Padoan e Tajani contro la Bce: “Sugli Npl va oltre i limiti”

L’Italia va allo scontro diretto con la Bce sui crediti in default delle banche: a Mario Draghi, che difendendo la “stretta” sui crediti deteriorati preannunciata dalla Bce ribadisce che il problema degli Npl “non è risolto”, replicano il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani: l’Eurotower andrebbe oltre le proprie prerogative. Per dimostrarlo, arriverà domani un parere di un giureconsulto incaricato dal Parlamento europeo: “Vedremo quale sarà la risposta, ma sono convinto che ci sia un limite oltre cui la Vigilanza della Bce non può andare”, dice Tajani.

Concetto simile a quello evocato da Padoan. L’Eurogruppo, lunedì, aveva dato un assenso “in generale” all’approccio della Bce sugli Npl. Ieri Padoan ha spiegato di essere intervenuto, unico a prendere la parola nel Consiglio dei ministri delle Finanze, per dire che “l’addendum (il provvedimento della Bce, ndr) va oltre i limiti istituzionalmente definiti dall’azione” della Bce: “riteniamo che vi sia qualche forzatura legale”. È la posizione della federazione bancaria europea, secondo cui le nuove regole dell’addendum - che propone una scadenza fra i due e i sette anni dal default entro cui le banche devono dare copertura integrale ai prestiti deteriorati - aumentano l’incertezza regolamentare”. Una pioggia di critiche all’operato della Bce - che quell’addendum lo vuole entro l’anno - proprio nel giorno in cui il presidente Draghi, aprendo il Forum della Bce sulla Vigilanza bancaria, difende tre anni di attività che ha reso le banche “più forti e resistenti”. E ribadisce che, anche se gli Npl sono scesi dal 7,5% d’inizio 2015 all’attuale 5,5%, molte banche sono ben al di sopra e dunque a rischio: problema da affrontare con uno “sforzo comune fra banche, vigilanza, autorità regolamentari e nazionali”.

Danièle Nouy, la presidente del Consiglio di Vigilanza della Bce, ha rivolto una critica neanche troppo velata all’Italia: l’esperienza dei salvataggi bancari dopo Mps suggerisce che “le banche devono smettere di negare la realtà”. Il nodo che torna al pettine è sempre quello, gli 800 miliardi di crediti deteriorati in pancia alle banche, un quarto dei quali detenuti dagli istituti italiani, e una loro realistica valutazione. Ma lo scontro vero è su quegli 800 miliardi di stock, i crediti in default accumulati finora. Se la Bce ha inizialmente fatto balenare l’idea di una “calendarizzazione” simile a quello che vorrebbe sugli Npl futuri, ora fa intravedere un compromesso: sta ricevendo in questi giorni i piani delle singole banche sulla gestione di quei buchi in bilancio. Se sono “ambiziosi e credibili” bene, altrimenti la Bce chiede alla banca di giustificare lo scostamento. Come extrema ratio, può ricorrere all’articolo 16 del Regolamento 1024 del Consiglio dell’Unione europea: può “esigere che gli enti applichino una politica di accantonamenti specifica o che riservino alle voci dell’attivo un trattamento specifico con riferimento ai requisiti in materia di fondi propri”.

Un approccio che, stando alla protesta di cui l’Italia si è fatta alfiere, va oltre il mandato della Bce. Al fondo, c’è una divergenza di prospettive: con il Qe ancora attivo, la ripresa robusta e la liquidità illimitata, per Francoforte le banche hanno una finestra d’opportunità unica. Mentre alcuni Paesi, Italia, con meno convinzione Francia, e poi ancora Portogallo e altri di minor peso, vorrebbero più tempo.