I tassisti e lo sciopero preventivo

Dopo lo sciopero del venerdì del trasporto pubblico, ieri è stato il turno dei tassisti, che si sono astenuti dal lavoro dalle 8 alle 22 e hanno organizzato una manifestazione nazionale a Roma davanti al Ministero dei Trasporti. Il motivo? Il presunto rischio (non ridete) di liberalizzazione del settore e la concorrenza, sempre meno attuale e sempre più potenziale, di Uber. Partiamo dal fondo. La piattaforma californiana è attiva in Italia solo attraverso i suoi servizi a più alto prezzo, che mettono in contatto i passeggeri con gli autisti Ncc. Questi ultimi sono presenti in numero limitato perché da anni i grandi comuni come Roma e Milano non rilasciano autorizzazioni. Il servizio più innovativo di Uber, cioè quello peer to peer, è da anni inibito nel nostro paese per decisione del Tribunale di Milano. Il principale concorrente di Uber, Lyft, non ha mai neppure preso in considerazione l’ipotesi di entrare in Italia. Perché, allora, i tassisti protestano?

Il Governo sta redigendo un decreto attuativo del Ddl Concorrenza, col quale dovrebbe provvedere all’ammodernamento della disciplina del trasporto pubblico non di linea con l’obiettivo di adeguare l’offerta di servizi alle nuove tecnologie, promuovere la concorrenza e contrastare l’abusivismo. Per arrivare al testo definitivo, il ministero dei Trasporti ha già organizzato diversi incontri con le categorie coinvolte - la più rumorosa delle quali è, appunto, quella dei tassisti. I contenuti della bozza non sono ancora noti ma, da quanto è stato anticipato, non c’è molto da sperare: sembra che il Governo abbia in mente più una modesta revisione della disciplina, per aggiornarne gli aspetti più obsoleti, che non quella coraggiosa aggressione alle rendite di cui ci sarebbe bisogno.

Perché il punto è proprio questo: il mantenimento dello status quo priva i cittadini di servizi migliori e più diversificati, e toglie a tanti individui la possibilità di competere con gli operatori tradizionali. I tassisti hanno capito che il modo migliore per proteggere i loro privilegi è scendere sul piede di guerra a ogni stormir di foglia. Il paradosso, allora, è che il costo politico di una modifica limitata è praticamente lo stesso di una revisione più ampia e muscolare. Perché, allora, il Governo e la maggioranza non provano a fare un’azione davvero incisiva, anziché l’ennesimo piccolo aggiustamento? La risposta, purtroppo, temiamo sia che il coraggio, chi non ce l’ha, non se lo può dare.