Lo Stato innovatore e i liberisti: un dissidio inevitabile?

La legge di bilancio 2018 ha istituito un fondo da 305 milioni per innovazione e start up, all’interno del Piano Impresa 4.0 voluto dal Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda. Mariana Mazzuccato, nel suo best seller Lo Stato innovatore, del 2014, ricordava, sulla scorta, tra gli altri, degli studi di Fred L. Block e Matthew R. Keller, che negli Stati Uniti, tra il 1971 e il 2006, 77 delle 88 innovazioni più rilevanti, in base ai premi assegnati ogni anno dalla rivista R&D Magazines, «non sarebbero state possibili senza i programmi federali di sostegno alla ricerca, specialmente, ma non esclusivamente, nelle fasi iniziali» (p. 92).

Internet, farmaceutica, nanotecnologia, biotecnologia, rivoluzione verde (cap. IV-V-VI) sono tutti campi, sostiene Mazzucato, che hanno conosciuto negli ultimi anni o decenni uno sviluppo impetuoso grazie al ruolo attivo e direttivo dello Stato; anzi alcune di quelle realtà sarebbero un prodotto della «mano visibile dello Stato» e «oggi non ci sarebbero se avessimo dovuto aspettare che ci pensassero il “mercato” e le imprese» (p. 7). Quale la ragione di un’affermazione così categorica? Le evidenze empiriche, perlomeno negli ultimi sessant’anni.

Nel 1958 nasceva infatti su input del Pentagono l’agenzia Darpa, che contribuì massicciamente a quella rivoluzione informatica che a sua volta avrebbe partorito Internet. La rete «o l’affermazione delle nanotecnologie – precisa Mazzucato – non sono avvenute perché il settore privato voleva qualcosa, ma non disponeva delle risorse per investirci: sono avvenute grazie alla capacità di visione del governo in un’area che il settore privato ancora nemmeno immaginava. Anche quando lo Stato introdusse queste nuove tecnologie, il settore privato si dimostrò troppo timoroso per investire e toccò al settore pubblico sostenere la commercializzazione della Rete. E ci sono voluti anni perché il venture capital cominciasse a finanziare aziende attive nel settore delle biotecnologie o delle nanotecnologie. In questi e in molti casi simili gli “spiriti animali” più aggressivi albergavano apparentemente nel settore pubblico» (p. 35).

Nessun effetto di spiazzamento (crowding out), quindi, puntualizza Mazzucato, immaginando le riserve dei fautori dello Stato «minimo», in quanto in quei settori ‘aurorali’ banche e aziende private si sono avventurati solo dopo che lo Stato aveva fatto da apripista (p. 14). Lo Stato innovatore e «sviluppista» caldeggiato dall’economista dell’Università del Sussex pone allora ancora una volta sul tappeto la questione del ruolo e delle funzioni dello Stato. Che queste siano date, a prescindere dalla temperie storica, è una tesi che sarebbe stata respinta anche dai maggiori dei nostri economisti ‘liberisti’.

«I fini dello Stato - scriveva Antonio de Viti de Marco nel 1888 ne Il carattere teorico dell’economia finanziaria - sono, come cosa di evidenza storica, variabilissimi» come «storicamente […] variata» è «la natura de’ beni formanti o che possono formare il patrimonio pubblico».

Caratteristica dello Stato in ogni epoca storica, però, è quello di essere «una grande industria, in cui l’ente produttore Stato trasforma una parte della ricchezza privata nazionale in […] quei servigj pubblici storicamente considerati come esclusivo compito dello Stato». Tale attività di trasformazione, inoltre, non può che esercitarsi in condizioni di monopolio, «ammeno di ammettere la possibilità di più Stati produttori e concorrenti». Questi due caratteri «permanenti» dell’«industria-governo», monopolistico e produttivo di beni, materiali e immateriali, ritenuti necessari, si accompagnavano peraltro a modelli organizzativi di quell’industria profondamente mutevoli nel tempo. Questa, infatti, «nell’epoca barbarica e feudale» era «monopolizzata dalla classe vincitrice, dalle caste e dagli stati», che si erano impadroniti del potere e lo avevano utilizzato a loro esclusivo vantaggio. Conseguenza di questa situazione era l’imposizione del prezzo di monopolio che comprendeva, oltre il costo di produzione del servizio pubblico, «i profitti ed estraprofitti [sic] che i contribuenti pagano agli esercenti l’industria governativa», dei quali gli «usi ed abusi feudali» erano chiara testimonianza.

Il superamento, avviatosi con la rivoluzione francese, dell’ancien régime aveva dato vita, come tendenza storica, alla realizzazione dello Stato «cooperativo» in cui «la partecipazione di tutti all’amministrazione della cosa pubblica fa […] di ogni cittadino un partitante dell’industria governativa». Da qui l’eliminazione del prezzo di monopolio, dovendo ora i cittadini sopportare solo «lo ‘stretto costo di produzione’ dei servigj pubblici». Lo Stato cooperativo si distingueva così per un bassissimo tasso di coazione pubblica, dovendo la sua amministrazione soltanto «costringere le singole economie ricalcitranti all’osservanza del patto sociale, dentro i limiti del mandato e fino a concorrenza della propria rata di partecipazione al carico nazionale». 

