Crediti deteriorati, la “stretta” della Bce agita la politica

La stretta della Banca centrale europea sui crediti deteriorati delle banche riattizza lo scontro della politica contro i tecnici di Francoforte.

“Non è accettabile che siano alcuni burocrati a sostituirsi alle scelte di competenza del Parlamento europeo”, ha affermato il presidente Antonio Tajani strappando ieri un applauso nella sede dell’Associazione bancaria italiana (Abi) a Roma. E se fra i partner dell’Eurozona l’ormai temuta “bozza di addendum” avanzata dalla Bce non suscita clamori, in Italia è un fronte compatto. Secondo il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, Matteo Renzi, che l’altro ieri ha bocciato l’orientamento della Bce, “ha ragione, è una battaglia fondamentale. L’Europa ha bisogno dell’opposto: più investimenti per le Pmi”.

Il presidente della stessa Abi, Antonio Patuelli, scrive ai vertici istituzionali fra cui il presidente della Commissione d’inchiesta sulle banche, Pier Ferdinando Casini, affermando che la stretta della Bce “non può e non deve entrare in vigore”. E davanti a Tajani si appella al Parlamento Ue per “stabilizzare finalmente e dare certezza al diritto per il settore bancario”.

Roberto Gualtieri, presidente della Commissione Affari economici dell’Europarlamento, anch’egli ospite dei banchieri, esprime “forti perplessità” sulla mossa della Bce e promette “una valutazione attenta per verificare se, come sembra, si sia andati oltre quelle che sono le prerogative” della vigilanza unica della Bce. Un coro pressoché unanime, che va dal M5S alla Cisl, la cui segretaria generale Annamaria Furlan parla di “norme inaccettabili”.

Piena bagarre politica. In Italia. Non vi è, negli altri Paesi, una protesta simile. E da quanto risulta all’Ansa, alla Bce vi sarebbe stato un accordo generale - con una sola posizione contraria (italiana) nel Consiglio di vigilanza - sull’annesso alle sue linee guida sulla gestione dei crediti deteriorati. Piuttosto che uno scontro fra “politici eletti” e tecnocrati, in realtà il tema degli Npl fa venire alla luce il ripensamento di una parte della politica europea rispetto all’ampia discrezionalità che essa stessa ha deciso di dare alla Bce: questa infatti si è vista attribuire il potere di fissare linee guida, non vincolanti, sulla gestione dei crediti deteriorati, che poi però vengono applicate nelle valutazioni degli “Srep” banca per banca, con alcuni margini di flessibilità ma anche con una certa efficacia. L’addendum impone alle banche di coprire l’intera perdita potenziale sui nuovi crediti deteriorati che emergono dal 1° gennaio 2018 entro due anni dal default (per quelli senza garanzie) o sette anni (per quelli con garanzie).

L’orientamento politico sancito dall’Ecofin del 17 giugno scorso faceva valere questa stretta sui crediti deteriorati che emergeranno dai prestiti di nuova concessione. La Bce propone invece di estendere il giro di vite ai nuovi crediti deteriorati sullo stock esistente di prestiti. Ci sono in ballo varie decine di miliardi di euro, e non si esclude che il documento della Bce, messo in consultazione pubblica e che quindi sarà discusso con le parti in causa, possa accogliere alcune delle loro osservazioni. Ma dopo i salvataggi bancari in Italia, visti come il tradimento dell’Unione bancaria dall’opinione tedesca, emerge una linea più dura. Che rischia di farsi ancora più dura quando la Bce, entro marzo, proporrà nuove misure per gestire lo stock di circa 1000 miliardi di crediti deteriorati europei (di cui un quarto italiani). Lo scontro attuale potrebbe essere solo un assaggio.