Dirigisti di Pulcinella

Dopo che la realtà, attualmente la più efficace forza d’opposizione, ha costretto Luigi Di Maio a fare una rapida retromarcia sull’Ilva di Taranto, accantonando per ovvie ragioni di bilancio le sue tante promesse di pasti gratis, il vicepremier pentastellato rispolvera ancora una volta il suo dirigismo da operetta per tentare di riprendersi la scena.

Non contento di aver causato un certo sconcerto nel mondo produttivo col suo scombiccherato “Decreto dignità”, il capo politico dei grillini riparte in tromba con la crociata per regolamentare gli orari del commercio. In visita alla Fiera del Levante in quel di Bari, Giggino il dirigista ha così esposto la sua minaccia: “In materia di commercio, sicuramente entro l’anno, approveremo la legge che impone lo stop nei fine settimana e nei festivi a centri commerciali, con delle turnazioni e l’orario che non sarà più liberalizzato, come fatto dal Governo Monti. Quella liberalizzazione sta infatti distruggendo le famiglie italiane. Bisogna ricominciare a disciplinare orari di apertura e chiusura”.

Si tratta ovviamente dell’ennesima misura demenziale, così come nel caso del succitato decreto dignità, che manifesta in radice una tendenza decisamente autolesionistica sul piano generale, disincentivando proprio quei consumi che i keynesiani di piccolo cabotaggio come Di Maio vorrebbero altresì incrementare. Senza poi contare i significativi danni che questo inverosimile ritorno al passato, con milioni di famiglie italiane religiosamente raccolte in casa ad onorare le feste, inevitabilmente produrrà sull’occupazione. Già si parla di migliaia di posti di lavoro persi a causa di questo scellerato provvedimento. Un provvedimento chiaramente ispirato alla famigerata decrescita felice, la quale rappresenta da sempre uno dei principali cavalli di battaglia del pensiero grillino. Ciò sembra chiaramente il portato politico di una visione nostalgica di una società in via di modernizzazione nella quale, come ha sagacemente scritto il presidente di Aduc, Pietro Moretti, “i mariti timbravano il cartellino dal lunedì al sabato, e le mogli si occupavano dei figli, della casa e di fare spese durante la settimana. La domenica si andava in chiesa, pranzo in famiglia e poi allo stadio”.

Sebbene, ribadendo lo spunto iniziale, si tratti di una mera mossa finalizzata a richiamare l’attenzione del proprio bacino elettorale, questo ulteriore tentativo di sfasciare quel poco di buono che ancora c’è in Italia, ripristinando per legge una società in bianco e nero, va rigettato in toto. Il sistema avrebbe bisogno di riforme vere, orientate a ridurre i costi di uno Stato che invece Di Maio e soci vorrebbero notevolmente aumentare, e non di tali anacronistiche pagliacciate il cui unico risultato sarà quello di danneggiare imprese e consumatori. Un altro classico esempio grillino di eterogenesi dei fini.