Gli analisti finanziari tra miopia e limitata affidabilità

Un recente sondaggio Gallup sulla credibilità e fiducia nei media degli Stati Uniti evidenzia un crollo raggiungendo il punto più basso dal 1972 quando questa tipologia di analisi è stata avviata; il crollo della fiducia diminuita del 50 per cento negli ultimi anni viene continuamente alimentata da una guerra mediatica fatta di false informazioni – fake news – che la realtà smentisce rapidamente in un rincorrersi di accuse reciproche. Questo dato rappresenta lo scollamento tra le élites al governo e un paese reale che non vogliono vedere e finiscono per non capire il senso della storia e il suo insegnamento sulla crescita e crollo delle società.

La fiducia nei confronti dei media se fosse estesa agli analisti dei mercati finanziari sarebbe desolante, ogni singolo giorno i media riportano previsioni, indottrinamenti che puntualmente vengono smentiti dai fatti. Sembra un gioco miope, così ci siamo dovuti bere le previsioni sul crollo di uno spread-burattino, del prezzo del petrolio, delle valutazioni errate delle agenzie di rating – la tripla A per Lehman il giorno antecedente il default – dei disastri finanziari successivi alla Brexit, all’elezione di Donald Trump, al referendum italiano, del rilancio degli Usa, della possibile parità del dollaro rispetto all’euro quando era evidente che sarebbe stato il contrario...; qui ci fermiamo per provare a capire perché i modelli previsionali non possono funzionare.

Un economista del Fondo monetario internazionale, Prakash Loungani, ha compiuto alcune interessanti ricerche circa l’accuratezza delle previsioni degli analisti-economisti. Utilizzando dati tratti da una pubblicazione chiamata Consensus Forecasts (pubblicata dal Consensus Economics), Loungani ha dimostrato che per oltre tre decenni tra le 150 recessioni registrate solo due sono state previste, il tasso di errore è poi salito al 100 per cento nonostante il continuo aggiornamento dei modelli previsionali – non troppo. Le proiezioni fatte sono finanziarie e non economiche, ma la finanza da quando la carta moneta nel 1971 è stata sganciata dai valori reali e finiti – l’oro – separandola, in questo modo, dal mondo emozionale dell’uomo, opera in un contesto staccato dalla realtà dando l’idea che i mercati diventati “razionali” interpretino esattamente i fatti.

La mistificazione dei fatti sta proprio nell’avere attribuito ai mercati finanziari il requisito della razionalità e dell’infallibilità nell’allocazione dei capitali; su questa illogica e falsa considerazione Lucas ha ricevuto il premio Nobel nel 1975 - a parità di informazioni gli operatori decidono (categorico!) allo stesso modo. Ma la parità delle informazioni si fonda sulla concorrenza perfetta che non esiste e le decisioni uguali degli operatori sono la negazione del libero arbitrio. Aver attribuito il requisito della razionalità ai mercati significa che essi operano e vengono studiati e interpretati in un logica deterministica – il modello delle scienze esatte – mentre invece l’azione umana opera in un contesto probabilistico; ne consegue l’aleatorietà dei giudizi che attribuiscono ai mercati un modello di interpretazione razionale che si scontra con la realtà e genera una pericolosa inaffidabilità. La separazione tra i due mondi consente una sistematica manipolazione delle informazioni finanziarie e dei mercati in funzione dell’interesse di chi li governa creando aspettative ma non conoscenze; di qui la sistematica miopia e inesattezza degli analisti perché la realtà emozionale dell’uomo non si può adattare ai loro modelli matematici.

Inoltre, in mercati altamente liquidi con volumi monetari infiniti diventa normale che la pura speculazione sia fine a se stessa in modo che gli scambi siano slegati dalla realtà in una logica di breve o brevissimo tempo. In queste condizioni anche previsioni che superino l’arco temporale di un anno diventano puri esercizi metafisici e di fatto una presa in giro di creduloni che si fanno tirare da un filo di lana. Le contraddizioni sono evidenti, ad esempio, in merito al rapporto di cambio euro/dollaro; nel giro di un mese le previsioni sono passate dalla parità a un’ipotesi massima per la fine del 2018 a 1,20 mentre oggi, in gennaio, siamo già oltre l’1,24 e salirà ancora. La valuta di un Paese dovrebbe dipendere dalla tenuta del Paese stesso, le agenzie di rating americane attribuiscono agli Usa una tripla A mentre l’agenzia cinese di rating Dagong ha tagliato a BBB+ le prospettive e il rating per gli Stati Uniti a causa della ridotta capacità del governo federale degli Stati Uniti di rimborsare il crescente indebitamento legato all’uso esagerato del Quantitative easing. Inoltre la Cina, oltre a detenere circa il 20 per cento del debito Usa è il primo importatore di petrolio al mondo che paga in yuan e non in dollari minacciando il suo ruolo di valuta globale. Il problema vero degli Usa è rappresentato da una società al collasso con un alta disuguaglianza e povertà che generano una bassa tenuta dei sistemi relazionali alla base della tenuta di ogni sistema sociale, ma questi dati non sono contemplati dai modelli matematici. Possiamo dubitare dei modelli e degli algoritmi applicati alla società dell’uomo fondata sulle emozioni e non solo sulla razionalità? Sarà meglio domandarselo prima che sia troppo tardi.

(*) Professore ordinario di Economia aziendale – Università Bocconi