L’Istat fotografa un’Italia più povera

Ci voleva l’Istat a mettere la pietra tombale sulle stucchevoli discussioni di questi mesi intorno al perché, lo scorso 4 marzo, abbiano vinto i populisti e perché continuino a vincere, stando ai dati dei ballottaggi della scorsa domenica. Ieri l’istituto nazionale di statistica ha diffuso un report sulla povertà rilevata nel nostro Paese nel 2017. I numeri fanno semplicemente spavento. Abbiamo il record di poveri assoluti degli ultimi dodici anni. Sono 5 milioni e 58mila individui. Il dato per nucleo familiare tocca quota un milione 778mila. Ma cosa significa essere sotto la soglia di povertà? Vuol dire disporre di un valore monetario inferiore al costo, a pezzi correnti, del complesso di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia e individuo. Non esiste un coefficiente fisso che determina tale soglia. Essa varia in relazione al numero e all’età dei componenti del nucleo familiare, alla sua collocazione geografica e alla tipologia del comune di residenza.

Comunque, il dato fattuale è, nella sua crudezza, facile da rappresentare: è povero assoluto chi non ce la fa a tirare avanti. E i nostri connazionali che si trovano in tale condizione di precarietà rappresentano l’8,4 per cento della popolazione residente. Stanno peggio le famiglie in cui sono presenti tre o più figli minori (20,9 per cento). Manco a dirlo, l’incidenza maggiore del fenomeno si registra nel Mezzogiorno, sia per le famiglie (10,3 per cento), sia per gli individui (11,4 per cento). Tuttavia, la novità che si registra nel 2017 è che la povertà assoluta sta crescendo anche nelle aree metropolitane delle regioni settentrionali. Paradossalmente, i vecchi stanno meglio dei giovani. Segno che l’ottenimento di un assegno pensionistico più che un diritto è un’ancora di salvezza alla quale aggrapparsi per sopravvivere. E non solo. Sono sempre più frequenti i casi nei quali l’anziano pensionato costituisce unico sostegno di famiglia.

Il suo reddito funge da ammortizzatore sociale destinato a nutrire il restante nucleo familiare privo di risorse economiche. È il mondo alla rovescia in cui sono i nonni a farsi carico di figli e nipoti e non viceversa. L’allungamento della vita del pensionato costituisce un fattore di basilare stabilità per i familiari più giovani disoccupati o in cerca di lavoro. E questa sarebbe la fotografia della settima potenza industriale del mondo? Ma, se ci resta un briciolo di dignità, andiamo a cercarci un angolino buio nel quale nascondere la vergogna che abbiamo stampato in faccia. E poi, fossero soltanto i poveri assoluti il problema. Ci sono anche quelli relativi. Cosa vuol dire? L’Istat ha fissato convenzionalmente un parametro di calcolo sulla media dei consumi. Tenendo conto delle medesime variabili di contesto stabilite per la rilevazione della povertà assoluta sono classificati in povertà relativa gli individui e le famiglie che mensilmente raggiungono un valore di disponibilità di spesa per consumi inferiore alla linea convenzionale calcolata. Nel 2017 anche la povertà relativa, secondo l’indagine Istat, è cresciuta. Ha riguardato ”3 milioni 171 mila famiglie residenti (12,3 per cento, contro 10,6 per cento nel 2016), e 9 milioni 368mila individui (15,6 per cento contro il 14,0 per cento dell’anno precedente)”. Le cose vanno peggio a chi ha un basso livello d’istruzione e agli stranieri residenti.L’incidenza della povertà colpisce il 34,5 per cento delle famiglie composte da soli stranieri con picchi territoriali che al Sud raggiungono il 59,6 per cento. Se questa è la realtà e  lo è, visto che degli studi dell’Istat si fidano tutti, siamo messi malissimo. E il governo giallo-blu, avendo impugnato la bandiera del riscatto sociale, deve farsi carico di trovare soluzioni efficaci. E deve farlo con una certa urgenza. Ma con quali strumenti? I post-grillini insistono sull’introduzione del reddito di cittadinanza. Potrebbe essere un’ipotesi suggestiva ma, nel concreto, non è la strada giusta. Non solo perché i soldi per finanziare una misura di tale portata non ci sono. A fare la differenza ancora una volta è il modello di società al quale ci si ispira. Vogliamo una comunità nella quale in pochi lavorino per mantenere i tanti a spasso in una sorta di limbo assistenzialista? Non è la soluzione più desiderabile. Né per chi paga, né per chi riceve. Vivere grazie a una misera prebenda pubblica non è campare, ma sopravvivere. E quale individuo si accontenterebbe di trascinare negli stenti la propria esistenza rinunciando a priori a far valere la proprie ragioni di dignità? Se si vuole imprimere una svolta che aiuti i tanti poveri a rimettersi in marcia è sulla creazione di posti di lavoro che bisogna concentrare le risorse disponibili.

Si fa un gran parlare di Europa. Parafrasando Carlo V, “todos europeistas”. Se vale il concetto dell’unità continentale allora non ci sono poveri italiani, ma poveri europei che vivono in Italia. Quindi, la questione investe Bruxelles non meno di quanto riguardi Roma. Se è vero che siamo una sola grande famiglia, i parenti dei piani alti dicano come intendono aiutare quelli dei piani bassi a risollevarsi. O si pensa di fare su questo argomento il medesimo teatrino osceno che va avanti da anni sul fronte dell’accoglienza degli immigrati? Perché se sciaguratamente così fosse tornerebbe, per l’ennesima volta, attuale la domanda: ma noi italiani con questa combriccola di egoisti che ci stiamo a fare? Sarà pure un fraseggio politicamente scorretto, ma la gente della strada comincia a pronunciarlo con sempre maggiore frequenza. Per ora si limita a vergare i simboli, presenti sulla scheda elettorale, dei populisti euroscettici. E domani?