Polizze vita, un pasticcio senza conseguenze?

L’ipotesi di una patrimoniale del 2 per mille sulle polizze assicurative vita, annunciata la settimana scorsa tra le misure della Legge di Bilancio, è stata eliminata. Almeno per ora: considerando la continua ricerca dello Stato di trovare nuove o maggiori fonti di gettito fiscale, chissà che prima o poi non torni ad affacciarsi.

Le assicurazioni sulla vita sono il tipico strumento di accantonamento dei soldi dei piccoli risparmiatori, l’evoluzione dei libretti postali, il modo semplice di garantire la sopravvivenza dei risparmi, anche dopo di noi. Nulla a che vedere con i patrimoni dei fantomatici speculatori, così facili, nella comunicazione politica, da additare come le ricchezze da cui prelevare le tasse.

D’altra parte, le assicurazioni sulla vita, come tutte le forme di risparmio, sono già sottoposte a tassazione. Sulle loro plusvalenze si paga ogni anno un’aliquota che media quella ordinaria del 26 per cento - una quota, questa, che in soli tre anni, dal 2011 al 2014, è aumentata di 13,5 punti percentuali, più della metà - e quella del 12,5 per i titoli di Stato. L’aumento dell’imposizione non poteva quindi dirsi dettato nemmeno da ragioni di equità rispetto ad altre forme analoghe di risparmio a capitale garantito. Se c’è, in questo settore, uno strumento privilegiato non è infatti l’assicurazione vita in sé, ma - guarda caso - i titoli di Stato, per i quali l’aliquota in questi anni è rimasta invariata.

Non potendosi giustificare né per motivi di solidarietà fiscale né di ragionevolezza tributaria, una patrimoniale sulle assicurazioni vita poteva solo spiegarsi per quello che, effettivamente, sarebbe stata: un modo come un altro, per lo Stato, di soddisfare di sotterfugio la sua fame di tasse, colpendo con un aumento (apparentemente) irrisorio una specifica forma di risparmio sulla quale già oggi i titolari non sanno né quando né quanto pagano, essendo sottoposta a sostituto di imposta con un’aliquota variabile che dipende, appunto, dal peso dei titoli di Stato rispetto all’intero asset. Per risparmiatori e contribuenti sarebbe stata invece solo l’ultima conferma dell’irrazionalità delle politiche fiscali: da un lato, esse consentono diverse agevolazioni fiscali su queste forme di risparmio, dalla detrazione di una quota percentuale del premio all’esenzione dei capitali percepiti in caso di morte; d’altro lato, esse impongono una tassazione che, come si è visto, per la parte che non deriva da titoli di Stato è più che raddoppiata negli ultimi anni.

D’altro canto, se è vero che l’obiettivo ultimo delle politiche fiscali è solo quello della “massimizzazione dei profitti”, si può facilmente comprende sia l’apparente irrazionalità del sistema fiscale italiano, che col gioco delle tre carte riesce a dare con mano e togliere con l’altra, sia il fatto che il rischio di una patrimoniale sulle polizze vita sia solo per il momento accantonato.