Licenziamenti all’Embraco: un dramma italiano

La vicenda dell’Embraco, azienda di proprietà di una multinazionale brasiliana che produce compressori per frigoriferi a Riva di Chieri nel torinese, piomba come un macigno sulla campagna elettorale. Cos’è accaduto? L’azienda che fa parte del colosso industriale Whirlpool ha programmato d’interrompere la produzione in Italia per delocalizzarla in Slovacchia. Il ministero dello Sviluppo Economico ha aperto un tavolo di crisi per trovare una soluzione condivisa con le rappresentanze sindacali per salvare i posti di lavoro. L’intenzione è quella di favorire un piano di reindustrializzazione che consenta il recupero dei 537 lavoratori raggiunti dalle procedure di licenziamento. Condizione posta dal ministro Carlo Calenda ai vertici dell’Embraco perché si avvii la fase di transizione è il blocco dei licenziamenti e l’accesso alla Cassa Integrazione Guadagni. La Embraco ha fatto spallucce alla richiesta del Governo, per cui entro il prossimo 24 marzo la produzione cesserà e i lavoratori saranno mandati a casa. Probabilmente i “brasiliani” non vogliono concedere vantaggi ai possibili acquirenti per cui hanno deciso di fare terra bruciata del sito che stanno per lasciare. Il ministro non l’ha presa bene e ha dichiarato guerra al vertice aziendale che ha definito “gentaglia”.

Calenda volerà nelle prossime ore a Bruxelles per verificare se, nella vicenda, il comportamento della Slovacchia sia stato corretto o se, come sembra probabile, le autorità governative del Paese dell’Est-Europa non abbiano fatto dumping nei confronti dell’Italia promettendo all’Embraco condizioni di vantaggio mediante aiuti pubblici illegittimi in base alle normative europee. Di là dall’aspetto drammatico per le centinaia di famiglie precipitate sul lastrico, la crisi dell’Embraco è un caso da manuale nel dibattito sulla qualità del capitalismo generato dalla globalizzazione selvaggia dell’economia. Dal punto di visto formale l’azienda non ha nulla da rimproverarsi non avendo obblighi sociali verso i territori nei quali localizza temporaneamente le sue produzioni.

Tuttavia, oltre la forma c’è una sostanza della quale preoccuparsi. E questa racconta una storia ben diversa. La Embraco è la prova di dove conducano le politiche di saccheggio industriale praticate dalle grandi aziende transfrontaliere in nome del maggior profitto. Il sito industriale di Riva di Chieri non è in perdita. La produzione ha raggiunto alti standard di qualità. Le competenze acquisite dai dipendenti, grazie alla formazione continua, sono riconosciute al punto che, prima di chiudere bottega, il management di Embraco ha voluto che fossero proprio gli operai e i quadri tecnici dello stabilimento di Riva di Chieri ad insegnare il mestiere ai colleghi slovacchi. Inoltre, l’azienda ha usufruito negli anni della generosità della mano pubblica che ha accompagnato con sostegni finanziari prelevati dalla fiscalità generale i vari passaggi di mano della proprietà.

Dall’Aspera della famiglia Agnelli, che negli anni Settanta ha creato lo stabilimento per diversificare la produzione focalizzata al comparto della mobilità, alla Whirlpool, proprietaria degli impianti dalla metà degli anni Ottanta, che era riuscita a portare il sito alla sua massima capacità produttiva con 2mila e 500 lavoratori e 4 milioni 500mila compressori prodotti all’anno. Poi il declino e il trasferimento del pacchetto azionario a una multinazionale brasiliana che fa capo al medesimo gruppo Whirlpool. Va bene la libertà d’impresa, ma è concepibile che questa logica industriale rechi danni alle comunità che tocca? La questione interroga ancora una volta la politica su un aspetto fondamentale dell’economia del nostro tempo storico: va o meno riconosciuta in capo all’impresa una qualche forma di responsabilità sociale rispetto al prioritario obiettivo della profittabilità? Non vi è dubbio che qualsiasi Stato sovrano potrebbe potenzialmente entrare in conflitto con quell’azienda che produca guasti e squilibri alla comunità territoriale con la quale interagisce. Perciò, nel caso italiano, come impone il dettato dall’articolo 41 della Costituzione, lo Stato non può restare a guardare se uno stakeholder viene danneggiato dalle scelte strategiche di un’impresa. Ma neppure può trattenere con la forza l’imprenditore che decide in piena autonomia di dirottare altrove i propri investimenti né può imporgli di continuare a produrre laddove questi non ne riscontri la convenienza. Allora che fare? Almeno su due aspetti la politica ha spazi di manovra. Il primo attiene alla funzione legislativa che può varare norme che costringano le imprese che intendono lasciare il Paese a restituire gli aiuti finanziari pubblici, qualora l’abbiano ricevuti. Il secondo è il piano del Governo che deve aprire un fronte di discussione nell’ambito dell’Unione europea.

La questione di fondo è che non si dovrebbe tollerare oltre il comportamento piratesco dei Paesi di recente accolti nella Comunità i quali sfruttano la leva dei finanziamenti comunitari per favorire la concorrenza sleale agli altri Paesi membri nella corsa all’accaparramento degli investimenti industriali. Su questo secondo punto il governo che verrà fuori dalle urne del 4 marzo dovrà svolgere una seria riflessione. Non si tratta di diventare anti-europeisti. Ma neanche si può consentire ai vicini di farci le scarpe con i nostri soldi. Nei periodi di siccità i rubinetti si chiudono. Sarebbe ora che Roma facesse sentire la sua voce a Bruxelles. E per farsi udire meglio si cominciasse col porre un parziale embargo sui trasferimenti all’Unione delle risorse finanziarie prodotte in Italia.