La permanente aggressione ai diritti dei pensionati

In Italia esiste una telenovela infinita: quella delle pensioni. Si tratta di una problematica importante, che, però, viene affrontata in maniera superficiale, anzi, a fini di propaganda elettorale, senza tenere in alcun conto il fatto che il trattamento pensionistico non è un regalo, ma giunge al termine della vita lavorativa.

Si pone l’accento sulle cosiddette “pensioni d’oro”, cercando di colpirle in ogni modo, ma dimenticando che esse sono il risultato del trattamento economico goduto nel lavoro attivo. Altro argomento usato per aggredire i pensionati è che una platea di essi gode in parte del sistema retributivo, considerato un trattamento di favore. Anche se una simile convinzione deve essere provata (taluni studiosi, peraltro, sono pervenuti alla conclusione che, applicando il sistema contributivo al posto di quello retributivo, non si otterrebbe un abbassamento significativo di tante attuali pensioni), si dimentica che il regime pensionistico è disciplinato con legge e fa parte del rapporto di lavoro. Quando si parla di privilegi nei trattamenti di quiescenza, bisogna anche ricordare che un professore di liceo, negli anni Sessanta, percepiva uno stipendio sulle 70mila lire mensili, così come un impiegato direttivo dello Stato.

Per i dipendenti pubblici bisogna inoltre considerare che quasi sempre venivano destinati a sedi lavorative lontane dal paese di origine, senza possibilità di ritorno, molto spesso neanche alla fine dell’attività lavorativa. Giustamente Paolo Mieli ebbe a dire che, quando si toccano i pensionati, si viola un patto: si tratta di un patto non solo morale ma anche giuridico. Piero Ostellino, altra illustre firma del giornalismo, in un argomentato editoriale apparso sul “Corriere della Sera” del 19 agosto 2014, a proposito delle aggressioni alle pensioni alte, parlava di “contratto tradito”.

Tutte queste pur giuste ragioni non hanno tenuto indenni i pensionati dai continui interventi punitivi della politica. Il legislatore ha sistematicamente violato i principi in materia pensionistica sanciti dalla Corte costituzionale (sentenze n. 30/2004, n. 316/2010, n. 223/2012, n. 116/2013), che sono quelli di adeguatezza, di rispetto dei diritti acquisiti, di proporzionalità e di ragionevolezza. Come non ricordare l’atto di vera e propria confisca, compiuto dal governo Renzi, delle statuizioni contenute nella sentenza n. 70/2015 della Consulta, che, anziché restituire la mancata indicizzazione a tutti i pensionati, ha stabilito il rimborso solo per 4 milioni di essi, pari a una cifra complessiva di 2 miliardi di euro al posto dei 18 miliardi quale era l’impatto della citata sentenza. Il progetto ricorrente in materia pensionistica è quello di ricalcolare col sistema contributivo le pensioni superiori a un certo importo. Si comprende l’arbitrio di una simile posizione: i trattamenti pensionistici non sono, infatti, legati all’entità della cifra percepita ma al regime previsto al momento della costituzione del rapporto di lavoro. Qualunque sia il risultato o la motivazione di una simile impostazione, si tratta di posizioni tecnicamente impossibili e illegittime sul piano giuridico.

Per ricalcolare le pensioni in godimento, bisognerebbe conoscere in maniera precisa i contributi versati (risalenti spesso a più di 50 anni) per ogni singolo pensionato nella sua vita lavorativa; ciò fatto, si dovrebbero applicare la rivalutazione e i coefficienti di rivalutazione, tutte cose di grande difficoltà realizzativa.

Estremamente arbitrario, poi, sarebbe ricalcolare il periodo anteriore al 1996 con il cosiddetto “forfettone”: con le pensioni bisogna essere corretti e non giocare alla roulette. I pensionati italiani, oltretutto, hanno già dato molto: in nove anni (2008-2016) quelli con assegno oltre tre/cinque volte il trattamento minimo Inps hanno visto bloccati i meccanismi di indicizzazione per sei anni, con una perdita del potere di acquisto intorno al 20 per cento, ove si tenga conto anche del contributo di solidarietà. Il ministro Luigi Di Maio, così impegnato nel punire certi pensionati, non paga le tasse e le medicine di questi ed ignora che il ricovero in un ospizio costa sui 3mila euro al mese. Quando poi afferma di fare ciò per aumentare le pensioni basse, anch’egli confonde l’assistenza con la previdenza. In questa questione il grande assente è il diritto: in un regime privatistico del rapporto non sarebbe consentita neanche la sottrazione di un euro.

E invece, in nome di un sociologismo ipocrita, come risulta chiaramente dalla divisione dei pensionati in ricchi e poveri (come se la pensione fosse un regalo e non il frutto del lavoro prestato) o peggio ancora, mirante all’acquisizione del consenso elettorale, si colpiscono in maniera permanente soggetti (magistrati, forze dell’ordine, militari, dipendenti pubblici, tanti lavoratori benemeriti del privato ecc.) che tanto hanno dato al Paese con sacrificio proprio e delle proprie famiglie. La povertà si combatte veramente non colpendo singole categorie, ma con politiche di fiscalità generale. Ma i riformatori vecchi e nuovi hanno un modo sicuro e facile per risolvere il problema dei pensionati: la loro eliminazione. “Mors omnia solvit”: la morte non solo scioglie ogni vincolo ma dà soluzione a tutto, o quasi.