A Davos si parla di futuro

Mentre l’Italia della politica è impegnata a guardarsi l’ombelico, le élite globali discutono di futuro. Lo fanno in questi giorni freddi al World Economic Forum che si svolge a Davos sulle Alpi svizzere. I nomi che contano della finanza, dell’economia e della politica si ritrovano nell’esclusiva località sciistica per tracciare le traiettorie dello sviluppo economico globale.

“Creare un futuro condiviso in un mondo frammentato”, questo il tema dell’odierna edizione del meeting organizzato dal 23 al 26 gennaio. Si parlerà di come proteggere l’economia dal rischio di nuovi eventuali crolli finanziari; di ambiente, richiamando il rispetto degli accordi sul clima assunti a Parigi; di tecnologie emergenti e di trasformazione dei modelli produttivi. Ma all’ordine del giorno c’è anche il tema del divario di genere da colmare. Sarà interessante ascoltare ciò che avranno da dire a riguardo i principali decisori della politica e dell’economia mondiale.

In particolare drizzeremo le orecchie nel momento in cui sarà data la parola al presidente statunitense, Donald Trump. Ascolteremo ancora il messaggio che ruoterà su un solo concetto forte: “America first” oppure ci sarà dell’altro? Comunque, i dati sui quali si è aperto il confronto di Davos sono decisamente positivi. Le stime del Fondo Monetario Internazionale indicano una prospettiva di crescita dell’economia mondiale al 3,7 per cento, grazie alle sorprendenti performance degli Stati Uniti, del Giappone e della Corea del Sud.

L’Europa mantiene il passo con una previsione per il 2018 del +2,2 per cento. Se va bene agli altri, va bene anche all’Italia, sebbene in misura minore. La stima di crescita per quest’anno è data all’1,4 per cento, in discesa rispetto all’1,6 per cento conseguito nel 2017. Ma come ogni medaglia che si rispetti, al lato che luccica fa da contraltare quello opaco. E l’altra faccia della medaglia di Davos si chiama Oxfam, l’organizzazione internazionale no-profit che si occupa di denunciare le disuguaglianze nel mondo. Ogni anno Oxfam non fa mancare il suo “report” nel tentativo, illusorio, di guastare la festa ai grandi del pianeta. I numeri scodellati dal rapporto per il 2018 sono di forte impatto. Ma saranno veri? Stando ai dubbi sollevati dai ricercatori dell’Istituto Bruno Leoni – gente notoriamente seria – sul metodo piuttosto disinvolto che Oxfam adotta per la raccolta e l’elaborazione dei dati provenienti da “fonti diverse e non sempre comparabili”, sembra eccessivo sostenere che “l’82% dell’incremento di ricchezza globale registrato l’anno scorso è finito nelle casseforti dell’1% più ricca della popolazione, mentre la metà più povera del mondo (3,7 miliardi di persone) ha avuto lo zero per cento”.

Tuttavia, che vi sia un problema di squilibrio nella distribuzione della ricchezza, destinato a incidere sulla tenuta della coesione sociale non soltanto nelle aree povere del pianeta ma anche nei sistemi sociali avanzati, è indubbio. E che le classi dirigenti globali vi debbano porre rimedio è altrettanto scontato. Ciò che invece lo è meno è il modo col quale si pensa di affrontare il problema. L’insidia non sta nelle diagnosi, ancorché gonfiate, del malessere ma nelle ricette che si intendono adottare. L’analisi sviluppata da Oxfam sui principali fattori responsabili della disuguaglianza contiene elementi di verità. Riduzione del costo del lavoro e conseguente crollo del potere d’acquisto dei salari, insieme ai processi di esternalizzazione di parti o di complete filiere globali di produzione costituiscono incontrovertibili cause d’impoverimento di masse di lavoratori e delle comunità territoriali che le popolano. Come porvi rimedio? Con la decrescita felice auspicata dai pauperisti del terzo millennio? Certo che no. Ma un po’ di regole in più in difesa delle produzioni di qualità e sanzionatorie delle “Economie canaglia” che fanno dumping sociale, innesterebbe una dinamica virtuosa dello sviluppo economico, funzionale al ripristino delle corrette condizioni d’accesso al mercato globale. Non è apostasia del capitalismo asserire che la concorrenza debba svolgersi all’interno del perimetro di regole certe e condivise.

Come non lo è dire che libera iniziativa non sia sinonimo di assoluto arbitrio nella corsa all’accumulazione capitalistica della ricchezza. Perché se è giusto ambire a diventare ricchi non lo è altrettanto l’idea che lo si possa fare ad ogni costo e senza rispettare alcuna regola. Se così non fosse si arriverebbe all’assurdo di giustificare legittimo anche il metodo d’’accaparramento criminale dei beni proprio delle organizzazioni malavitose. E c’è un abisso di pensiero tra il ritenere desiderabile sottostare ad un’equa tassazione e, invece, operare per sottrarsi a qualsiasi obbligo contributivo, magari riparando in comodi paradisi fiscali. Francamente, molto più delle perorazioni apocalittiche di Oxfam, ci piacerebbe sentire dai “grandi della Terra” come intendano organizzarsi per mettere un freno alla luciferina capacità che alcune aziende transnazionali hanno di sfuggire come anguille dalle mani di qualsiasi fisco.

Per essere chiari: non soffriamo di alcun sentimento d’invidia per quell’1 per cento, posto che sia tale, che detiene la maggior parte della ricchezza del pianeta. Proviamo rabbia e disgusto però quando scopriamo che quell’uno per cento ha lucrato non pagando un centesimo di tasse a nessuno. A Davos si discute di questo oppure ci si limita alle passerelle, ai selfie, agli aperitivi e alle strette di mano?