moravia. Anni dopo quando insieme con Moravia andammo all’Università perché io presentavo degli artisti, e iniziavo con Moravia, in una macchina guidata da lui, ed era uno spettacolo, una specie di guida a scatti, quasi robotica, una macchina nera, se non sbaglio, egli stava abbattuto, cosa che capitava spesso. Era uscita in quei giorni una dichiarazione del celeberrimo critico letterario György Lukács, il quale sosteneva che il migliore scrittore italiano era Elsa Morante. Conversando gli dissi che all’università lo aspettavano migliaia di persone, questo lo sollevò enormemente. Tengo a dirlo, Moravia fu uomo di un’emotività scoperta, fresca, come si dice: infantile, che poi traduceva in opere tutt’altro che infantile tra le più sistematiche nella letteratura italiana non solo del suo tempo.

Dopo la Morante, Moravia si unì a Dacia Maraini. Dacia era una giovane signorina, mia coetanea, snella, occhi azzurri, minute efelidi, biondina, garbata, di nobile famiglia. Con Dacia, Moravia si spostò a Lungotevere delle Vittorie, una bella casa con terrazzo che guardava il Tevere. Dacia aveva vinto il Premio Formentor in Spagna e ciò era stato imputato a Moravia come nepotismo e prevaricazione, in realtà poi la Maraini avrà e ha una lunghissima carriera di scrittrice, una sua fortunata operosità e si dimostrerà nel tempo la più fedele compagna della memoria di Alberto Moravia, anche quando Moravia si separerà da lei per sposare Carmen Llera.


di Antonio Saccà