Usa: gli economisti
ipocriti anti-Trump

di Fabrizio Pezzani (*)

10 gennaio 2017ECONOMIA

 

Pochi giorni prima – il primo novembre, giorno di Halloween (la notte di tutti gli spiriti sacri) – delle elezioni presidenziali svoltesi lo scorso anno il giorno 8 novembre, venne resa pubblica dai media – Wall Street Journal in testa – una lettera pubblica di “prominent” (eminenti) economisti degli Usa che definivano Donald Trump come pericoloso e distruttivo per il Paese raccomandando fortemente di non votarlo ma, nella sostanza, di votare Hillary Clinton.

La lettera, composta da una pagina di contenuti e da otto (!) di firme (contano di più le firme dei contenuti?), rappresentava una dura sferzata al pericolo di una presidenza che avrebbe secondo loro gravemente danneggiato il Paese definendolo come una sorta di dilettante allo sbaraglio. Altri economisti si sono accodati a tanta scienza, Joseph Stiglitz e Paul Krugman tra questi, per esprimere il profondo dissenso verso una persona che “rivela una profonda ignoranza dell’economia e l’incapacità di capire gli esperti in materia” come loro dimostrano, sarebbe meglio dire pensano, di essere.

Questa lettera aperta dimostra la profonda ipocrisia di un gruppo di studiosi che hanno cavalcato la finanza, altra cosa dall’economia, facendosi da essa cavalcare portando al fallimento globale il Paese. Invece di questa lettera, che dimostra la supponenza di chi pensa di avere la verità in tasca, avrebbero dovuto scriverne una di scuse a tutti i cittadini americani che con il loro modello culturale hanno ridotto al lastrico. La lettera è la evidente dichiarazione delle relazioni tossiche che si sono sviluppate negli anni tra politica, finanza ed accademia; non a caso la campagna elettorale della Clinton è stata sostenuta dalla finanza di Wall Street.

I termini ed i contenuti stringati della lettera non lasciano spazio a quel dubbio che dovrebbe essere sempre presente nelle scienze che si occupano dell’uomo e pongono l’economia, sarebbe meglio dire la finanza, come fine per realizzare una società giusta e felice. Invece è esattamente il contrario, il fine sono la società, l’uguaglianza, la libertà, la vita ed il diritto al perseguimento della felicità come recita la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, ancora oggi festeggiata il 4 luglio.

La dichiarazione degli economisti mette in guardia dalla possibilità che la scelta di Trump potrebbe mettere in discussione la realizzazione di quei diritti su cui la costituzione americana si regge e che devono essere garantiti. La realtà però è diversa, perché proprio il modello socioculturale sostenuto dai dottori del tempio dell’economia/finanza ha azzerato quei diritti portando il Paese a fronte di un caos sociale e di un contesto rivoluzionario che si accende nella storia dell’uomo quando i limiti della tolleranza reciproca sono dimenticati. Proviamo a vedere lo stato del Paese nei fatti e non nelle supponenti dichiarazioni più mitologiche che scientifiche. La trasfigurazione dell’economia in finanza e da scienza sociale e morale in scienza esatta avviene in un arco temporale preciso come mostrano le evidenze empiriche ed i grafici relativi, e cioè tra il 1971 ed il 1975 quando Richard Nixon dichiara finita la convertibilità della cartamoneta in un bene reale, nella fattispecie l’oro. Da quel momento la separazione tra la cartamoneta ed un suo controvalore reale segna l’inizio della finanza mitologica e la definitiva trasformazione di una scienza sociale come l’economia in una scienza esatta. La cartamoneta e la finanza, diventando riproducibili all’infinito, assumono il ruolo di verità incontrovertibile e dominano il mondo reale che, essendo limitato e misurabile, non è assolutamente compatibile. L’evidenza della logica e dei fatti sono perdenti di fronte ad interessi che arriveranno a pensare di usare la finanza come arma egemonica e predatoria della società, dell’uguaglianza, della libertà e della felicità.

Il resto fino ai giorni nostri è solo un percorso di conferma di quelle ipotesi totalmente infondate; e così la finanza infinita senza contropartite reali può diventare razionale ed essere studiata con lo stesso abito mentale di chi studia le scienze esatte e positive. In queste, però, le relazioni tra causa ed effetto sono indipendenti dalla natura umana e dalla sua emozionalità, ma nell’economia sono fondamentali per capirne l’evoluzione.

Questa nuova figura di studiosi ha completamente rotto i ponti con la cultura umanistica e la realtà drammatica delle conseguenze di questa ingannevole operazione è davanti ai nostri occhi. Più ci si occupa dell’economia più questa peggiora e le previsioni sugli andamenti futuri non durano nemmeno “l’espace d’un matin”. Non si può studiare l’economia, scienza sociale, come sosteneva Keynes in modo specialistico e senza un mix di competenze come la matematica, la storia, la filosofia, la politica; saper passare dall’astratto al concreto e dal particolare al generale e specialmente, suggeriva, non si può non conoscere la natura umana ed il suo ruolo nell’indirizzare le società dell’uomo.

Oggi gli estensori della lettera hanno contribuito ad erodere il capitale sociale di un grande Paese, minandone alle fondamenta la sua tenuta sociale. Gli Usa sono il secondo Paese al mondo per disuguaglianza, il primo per incarcerazioni (gli Stati Uniti hanno il 4 per cento della popolazione globale ed il 24 per cento di quella carceraria al mondo!); il 30 per cento del debito mondiale globale dei Paesi è loro; la disoccupazione viene mascherata dalla sottoccupazione; i salari sono costantemente ridotti con un conseguente aumento della povertà (un americano su cinque ha bisogno di un buono pasto). L’attività manifatturiera che genera ricchezza vera è stata delocalizzata per seguire il mantra del “creare valore per gli azionisti” ed è solo il 10 per cento di un Prodotto interno lordo al palo contro il 24 per cento dei servizi e della cartamoneta; il Dow Jones cresce solo grazie alla manipolazione della finanza che consente alle multinazionali di usare i loro profitti per l’acquisto di azioni proprie.

Potremmo andare avanti nell’elenco drammatico degli errori attuati grazie alla legittimazione di quel modello socioculturale che ha cancellato tutti preamboli della dichiarazione dei diritti fondamentali dell’uomo scritta con il sangue di due guerre nel 1948. Questa crisi è stata generata da uomini e non da eventi naturali ed imprevedibili e molti di questi figurano tra i firmatari di una lettera che serve a loro per mantenere una legittimazione che sta venendo a mancare perché è del tutto evidente, come dice Einstein, che “non si può risolvere un problema con lo stesso pensiero che l’ha creato”.

Trump si propone di mettere una toppa ai loro errori ed i consensi ricevuti dimostrano quanto l’insoddisfazione e la rabbia per i diritti fondamentali negati confidino nell’uomo da loro scelto e questa scelta va rispettata. Il nuovo presidente Trump forse potrebbe suggerire agli illustri “scienziati” di prendersi un tempo sabbatico funzionale ad andare a lavorare nei campi o nei magazzini di qualche azienda per provare a capire il ciclo acquisto-produzione-vendita; ritroverebbero un rapporto con il mondo reale a cui devono tornare e forse potrebbero anche capire il senso della vita dell’uomo e della sua essenziale emozionalità.

(*) Professore ordinario di Economia aziendale – Università Bocconi