Il problema sono i mercati, non l’Europa

Venerdì scorso lo spread ha toccato i 270 punti, portando il rendimento teorico del Btp decennale a superare il 3 per cento. Un livello che ai più potrebbe sembrare ancora rassicurante, ma che per chi segue con attenzione le questioni economico-finanziarie si tratta di un vero allarme rosso in relazione alla tenuta del nostro colossale debito pubblico. Segnalo, a tal proposito, che secondo alcuni autorevoli analisti per garantire la sostenibilità del debito medesimo il tasso medio d’interesse dei titoli di Stato italiano, considerando l’attuale crescita dell’economia e la bassa inflazione, non dovrebbe superare l’1,5 per cento. Una soglia critica che, a quanto pare, da quando siamo governati dagli uomini del cambiamento abbiamo ampiamente violato, con la prospettiva di un catastrofico peggioramento nei mesi a venire, quando il combinato disposto della legge di bilancio, il possibile declassamento del rating sovrano e la fine annunciata del Quantitative easing rischiano di determinare la tempesta perfetta.

A tutto ciò si aggiungono, poi, i pessimi segnali provenienti soprattutto dalla componente grillina dell’Esecutivo in merito alla strategia economica. Da questo punto di vista non possono certo passare inosservate le opzioni vetero-dirigiste del vicepremier Luigi Di Maio sul tema sempre caldo del lavoro, così come l’imbarazzante impasse che il Movimento 5 Stelle sta creando su alcuni grandi opere – la Tav in Val di Susa e il gasdotto in Puglia su tutte – e nella trattativa per la rinascita dell’Ilva di Taranto, la più grande acciaieria d’Europa. Tutto questo, aggiunto ad altre anacronistiche prese di posizione di stampo medievale (vedi l’incredibile vicenda del rinvio di un anno all’obbligo di presentare i certificati vaccinali ai nidi e alle scuole dell’infanzia) non può certamente far attenuare il clima di crescente sfiducia che sta montando nei confronti della nostra affidabilità.

A ciò, dulcis in fundo, si aggiunge la reiterata minaccia programmatica di far saltare i conti pubblici, secondo quanto emerso da uno stupefacente vertice a Palazzo Chigi con il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, attraverso l’avvio di misure prive di copertura come la flat tax e il reddito di cittadinanza. In questo senso così si è espresso il ministro Di Maio all’indomani dello stesso vertice: “Ieri abbiamo fatto il primo incontro con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro Giovanni Tria per coordinare le prossime politiche pubbliche, non c’è bisogno di nessuno strappo con l’Unione europea ma un dialogo decisivo e sincero per riuscire ad ottenere delle cose”.

Ora, questo evidente tentativo di rassicurare l’Europa, che vorrei ricordare nel caso di sforamento dei parametri può al massimo aprire una procedura d’infrazione, ossia l’equivalente di un buffetto, sul piano pratico serve poco o nulla. Non è l’Europa che bisogna chiamare in causa, caro Giggino, per “ottenere delle cose”, bensì chi ci rinnova ogni anno ben 400 miliardi di titoli del Tesoro, cioè i tanto bistrattati mercati finanziari. Ebbene, considerando che la recente crescita dello spread ci costa a regime circa 5 miliardi all’anno, se non ci si affretta ad abbandonare la folle linea dei miracoli a buon mercato promessi dai populisti in campagna elettorale, impegnandosi a mantenere il bilancio pubblico entro limiti accettabili, l’intero sistema Paese rischia un tracollo senza precedenti.

In questo senso possiamo pure infischiarcene di tutto e di tutti, Europa compresa; ma non potremmo mai, con oltre 2300 miliardi di indebitamento, far finta che i mercati non esistono, a meno di non voler seguire il Venezuela sulla strada delle catastrofi a scelta.