La beffa di Oslo?

martedì 15 settembre 2015


Oggi e domani si terrà a Lysaker (Oslo) sotto l’egida del Research Council norvegese, un insieme di Joint Learning Workshop dell’EqUIP. Sembrerebbe ippica, ed invece è la Piattaforma euroindiana per le scienze socioumanistiche, un progetto da 1,5 milioni che l’Europa finanzia dal 2010 sotto il coordinamento inglese, tramite i network di ricerca scandinavi Norface e Hera con i rapporti finali affidati agli austriaci del centro di innovazione sociale Zsi.

50 agenzie governative o semi tali (come la nostra Apre) assieme a sponsor e grandi multinazionali si interrogheranno sullo scambio di esperienze comuni tra i due versanti del supercontinente Eurasiatico. Ospiti di tutto rispetto, tre centri di ricerca indiani storicofilosofici (ICHR, ICPR e UGC) e con loro una pletora di ong, onlus e no profit indù. Ci saranno momenti alti di brainstorming e di scienza della politica, ispirati da metodologie quali i Giochi di Carte, il Disney Method ed il World Cafè Method. Dal Gico a somma zero della Beautiful Mind al subbuteo dei Riotta, Capuzzo e Severgnini, dramma a quanto pare non solo nazionale. L’evento ha comunque risvolti seri, poiché si discuterà del salto di qualità della piattaforma SSH tra Bruxelles e Nuova Delhi.

Le solite migliori pratiche, minori barriere e maggiore cooperazione. Difficile che si parli di Marò; Luttwak direbbe che non si tratta di un convegno militar-industriale. Difficile che vi rientri Salgari, per il quale i buoni erano indonesiani, ed i cattivi gli indù. Nemmeno si ricorderà l’entusiasmo per l’Asse di Gandhi. Anche perché i pacifici e pacifisti indiani, poi sono sempre stati al seguito degli anglosassoni in tutte le guerre di ieri e di domani. Nemmeno l’influenza dell’italiana Sonia, sconfitta leader del partito del Congresso, apparirà. Il nostro contributo sarà canticchiare un Sorrenti d’annata: “Vorrei incontrarti ai cancelli di una fabbrica o lungo le strade che portano in India”. Preveggente, dato che ai cancelli della suicidata Ilva ci troveremo il logo del colosso dell’acciaio indiano Tata.

L’impostazione nordica, come è noto, divide i suoi amori su due direttrici, la Capri di Krupp, Nureyev e Riefenstahl e l’India dell’antica svastica, di Hesse del Siddharta (a sua volta rimbalzata tra etruschi, greci e Paestum), accomunate dai fasti omopedofili dei tempi che furono. Finisce che noi stessi siamo brutta fotocopia degli indiani. Gli studi sociali sull’India hanno costruito un fallito educolrato quadretto protetto dalla reputazione della Queen. Non è stato raccontato il vero indù, senza visage humaine, barbarico e guerrafondaio, scosso da pogrom etnoreligiosi, incassato tra le fortune basate su riciclaggio e contrabbando e le caste degli intoccabili.

C’è l’occasione di un messaggio blitz rivolto ai partecipanti tutti, agenzie, diplomatici, studiosi e sponsor, dei workshop sul posto (rigorosamente in norvegese come tutte le comunicazioni Equip) e virtuale, un Cave Marem. Dopotutto noi paghiamo sempre un terzo, anche se non ci siamo o stiamo relegati in fondo alla sala. Altrimenti sarà la beffa di Oslo.


di Giuseppe Mele