L’Europa impone il prelievo dai conti, Moscovici ha paura

Il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha ottenuto dal Governo Gentiloni i decreti attuativi che permettono agli enti pubblici di frugare nei conti correnti dei contribuenti italiani. Ma Lega e Movimento 5 Stelle promettono in campagna elettorale che simili norme verranno cancellate in caso di vittoria. Posizioni che irritano Moscovici, che punta il dito contro le elezioni italiane, dicendo che “se venissero modificate le norme introdotte da Gentiloni la situazione dell’Italia equivarrebbe a un rischio economico e bancario per l’Europa”. Per Moscovici le proposte di Luigi Di Maio e Matteo Salvini di “sfondare il tetto del 3 per cento nel rapporto tra deficit e Pil sono un controsenso assoluto alla politica economica dell’Ue”.

Così, cari contribuenti, è scoccata l’ora della chiave d’accesso diretta delle pubbliche amministrazioni sui nostri conti correnti. Fino ad un annetto fa solo l’Agenzia delle Entrate poteva arrogarsi il diritto di curiosare e frugare tra i nostri depositi bancari. Dal 2018 entrano in campo regole più stringenti. Anche altre autorità possono prelevare soldi direttamente da nostri conti. Così vengono meno tutte le complicazioni procedurali che non permettevano agli enti locali di prelevare dal conto dei cittadini, anche nel caso di multe non pagate. Entra così in vigore il prelievo coattivo, e questo per aiutare le casse di comuni, enti e società (di trasporto o di gestione dei rifiuti) che spesso inseguono cittadini indisciplinati e malpagatori davanti a giudici monocratici oppure onorari. Intendiamoci, la procedura non sempre può essere automatica. Questo perché non tutti i contribuenti sono in possesso di una Pec (posta elettronica certificata) che dovrebbe permettere ad enti pubblici e agenzie fiscali d’avvertire il cittadino contribuente: non dimentichiamo che la riforma della pubblica amministrazione obbliga da circa due anni tutti i contribuenti ad avere un dialogo elettronico (computerizzato) con lo Stato, ovvero anche il pastore e la vecchietta di montagna dovrebbero (almeno sulla carta) munirsi di Pec (questo lo ha imposto l’Europa). Ed è parere di alcuni tributaristi, come di alcuni componenti di commissione tributaria, che il prelievo debba eseguirsi dopo che il contribuente è stato avvertito. Tutte possibilità che il contribuente deve mettere in conto, e lo sanno bene gli avvocati che sull’obbligo di mancata comunicazione, e sull’incertezza elettronica, basano tantissimi ricorsi. Perché per molti magistrati l’obbligo al dialogo elettronico non è chiaro e, forse, è viziato d’incostituzionalità. I giudici tributari contro leggi gradite all’Ue? Può succedere ed è successo. Meglio dunque sapere in quali circostanze può verificarsi una situazione o l’opposto. La questione è molto più semplice di quanto si possa immaginare: nel caso di ricezione della cartella esattoriale (per multa non pagata o insistenza a non effettuare il versamento) l’agente della riscossione può procedere al pignoramento forzato sul conto corrente, e senza il via libera dell’autorità giudiziaria. Resta sempre in piedi la possibilità di proporre opposizione, e sempre che si consideri illegittima la sanzione.

Già dal 2017, in seguito al mancato pagamento d’una cartella, l’Agenzia delle Entrate può notificare un atto di pignoramento alla banca (e al contribuente coinvolto). Nella nuova casistica rientrano tutte le multe tradizionali per violazione del codice della strada e le inadempienze rispetto agli obblighi tributari: il caso del bollo auto è l’esempio immediato. Per un certo verso, la prescrizione mette a riparo il contribuente dai “prelievi coattivi dal conto corrente”. Di fatto oggi la Pubblica amministrazione preleva le somme, e poi al cittadino è lasciata la possibilità di ricorrere: se il cittadino vince il ricorso la Pubblica amministrazione può anche opporsi. Alla fine, se il cittadino vince in tutti i gradi, la restituzione della somma è certa, ma secondo i tempi delle strutture pubbliche. Ma se l’Ufficio delle Entrate riscontra che l’atto è illegittimo, è tenuto ad annullarlo: poi, in base alle norme sull’autotutela, ad effettuare il cosiddetto sgravio. Di fatto l’Ue sta pigiando l’acceleratore sulla strada della dittatura tributaria, imponendola soprattutto ai Paesi ritenuti più poveri ed “a rischio evasione fiscale”.

Siamo nel mirino, e non è certo che i vincitori del 4 marzo possano salvarci.