La contrapposizione devitiana tra Stato monopolistico e Stato cooperativo ricalcava quindi solo in parte la modellistica statuale spenceriana. Mentre de Viti de Marco, infatti, riconosceva che il «tipo sociale militare» di Spencer corrispondeva alla «organizzazione ad impresa individuale monopolizzata, che nella prevalenza dell’elemento militare trova una causa e un mezzo di attuazione», il «tipo sociale cooperativo» non coincideva con quello «sociale industriale» spenceriano. Il filosofo inglese, infatti, argomentava de Viti de Marco, riteneva che anche la nuova società industriale fosse distinta dallo Stato. Questo dualismo spingeva Spencer a limitare le funzioni dello Stato «a prescrizioni negative su quanto il cittadino debba astenersi dal fare». Dall’identità devitiana, invece, della società e dello Stato cooperativo moderno, derivava che quest’ultimo non fosse altro che «la stessa società organizzata cooperativamente per soddisfazione de’ bisogni, che la industria individuale privata o le minori associazioni non riescono a soddisfare».

Dunque, non poteva «logicamente esser posto alla sua attività produttrice un limite diverso da quello» fissato dalla società medesima. Che la estensione dei bisogni pubblici e dei mezzi atti a soddisfarli non potesse essere fissata a priori ma discendesse dalle contingenze storiche era da de Viti de Marco affermato anche nelle sue lezioni universitarie di scienza delle finanze.

Caratteristica dello stato cooperativo, si legge in quelle tenute all’Università di Pavia nell’anno accademico 1886-7, è «l’estensione progressiva delle attribuzioni dello stato e dei bilanci pubblici […]. È un fatto che i bilanci odierni sono aumentati. Ciò si attribuisce alla diversa organizzazione degli stati. […] L’aumento della ricchezza privata fa aumentare il patrimonio pubblico dello stato. L’aumento della ricchezza infatti aumenta la domanda di pubblici servizi».

Tale impostazione antideologica sarebbe stata ribadita nelle Lezioni degli anni seguenti; «noi crediamo peraltro di non potere a priori stabilire - ricordava de Viti de Marco nel corso dell’anno accademico 1898-9 - quali siano le funzioni dello Stato; a qual punto debbano esser ridotte o fino a quale debbano essere allargate. Le condizioni perché la produzione di un bene diventi produzione di Stato, possono accertarsi volta per volta» (e ancora prima nelle lezioni dell’anno accademico 1892-3: «nella storia noi vediamo che il carattere di certe funzioni subisce una continua vicenda, ora essendo pubbliche, ora private, poi nuovamente pubbliche, e così sempre sino ai dì nostri. Per questa ragione fondamentale (tralasciando le altre) crediamo impossibile una distinzione a priori»).

Tali condizioni nello Stato cooperativo moderno erano per de Viti de Marco principalmente due: il carattere «generale universale», «pubblico» del bisogno che il bene è diretto a soddisfare (oggi, scriveva l’economista pugliese, «non sapremmo concepire uno Stato che si servisse dei mezzi posti insieme da tutti i cittadini, non per produrre beni atti a soddisfare bisogni generali, ma solo per avvantaggiare una classe ristretta, come negli Stati antichi». Se ciò avvenisse, continuava, «sarebbe conforme al nostro diritto pubblico la più energica reazione contro siffatta politica») e la maggiore economicità della produzione di quel bene da parte dello Stato («solo quando il principio del minimo mezzo si prevede meglio attuato dalla produzione di Stato, si giustifica la tendenza a che la produzione d’un bene, che soddisfa un bisogno generale universale, passi dall’economia privata a quella pubblica»; principio del minimo mezzo che sarebbe stato ribadito nei Principii di economia finanziaria del 1934).

Nessuno, probabilmente, per quanto diffidente dell’intervento della mano pubblica, arriverebbe ad affermare che Rete e medicine non soddisfino i devitiani «bisogni generali». Se poi ha ragione Mazzucato nel sostenere che la paternità statale delle innovazioni in questi come in altri settori sia da ascrivere anche alla riluttanza mostrata dai privati, banche ed imprese, a battere sentieri in cui il rischio di insuccesso è altissimo, il criterio devitiano del «minimo mezzo» si volatilizza, causa la ‘diserzione’ di uno dei due contendenti.

Lo Stato innovatore, dunque, che non si piega «alle pressioni di gruppi di interesse che chiedono sovvenzioni, rendite e privilegi non necessari» (p. 10) e che orienta invece l’innovazione «in direzioni confacenti a obbiettivi più generali di politica pubblica […] senza favorire nessuna azienda in particolare» (p. 117), non sembra dunque necessariamente incompatibile con l’universo intellettuale del liberista, per il quale, a là de Viti, sarebbe da respingere non tanto l’intervento in quanto tale dello Stato in economia ma il suo impiego a beneficio, come ricordato, di «una classe ristretta, come negli Stati antichi».

P.S.: si osserverà che gran parte del finanziamento federale nel settore farmaceutico è indirizzato a coltivare la ricerca nel campo delle malattie rare (pp. 114-118) e non risponde quindi a un bisogno generale. Tale rilievo, però, non può che portare a concludere che in alcuni casi la mano dello Stato debba intervenire anche per soddisfare bisogni ‘particolari’, a meno che non si ritenga, stante il disinteresse del mercato a investire in un settore poco redditizio, che il rigido rispetto della concezione liberista dello Stato imponga di abbandonare al loro destino coloro che siano stati colpiti da tali malattie.