La Flat Tax morbida

Lo avevo detto in tempi non sospetti: basta spremere gli italiani come limoni, occorre una proposta di riforma fiscale credibile e concreta, che sappia coniugare giustizia sociale e sviluppo. Così il centrodestra può tornare maggioranza, l’Italia iniziare a crescere veramente e il ceto medio a ricostruirsi.

Crediamo certamente che, per impronta culturale, sia proprio lo sviluppo a rappresentare il traino più efficiente anche nel rispondere alle esigenze di giustizia sociale dei ceti meno abbienti. Sì perché sviluppo significa occupazione e favorirlo significa ridurre la vera vergogna italiana: il tasso di disoccupazione, in particolare quella giovanile, che affligge la nostra società.

In questi giorni il centrodestra si sta confrontando pubblicamente sulla proposta della flat tax, un’aliquota unica ad insistere sui redditi, personali, finanziari e d’impresa, e una ben circoscritta “No Tax Area”, in grado di favorire tutela delle posizioni reddituali più povere e la progressività dell’imposta, vincolo questo posto dalla nostra Costituzione.

E pur non dando per oro colato l’attuale vincolo costituito dal rapporto deficit/Pil, così come invece più volte fatto dal Partito Democratico schiavo di Berlino, non possiamo però non considerare il vincolo di bilancio, proprio perché è importante rendere credibile la nostra proposta e non affliggere le generazioni future di un debito pubblico che aumenterebbe esponenzialmente.

Ed è primariamente per queste ragioni che continuiamo a non considerare attuabile la proposta di Salvini, con un’aliquota tout court del 15 per cento, non sostenibile dal nostro bilancio e anche poco equa nei confronti dei redditi più bassi. La storia della destra è infatti ben altra: responsabilità verso le generazioni future e attenzione alle esigenze sociali. Limiti che, a dire il vero e per le suddette ragioni, riscontriamo anche nella proposta Berlusconi, soprattutto se valutata alla luce di altre proposte, una fra tutte quella relativa all’aumento delle pensioni minime.

Di particolare interesse è invece la proposta formulata dal tributarista Maurizio Leo sostenuta da Fratelli d’Italia, e cioè di una flat tax inizialmente morbida, con un’aliquota da fissare tra il 15 e il 23 per cento da applicare agli incrementi di reddito, “facendo rientrare capitali attraverso una voluntary che tassati con flat tax potrebbero alimentare l’economia reale attraverso l’obbligo di investimento in Piani individuali di risparmio”. Insomma, una proposta in grado di favorire l’emersione di redditi e quindi efficace nel combattere evasione e fenomeni elusivi, di premiare l’efficienza delle imprese vincenti sul mercato, di far rientrare capitali dall’estero. In merito a questi ultimi, si tratterebbe di fondi che sarebbero però vincolati e in grado di aumentare il tasso di risparmio del sistema Paese.

Non in ultimo, voglio poi ancora sottolineare la necessità di colpire il cuneo fiscale, la vera piaga delle aziende che in Italia vogliono assumere. Si tratta dei contributi che vengono pagati dal datore di lavoro per ogni dipendente in forza: si tratta di percentuali da capogiro che, nei fatti, rendono impossibili assunzioni e favoriscono lavoro nero. Questa è la grande partita che Giorgia Meloni può giocare: il rientro dei capitali esteri, sì ma stavolta di quelli umani. Decontribuire tutte le imprese che assumono, e farlo a maggior ragione per quelle che assumono italiani andati all’estero. Sarebbe un segnale importante per le giovani generazioni, per i nostri studenti, per i disoccupati e anche per la grande comunità italiana dei cosiddetti Expat.

(*) Consigliere regionale del Lazio e membro dell’Assemblea Nazionale di Fratelli d’Italia