Il bicchiere mezzo pieno delle concessioni balneari

Gli ottimisti diranno “eppur si muove”. I pessimisti, invece, che riformare le concessioni balneari è come pestare l’acqua nel mortaio. In ogni caso, la notizia è che la settimana scorsa la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge delega per “la revisione e il riordino della normativa relativa alle concessioni demaniali marittime, lacuali e fluviali ad uso turistico-ricreativo”. Ora il testo passa al Senato che, se riuscirà a imprimere il proprio suggello sul provvedimento senza fare ulteriori cambiamenti prima che finisca la legislatura, autorizzerà il Governo a mettere mano a questo settore. Il testo della norma è timido e non privo delle parole chiave – “adeguato periodo transitorio” – che in concreto nascondono il rischio dell’ennesima proroga. Inoltre dà un tempo limitato per l’adozione dei decreti attuativi (sei mesi) durante i quali i ministeri interessati (Attività culturali, Infrastrutture, Economia, Sviluppo economico e Pubblica amministrazione) dovranno trovare un accordo tra di loro e con la Conferenza unificata.

Quello disegnato è, insomma, una specie di percorso minato, ma se non altro il punto di caduta è chiaro: alla fine di tutto, la procedura di assegnazione delle concessioni dovrà passare attraverso una selezione competitiva e, grazie ad alcuni emendamenti, le amministrazioni e i concessionari dovranno garantire la massima trasparenza sull’entità dei canoni concessori. Se nulla di tutto questo si verificherà, e se dunque l’attuale assetto andrà incontro a un’ulteriore proroga (de iure o de facto) è prevedibile che sul nostro Paese si abbatterà un’altra procedura di infrazione (è opportuno ricordare che quella precedente, nel 2012, venne chiusa proprio con l’approvazione di una delega, che però non venne mai esercitata).

La vicenda dei balneari è emblematica del complesso rapporto del nostro Paese con l’Europa, da un lato, e con la concorrenza, dall’altro. Da un lato, i vincoli europei non vengono mai visti per quello che sono – cioè parte del “contratto” che ci lega agli altri Stati membri e che, in questo caso, ci obbliga a darci standard comuni – ma sempre e solo come un dovere dal quale bisogna svicolare appena possibile. È soprattutto la paradossale idea di mercato che emerge da questa vicenda a meritare attenzione: in un Paese dichiaratamente e coerentemente ostile a ogni idea di privatizzazione, l’unica forma di privatizzazione che incontra il consenso quasi unanime della politica è quella dei beni dati in concessione. Dove l’idea non è quella di un processo ordinato, che restituisca al mercato una certa attività. Ma una sorta di ritorno al feudalesimo: un bene comune viene appropriato da concessionari per diritto ereditario, in cambi di canoni assolutamente fuori mercato.

(*) Istituto Bruno Leoni