Flat Tax: ultimo appello guardando a Donald Trump

A sentire i media di casa nostra, noi italiani potremmo risultare convinti che nel Paese a stelle e strisce ci si stia occupando solo del “Russiagate”: intrighi di potere dello staff presidenziale, patti scellerati tra l’entourage dell’allora candidato Presidente ed emissari di Putin. Tutto con lo scopo preciso di inquinare le libere elezioni americane del 2016 per mano dei nipotini del Kgb.

Sotto la cenere delle polemiche, però, c’è una ardente novità. La prima vera e grande novità della Presidenza Trump. Molto di più del tormentone sull’abolizione dell’Obamacare e lontana mille miglia dal mediatico “Muslim ban”. Una rivoluzione copernicana nel fisco americano che potenzialmente potrà aggiungere fino a 8 punti in più di Pil agli Usa nei prossimi 10 anni, secondo le stime più prudenti dei burocrati del Senato, o fino a 20 punti in più secondo le stime più ottimistiche del Presidente. Una riforma che avvicina in modo blasfemo la politica di Donald Trump a quella di Ronald Reagan e di Franklin Delano Roosevelt. Una riforma che costerà alle casse pubbliche del Paese più ricco del mondo una cifra di circa 1400 miliardi di dollari nell’arco di un decennio. Una inezia a confronto del debito pubblico Usa che ormai si attesta a circa 20mila miliardi di dollari (quasi 18mila miliardi di euro). La riforma si connota essenzialmente per una riduzione drastica delle imposte sulle imprese (dal 34 al 20 per cento), per l’introduzione di agevolazioni differenziate a seconda dei settori produttivi e per un marcato alleggerimento della pressione fiscale sulle persone, con particolare favore per le classi più abbienti.

La sfida del governo americano si incentra tutta su come e quanto la riforma fiscale che ha appena avuto il via libera del Senato potrà ripagarsi da sola: un abbattimento così importante della pressione fiscale dovrà generare, secondo le teorie classiche di politica economica e le convinzioni mai affievolite dei Repubblicani, una marcata espansione dell’economia. Se l’economia cresce, cresce anche il gettito fiscale. Ma dove si fermerà l’asticella dell’equilibrio tra minori introiti dovuti all’abbattimento delle aliquote e maggiori entrate dovute alla crescita dell’economia?

Questo è il vero dilemma economico che sta infiammando il dibattito degli addetti ai lavori di oltreoceano, con la tranquillità relativa che però, e ciò non è assolutamente secondario, che gli Usa sono un Paese sovrano. Un Paese che, prima di vedersi costretto ad abolire nell’evenienza una riforma fiscale fallimentare, potrà fare più debito, o stampare più moneta. Inoltre, si pensa sempre da quelle parti, un incremento del debito di circa il 7 per cento in 10 anni non è poi così insostenibile. Del resto, negli otto anni di Barack Obama il debito è cresciuto dell’11 per cento annuo, complessivamente dell’88 per cento.

Chi in Italia comincia a rimuovere quella cenere e a scorgere la grande novità comincia a desiderare una svolta economica e fiscale di quella portata. Le classi produttive nostrane hanno da anni la convinzione che l’Italia potrà salvarsi economicamente solo con una robusta e seria politica di alleggerimento della pressione fiscale, magari accompagnata, come si deve ad un piatto da chef stellato, da una massiccia sburocratizzazione.

Quanto accade in America sul fronte fiscale rinvigorisce un dibattito che dopo mesi di regalini di importo mai superiore agli 80 euro, già si era riavviato, grazie soprattutto alle proposte sul tema fiscale che i diversi schieramenti politici stanno mettendo in campo per le prossime elezioni politiche. In verità, in tale ambito, solo il centrodestra ha già tratteggiato una proposta simile a quella statunitense. Lasciando stare la sinistra che sul tema non proporrà sicuramente una minore pressione fiscale, possiamo dire che il centrosinistra ancora non svela le sue carte, anche se Renzi parla di “continuare” lungo la via della riduzione della pressione fiscale (come se Dracula ci dicesse di voler restare un donatore di sangue). I cinquestelle, ovviamente, non sembrano avere le idee chiare in materia. La proposta del centrodestra si chiama “Flat Tax”, che, in termini nostrani, si identifica con una aliquota unica, resa progressiva dall’introduzione di una area di “non tassazione” per i redditi bassi. Forza Italia la vorrebbe inferiore alla media delle attuali, quindi intorno al 22/23 per cento, mentre la Lega la vorrebbe al 15 per cento. Va detto subito che sarà difficilissimo introdurla. A differenza degli Usa, l’Italia non è un Paese completamente sovrano. C’è l’Europa, ma soprattutto c’è il nostro gigantesco debito (di poco superiore a quello Usa in termini percentuali) e la nostra scarsa affidabilità agli occhi dei partner europei. L’Europa ci dovrà autorizzare, magari trovando meccanismi che assicurino una graduale applicazione della riforma e con accorgimenti tali da evitare il baratro del default di bilancio. Ciò potrà essere realizzato partendo da riduzioni modeste ma via via sempre più importanti.

Dovremmo pazientemente spiegare agli altri membri dell’Ue che la nostra economia ha la necessità non più rinviabile di ricevere una salutare boccata di ossigeno, altrimenti morirà. Spiegare che la semplificazione è divenuta insostituibile in un sistema farraginoso e contorto. Spiegare che l’evasione e l’elusione spesso sono meccanismi di sopravvivenza delle piccole e medie imprese in crisi, dei professionisti che si cancellano dagli albi e che lavorano in nero, degli artigiani vessati da quotidiane visite di ispettori delle svariate pubbliche amministrazioni che controllano gli adempimenti fiscali, contributivi, della sicurezza, della salute, dell’urbanistica, dell’antincendio, della privacy, dell’antiriciclaggio e così via.

Spiegare, con pazienza e fermezza, che la pressione fiscale effettiva, quella che comprende anche tutti i costi dell’inefficienza statale (dai contributi esosi ai giovani lavoratori precari per pagare le pensioni, ai molteplici balzelli, tariffe e tasse locali per garantire l’esistenza di enti locali inutili e dannosi), supera abbondantemente il 60 per cento del reddito. Potremmo anche proporre loro di rinunciare a molti inutili incentivi delle diverse politiche comunitarie, perché già di per sé non hanno mai creato grandi slanci in termini di aumento duraturo della ricchezza, ma soprattutto perché non sappiamo proprio spenderli (quest’ultimo argomento, magari, potremmo dirlo in modo diverso). Se non vorranno sentirci, dovremmo infine comunicare ai nostri cari colleghi europei, che, tolta quest’ultima possibilità all’Italia, l’unico destino sarà il declino finale del nostro Bel Paese e, conseguentemente, ci porteremo appresso tutto il sogno dell’Europa unita.