La ferita dell’Ilva

L’altro giorno il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha chiuso la riunione sul destino dell’Ilva - a cui, oltre al compratore designato, ArcelorMittal, hanno partecipato una sessantina di associazioni e sindacati del territorio - proclamando che il Governo “non ha fretta di assegnare l’Ilva al primo compratore che passa”. Invece, dovrebbe avere proprio fretta.

L’intera vicenda dell’acciaieria che fu della famiglia Riva rappresenta un esempio paradigmatico di tutto quello che in Italia non va. Il gruppo, in utile fino al sequestro di alcune parti dello stabilimento tarantino disposto dalla magistratura nel 2012, oggi perde circa 30 milioni di euro al mese. L’incredibile rimpallo di responsabilità tra attori locali e nazionali, la lunga gestione commissariale e i continui interventi normativi hanno messo l’azienda in ginocchio, limitandone le capacità finanziarie e ritardando anche quegli investimenti ambientali che tutti a parole dicono di volere. Dal punto di vista di qualunque investitore estero, l’affare Ilva rappresenta il più persuasivo caso di studio contro il nostro Paese.

A valle di tutto questo, il Governo precedente ha organizzato una gara per l’acquisto di Ilva che si è conclusa, con procedure lunghissime, con l’aggiudicazione ad ArcelorMittal. L’offerta presentata dal gruppo indiano è parsa la più conveniente tenuto conto non solo dei diversi parametri di prezzo e occupazionali, ma anche del progetto di ambientalizzazione. Proprio per questo, Di Maio adesso dovrebbe compiere un gesto di serietà: concludere la vendita alla società che ha vinto la gara, e dare seguito al piano industriale che è stato concordato e autorizzato a livello locale, nazionale ed europeo.

Portare avanti la sceneggiata di ricominciare a sentire tutti e studiare tutto, senza peraltro che sia chiaro se si tratti di mera tattica negoziale, se il ministro abbia un’agenda inconfessabile o se realmente egli voglia assumersi l’onere di far chiudere il maggiore polo industriale del Mezzogiorno, rappresenta un danno alla reputazione del Paese e alle sue istituzioni, oltre che ai contribuenti e alle persone che lavorano nell’azienda. A maggior ragione appare incomprensibile la decisione di riaprire le danze al cospetto di una molteplicità di realtà associative prive di qualunque rappresentanza (tra le quali però non sono state coinvolte né la locale Confindustria né Federacciai, l’associazione di categoria). L’impressione è che si voglia soltanto dare spazio a una processione di questuanti, ciascuno dei quali latore del suo più o meno legittimo interesse, in modo da consentire al Governo di distribuire favori o ramanzine, con la benedizione della parte più populista del sindacato. Non se lo merita l’Italia, non se lo merita la Puglia e soprattutto non se lo meritano i lavoratori dell’Ilva e delle aziende dell’indotto.

Ilva rappresenta una profonda ferita nella storia industriale italiana, nella tutela dei diritti di proprietà e nella certezza del diritto. Questa ferita va sanata, non riaperta.

(*) Editoriale a cura dell’Istituto Bruno Leoni