Accordo d’acciaio

Con la sottoscrizione dell’accordo sull’Ilva ha vinto il buon senso. Come avviene in un qualsiasi Paese normale, il ministro in carica. Luigi Di Maio, ha proseguito e portato a completamento l’attività del suo predecessore Carlo Calenda.

Inutile piangere oggi sul tempo perso a causa delle dichiarazioni estive su presunte illegittimità della procedura di aggiudicazione dell’Ilva all’Arcelor-Mittal e sui soldi (almeno un milione al giorno) che il ritardo ha fatto perdere agli italiani. D’altra parte, il povero Di Maio non poteva fare diversamente: dopo una campagna elettorale tutta condotta dal Movimento 5 Stelle a Taranto sui temi del risanamento ambientale, della green economy, delle energie rinnovabili, dell’economia circolare, e in cui a un certo punto sono spuntati anche un parco ecologico dell’industria e l’ipotesi di una chiusura progressiva dell’acciaieria, un po’ di “melina” era inevitabile. Almeno però non se ne intesti tutto merito. L’accordo sottoscritto al Mise infatti è solo l’atto finale di un processo avviato da tempo e i contenuti non differiscono di molto rispetto a quelli cui si era pervenuti sotto la conduzione di Carlo Calenda e Teresa Bellanova.

Un miglioramento incrementale, dunque, non una rivoluzione. Nel dettaglio: 10.700 assunzioni rispetto alle 10mila dell’accordo Calenda (ma già era sul tavolo una proposta di Mittal di 10.500). Per il resto, si tratta nella sostanza di una conferma di quanto richiesto dai sindacati e già proposto: clausola di salvaguardia per i dipendenti ancora in forza presso Ilva alla cessazione dell’amministrazione straordinaria, con impegno di assunzione da parte di Mittal in un arco temporale compreso tra il 2023 al 2025; conservazione dell’anzianità di servizio e del trattamento economico in atto; mantenimento, per gli assunti prima del Jobs act, delle tutele dell’articolo 18 in caso di licenziamento illegittimo; riconoscimento di un incentivo all’esodo di 100mila euro, via via decrescenti nel tempo, per chi, tra i circa 2.500 lavoratori in esubero, accetterà il licenziamento.

Ora l’accordo sarà sottoposto all’approvazione, con voto segreto, dei lavoratori interessati. L’esito, considerato il giudizio positivo dei sindacati, pare scontato. Resta solo da chiedersi cosa sarebbe accaduto se, invece, in ossequio al principio della “democrazia partecipativa”, cavallo di battaglia del M5S, il quesito fosse stato sottoposto ai cittadini di Taranto, che il 4 marzo avevano attribuito a quel partito quasi il 50 per cento dei voti. Dopo, occorrerà seriamente riflettere sul futuro di un’impresa espressione di un settore strategico e, più in generale, sulle politiche da adottare per la salvaguardia degli altri settori strategici quali, oltre l’acciaio, la chimica e l’alluminio.

(*) Professore di Diritto del lavoro nell’Università di Modena e Reggio Emilia