Sui conti pubblici italiani volano gli stracci europei

Il vicepresidente della Commissione europea, il finlandese Jyrki Katainen, a proposito dei conti pubblici degli Stati membri dell’Ue, se la prende con l’Italia. Ad essere precisi, l’alto esponente di Bruxelles attacca a testa bassa il Governo di Roma insinuando il sospetto che non dica la verità sulla condizione complessiva del Paese mentre, a suo giudizio, “gli italiani dovrebbero sapere qual è il vero stato delle cose”.

Non è bello che un leader comunitario assuma un tono arrogante nei riguardi di un pilastro fondamentale dell’architettura europea. Tuttavia, bisognerebbe chiedersi quando mai la politica sia stata “elegante”. Conta la sostanza. Ora, il signor Katainen, che in Europa si è conquistato una fama da falco delle politiche del rigore finanziario dovrebbe argomentare la sua asserzione con riferimenti puntuali alle criticità rilevate nella manovra finanziaria dell’Italia. Se non lo fa, sbaglia. Come sbagliano i custodi, a Palazzo Chigi, dell’ortodossia renziana nel rispondere all’accusa con sparate demagogiche fatte di alcuni numeri da propaganda elettorale e molti insulti all’indirizzo dell’interlocutore.

È stato il renzianissimo Yoram Gutgeld, commissario alla Spending review ed esponente di prima fila del Partito Democratico, a rispondere attraverso un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Gutgeld contesta a Katainen il tono offensivo delle sue dichiarazioni. E ha ragione. L’illustre interlocutore finnico non può rivolgersi a un popolo di antica civiltà come se parlasse alle renne della sua slitta. Ma a un insulto si risponde con argomenti solidi e non con slogan preconfezionati del tipo: “L’Italia migliora sotto tutti i punti di vista: deficit, crescita, spesa pubblica, creazione di posti di lavoro”. Dal dominus della riforma radicale del modello della spesa pubblica sarebbe lecito attendersi un’analisi più seria e compiuta dell’economia del Paese e non la solita “la vie en rose”. Di certo non è encomiabile scadere nell’ineleganza come invece capita a Gutgeld quando ricorda al vicepresidente della Commissione il suo passato non brillante da premier finlandese. “Guardiamo i risultati (di Katainen n.d.r.). È stato premier in Finlandia fra il 2011 e il 2014. In quel periodo il Pil del suo Paese scende del 2,7 per cento, il debito sale di 11,7 per cento e la spesa pubblica cresce dell’11,5 per cento, il 3,7 per cento del Pil in più. Un campione di austerità”. Gutgeld sfotte ma fa autogoal. Se Katainen era così una schiappa perché mai il Governo italiano presieduto da Matteo Renzi, nel 2014, diede semaforo verde alla sua nomina a vicepresidente della Commissione? Se il leader finlandese non era giudicato da Palazzo Chigi all’altezza del compito, bisognava dirlo allora. Attaccarlo oggi suona come una sgradevole caduta di stile.

Ma oltre la schermaglia verbale restano i fatti che il rappresentante del nostro Governo non spiega. È vero che si prevede un lieve aumento della crescita del Pil nel 2017, ma non è abbastanza visto che restiamo indietro nella media europea. La correzione strutturale del deficit doveva essere, secondo gli accordi presi con le autorità di controllo di Bruxelles, dello 0,6 per cento, invece si fermerà allo 0,1 per cento. La previsione del saldo negativo nel rapporto tra Deficit e Pil, nel 2018, stimato al 1,6 per cento, al momento, resta una previsione. Del debito pubblico si dice che scenderà, ma ad oggi è ancora alle stelle sopra quota 2mila 300 miliardi di euro. E l’occupazione? Per Gutgeld c’è un milione di posti di lavoro in più. Ma ci vuole una gran bella fantasia a chiamarla occupazione. Se, dati alla mano dell’Istat, il numero di contratti di lavoro a tempo determinato è di gran lunga superiore a quelli permanenti, non la si chiami occupazione ma precarietà, per non far torto all’intelligenza degli italiani.

Non sappiamo cosa avesse in mente Katainen quando ha messo in discussione la credibilità delle istituzioni governative italiane. Però possiamo immaginare che avesse tra le mani il rapporto 2017 sulla giustizia sociale nell’Unione europea, redatto dall’Istituto Bertelsmann Stiftung e presentato oggi al “Social Summit for Jobs and Growth” di Göteborg insieme al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e al primo ministro svedese Stefan Löfven. Stando alla classifica stilata, l’Italia si collocherebbe in venticinquesima posizione davanti solo a Bulgaria, Romania e Grecia. Secondo le stime in fatto di salute, coesione sociale, accesso al mercato del lavoro, povertà ed equità generazionale siamo messi male. Con un’aggravante che rasenta il limite della sostenibilità: il divario tra Nord e Sud del Paese.

Non si tratta più soltanto di percezione dell’opinione pubblica. Siamo ai numeri che restituiscono una realtà incontrovertibile: per uscire dalla crisi in questi anni in Italia si è fatto troppo poco. E anche i risultati che invertono il segno da negativo in positivo non assicurano quel consolidamento di tendenza che ci metterebbe al riparo dalla variabilità di aspetti congiunturali legati alle dinamiche dell’economia mondiale. Se allora era questa la verità nascosta alla quale intendeva riferirsi Katainen avrebbe fatto meglio ad essere meno criptico. E il nostro Governo a essere più leale con gli italiani raccontando la verità.