A proposito di flat tax

Un aforisma, un commento - “Il sistema fiscale con aliquote progressive è l’unico caso nel quale la sinistra mostra di legittimare le differenze sociali. Il sistema proporzionale, o flat tax, è l’unico caso nel quale la destra è disposta a legittimare l’egualitarismo”.

Nel suo discorso alla Leopolda, Matteo Renzi ha fatto, fra le altre, una dichiarazione a dir poco imprudente circa la proposta della flat tax avanzata dalla destra. Quasi testualmente egli ha infatti denunciato che, applicando la flat tax, finirebbe che un ricco imprenditore pagherebbe quanto pagherebbe un suo operaio. Temo che alcuni sprovveduti siano stati indotti a pensare che, se l’aliquota unica fosse del 20 per cento, sia un operaio che avesse un reddito di 20mila euro sia il suo datore di lavoro con un reddito di 200mila pagherebbero 4mila euro di imposta. Naturalmente le cose non stanno così poiché grazie alla tassazione proporzionale – cioè, in buona sostanza, la flat tax – l’imprenditore di cui sopra pagherebbe 40mila euro di imposta.

Quella della fissazione di un criterio più che proporzionale, che sta al cuore della imposizione fiscale progressiva in cui ci troviamo, è un vecchio problema su cui gli economisti non hanno mai raggiunto un accordo, perché, in fondo, si tratta di una questione fondamentalmente politica. Gli stessi economisti liberali, da Adam Smith a Luigi Einaudi o Milton Friedman, hanno oscillato non poco su questo tema anche se la tendenza generale è a favore di un’imposizione proporzionale e dunque non progressiva. La progressività è difesa in nome della redistribuzione della ricchezza ma, in realtà, essa produce il gettito necessario allo Stato per mantenere un elevato livello di spesa pubblica che non ha nulla a che vedere con il benessere dei cittadini.

Il fatto è che, se lo Stato funzionasse per bene, la progressività delle aliquote non avrebbe alcuna giustificazione teorica e il benessere dei cittadini sarebbe garantito dall’aggiustamento dei redditi generato dal libero mercato, dei beni e del lavoro, e dalla contrattazione sindacale. Non si può negare che la progressività abbia invece il sapore di una sorta di “punizione” per chi ha un reddito elevato piuttosto che costituire un ragionato strumento di giustizia sociale. Con ciò si trascura il fatto che il successo di un imprenditore crea ricchezza che prima non c’era e, dunque, non si capisce perché mai il suo successo finanziario sia oggetto di pretese aggiuntive da parte della collettività, dato che egli verserebbe comunque cifre elevate allo Stato, proporzionali al suo reddito.

Il perno giustificativo della progressività risiede nella cosiddetta marginalità decrescente, per la quale si ritiene “giusto” il prelievo percentualmente crescente per il fatto che, oltre certe soglie di reddito, molti beni e servizi perdono la loro natura di elementi necessari e vitali. Come dire: visto che col tuo reddito ti puoi permettere beni e servizi in abbondanza, ti tolgo una buona parte del reddito eccendente. Potremmo definirla la via maestra del socialismo post-marxista il quale accetta e legittima l’esistenza del capitalismo ma attende dietro l’angolo che qualcuno crei ricchezza per prelevarla e, teoricamente, “distribuirla” a sua discrezione.

In realtà, al di là di altre numerose questioni tecniche, sta di fatto che la progressività deprime gli investimenti (chi me lo fa fare se, poi, tre quarti del reddito me lo prende il fisco?), abbatte la vitale accumulazione del capitale e la propensione al lavoro professionale, aumenta la burocrazia ispettiva, accompagnata dalla diffusione di sospetti e risentimenti, mentre non garantisce affatto, come è evidente in Italia, servizi e compensazioni sociali degni di nota.

La proposta della flat tax nell’Italia contemporanea include un elevato rischio per l’enorme debito pubblico e per l’incertezza del risultato, poiché una imposizione piatta ma percentualmente sbagliata o troppo dilazionata nel tempo potrebbe non essere capace di far emergere l’intera ricchezza prodotta nel Paese facendoci precipitare in un baratro finanziario di grandi dimensioni. L’idea, però, è decisamente buona e andrebbe discussa più ampiamente. Peccato che si tratti di materia non sottoponibile a referendum perché, se fosse attuabile, sarebbe interessante e anche opportuno sapere quanti italiani accetterebbero il rischio e quanti, invece, preferirebbero rimanere nella stagnazione farraginosa che ci caratterizza da sempre. Nella quale tutti cercano le vie più complicate, e costose, per pagare il meno possibile per tasse e imposte fra detrazioni, deduzioni, eccezioni, facilitazioni, rateizzazioni, rottamazioni ed elusioni. Lasciando ampio spazio all’evasione e all’inefficienza dello Stato.